Esercizi spirituali laici del 27 luglio 2026

Fonte: San Paolo di Tarso, Prima Lettera ai Corinzi, capitolo 13 — il celebre “inno alla carità”, scritto attorno al 55 d.C. alla comunità cristiana di Corinto.

Il testo da meditare

Paolo comincia elencando le doti più ammirate del suo tempo — l’eloquenza, la profezia, la scienza, persino la fede capace di spostare le montagne — e le dichiara vuote, “un bronzo che rimbomba”, se manca la carità. Poi ne descrive i tratti, non come sentimento ma come pratica quotidiana: è paziente, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio; non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto. Non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Poi viene il passaggio più radicale: tutto ciò che oggi sembra essenziale — le profezie, le lingue, la conoscenza — un giorno “cesserà” o sarà “abolito”, perché parziale, come la vista di un bambino rispetto a quella di un adulto: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che era da bambino”. Resta, alla fine, una sola cosa che non conosce tramonto: la carità non avrà mai fine.

Perché questa scelta

Paolo scrive a una comunità lacerata da rivalità e da un culto smodato dei “doni” spirituali — chi si vantava di profetizzare, chi di parlare lingue sconosciute, chi di possedere una conoscenza superiore. Contro questa gerarchia dell’ego, Paolo capovolge la scala di valori: nessun dono, per quanto straordinario, vale senza la carità (in greco agape, un amore che non cerca il proprio interesse). È un testo che parla ancora oggi a chiunque confonda il talento, il successo o l’intelligenza con il valore di una persona.

Commento per la meditazione di oggi:

Proviamo a leggere questo testo togliendo per un momento la cornice religiosa e chiedendoci: quali sono i nostri “doni” di cui andiamo più fieri — l’intelligenza, la competenza, la parola pronta, il giudizio tagliente? E se, per un giorno, li mettessimo alla prova non chiedendoci “quanto valgo” ma “quanto sono paziente, quanto so sopportare, quanto so non tenere il conto del male ricevuto”? Non è un invito alla debolezza, ma un capovolgimento di gerarchia: la misura di una vita non sta in ciò che sappiamo o produciamo, ma in come trattiamo chi ci sta accanto quando nessuno guarda.

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