Meglio è certo sentire compunzione che saperne dare la definizione
Oggi la proposta viene da Tommaso da Kempis e dalla sua Imitazione di Cristo, uno dei testi di spiritualità più letti e ricopiati di tutto il Medioevo cristiano — al punto da essere, dopo la Bibbia, il libro più tradotto della storia occidentale.
Testo da meditare
Nel primo libro, capitolo primo, l’autore mette in guardia da un sapere che si accumula senza trasformare chi lo possiede — quella che oggi chiameremmo erudizione fine a sé stessa, sapere come collezione di nozioni scollegata da un cambiamento interiore:
«Che ti giova disputare profondamente della Trinità, se manchi di umiltà, per cui dispiaci alla Trinità?»
Poco oltre, in una delle formulazioni più limpide di tutta l’opera, scrive:
«Meglio è certo sentire compunzione che saperne dare la definizione.»
La compunzione — un termine tecnico della spiritualità monastica che indica il pungolo della coscienza, il rimorso che apre e ammorbidisce il cuore invece di limitarsi a informarlo — viene qui posta sopra ogni definizione teorica: non conta quanto sai descrivere una virtù, conta se quella virtù ti scuote davvero.
Kempis prosegue insistendo che conoscere a memoria l’intera Bibbia e tutte le sentenze dei filosofi, senza carità, non serve a nulla; che è vanità cercare ricchezze destinate a perire, onori terreni, desideri della carne; è vanità desiderare lunga vita e non curarsi di vivere bene; è vanità amare questa vita fugace e non guardare a quella che verrà.
Nota sull’autore e la fonte
Tommaso da Kempis (1380 circa – 1471) fu un monaco agostiniano originario della Renania, vissuto quasi tutta la vita nel convento del Monte Sant’Agnese, presso Zwolle, nei Paesi Bassi. Appartenne al movimento della Devotio moderna, una corrente di riforma spirituale che, a differenza della grande teologia scolastica del tempo — astratta, sistematica, rivolta alle università — puntava su una pietà semplice, interiore, alla portata di ogni credente. L’Imitazione di Cristo, scritta in latino intorno al 1418-1427, è divisa in quattro libri ed è pensata non per essere letta una volta, ma riletta e meditata lentamente, come un manuale quotidiano di vita interiore. Per tutti.
Perché questa scelta
Il capitolo scelto smonta con precisione chirurgica una tentazione che riguarda chiunque legga, studi, scriva: credere che accumulare conoscenza equivalga a diventare migliori. Kempis non svaluta il sapere in sé, ma lo colloca al posto giusto — strumento, non fine — ed è un correttivo utile in un’epoca satura di informazioni disponibili all’istante ma povera, spesso, di quella trasformazione interiore che l’informazione da sola non produce.
Commento finale
Prima di chiudere gli occhi in silenzio, si può provare a chiedersi: quanto di ciò che so oggi ha effettivamente cambiato qualcosa in me? E se la risposta fatica ad arrivare, forse è proprio lì — in quella fatica — che comincia la compunzione di cui parla Kempis: non un sapere più vasto, ma un cuore un poco più mosso.
Omnes voces audi; sapientiam quaere; humanior esto.
Traduzione:
Ascolta tutte le voci; cerca la sapienza; diventa più umano.
