Argomenti: panico morale, fabbricazione del consenso
Si chiude il cerchio
Nei due articoli precedenti abbiamo visto come i media scelgano di che cosa parlare (agenda setting), come ne parlino (framing), in quale sequenza i temi ci raggiungano (priming), e come il gruppo sociale regoli, di conseguenza, chi si senta libero di esprimersi e chi preferisca tacere (spirale del silenzio). In questo terzo e ultimo articolo del percorso chiudiamo il cerchio con due concetti di scala più ampia: il primo descrive che cosa accade quando questi meccanismi si combinano attorno a una minaccia percepita; il secondo offre la cornice teorica che li tiene insieme tutti.
Il panico morale: quando la minaccia percepita supera quella reale
Il concetto di panico morale venne formulato nel 1972 dal sociologo britannico Stanley Cohen nel suo studio Folk Devils and Moral Panics, dedicato allo scontro tra due gruppi giovanili, i mods e i rockers, sulle spiagge inglesi negli anni Sessanta. Episodi di disordine in realtà circoscritti vennero raccontati dalla stampa con toni apocalittici, trasformando i due gruppi in un pericolo per la tenuta morale dell’intera società: Cohen coniò l’espressione folk devils (“diavoli popolari”) per indicare le figure — spesso minoranze già marginali — su cui una collettività proietta le proprie ansie, individuandole come capro espiatorio di un malessere più ampio e diffuso.
Gli studiosi Erich Goode e Nachman Ben-Yehuda hanno poi scomposto il fenomeno in cinque tratti riconoscibili, utili per distinguere un panico morale da una preoccupazione legittima: la preoccupazione diffusa per un comportamento ritenuto minaccioso; l’ostilità crescente verso chi lo incarna; il consenso ampio, quasi unanime, sulla gravità della minaccia; la sproporzione tra l’allarme suscitato e i dati reali, spesso assai più modesti; e infine la volatilità, cioè la rapidità con cui l’allarme collettivo, dopo aver dominato il dibattito per settimane o mesi, si dissolve altrettanto in fretta, lasciando spazio al panico successivo. Casi da manuale, negli Stati Uniti, sono stati il cosiddetto Satanic Panic degli anni Ottanta, quando migliaia di famiglie arrivarono a temere l’esistenza di reti sataniche dedite ad abusi rituali su bambini — accuse che le indagini successive non confermarono quasi mai — o, più di recente, gli allarmi periodici sui videogiochi violenti come presunta causa diretta di crimini reali, un nesso che la ricerca scientifica non ha mai dimostrato con solidità.
Il meccanismo si salda naturalmente con quelli visti nei due articoli precedenti: l’agenda setting decide che una minaccia meriti attenzione; il framing la racconta con toni che ne amplificano la gravità morale; il priming fa sì che quella minaccia diventi, per un periodo, il metro con cui giudichiamo la sicurezza della nostra comunità; la spirale del silenzio scoraggia chi nutrisse dubbi sulla reale entità del pericolo dall’esprimerli apertamente, per timore di apparire indifferente o complice.
La fabbricazione del consenso: la cornice che tiene insieme tutto il resto
L’ultimo concetto di questo percorso è anche il più ambizioso, perché non descrive un singolo meccanismo ma un intero modello di funzionamento dei grandi media. Nel 1988 il linguista Noam Chomsky e l’economista Edward Herman pubblicarono Manufacturing Consent (“la fabbricazione del consenso”, espressione che i due autori presero in prestito, capovolgendone il significato critico, dal giornalista Walter Lippmann, che l’aveva usata negli anni Venti in senso elogiativo), proponendo un modello di propaganda secondo cui i grandi media, nei paesi a economia di mercato, tendono a riprodurre le priorità del potere economico e politico non per un complotto deliberato e coordinato, ma per effetto di cinque “filtri” strutturali che agiscono a monte di ogni singola notizia.
Il primo filtro è la proprietà: le grandi testate appartengono, quasi sempre, a gruppi editoriali di dimensioni industriali, con interessi economici propri da tutelare. Il secondo è la pubblicità, che costituisce la principale fonte di ricavo di gran parte dei media, rendendo gli inserzionisti un interlocutore da non scontentare. Il terzo è l’approvvigionamento delle fonti: la dipendenza quotidiana da uffici stampa governativi, forze dell’ordine e grandi aziende, che forniscono informazioni pronte all’uso a costi bassissimi rispetto a un’inchiesta indipendente, crea un naturale vantaggio di visibilità per il punto di vista delle fonti istituzionali. Il quarto è il flak (un anglicismo mutuato dal linguaggio militare, che indica il fuoco di sbarramento: nel modello di Chomsky e Herman, le pressioni organizzate — proteste, cause legali, campagne denigratorie — con cui gruppi di potere puniscono un mezzo di informazione scomodo). Il quinto filtro, che i due autori chiamarono “anticomunismo” nel contesto della Guerra Fredda in cui scrivevano, è oggi meglio descritto in termini più ampi come ideologia dominante condivisa: un insieme di presupposti — sulla superiorità del proprio sistema economico, sulla legittimità delle proprie istituzioni — talmente diffuso da apparire senso comune piuttosto che opinione, e per questo raramente messo in discussione all’interno della stanza di redazione.
Il punto più frainteso di questo modello, ed è bene chiarirlo subito, è la parola “fabbricazione”: non implica che i giornalisti mentano consapevolmente, né che esista una regia occulta unica. Implica piuttosto che la struttura economica in cui operano — chi paga gli stipendi, chi fornisce le notizie a basso costo, chi può permettersi di fare causa — filtri, in modo sistematico e in gran parte inconsapevole, quali fatti emergano con più forza e quali restino ai margini. È un meccanismo strutturale, non una cospirazione: la differenza, come vedremo anche a proposito della finestra di Overton, non è affatto secondaria.
Un bilancio del percorso
Messi in fila, i sei concetti percorsi in questi tre articoli disegnano una scala che sale dal singolo evento al sistema nel suo complesso: l’agenda setting sceglie i temi; il framing sceglie le parole; il priming sceglie i criteri di giudizio; la spirale del silenzio regola chi si sente libero di parlare; il panico morale mostra che cosa accade quando questi meccanismi si concentrano su una minaccia percepita; la fabbricazione del consenso spiega, infine, perché l’intero sistema tenda strutturalmente in una direzione piuttosto che in un’altra.
È a questo punto, e solo a questo punto, che la finestra di Overton smette di essere un’etichetta vaga, buona per ogni sospetto, e diventa ciò che è davvero: il nome che diamo al risultato cumulativo, nel tempo, di tutti questi meccanismi che agiscono insieme — raramente coordinati da un’unica regia, quasi sempre il prodotto di interessi diversi che convergono per ragioni proprie. Con questo vocabolario a disposizione, il prossimo articolo tornerà finalmente alla finestra di Overton: non più per raccontarne la storia, come abbiamo già fatto, ma per mostrare, con esempi concreti, come i sei meccanismi visti in questo percorso la spostino davvero, giorno per giorno.
Giustizia e libertà sempre e per tutti
