Argomenti: Filosofia della mente – esperimento – coscienza
Come un piccolo animale notturno è diventato il rompicapo filosofico più difficile da chiudere del nostro tempo
Prova a fare questo esperimento, per un istante: chiudi gli occhi e prova a immaginare di percepire il mondo non con la vista, ma emettendo suoni e ascoltando come rimbalzano sugli oggetti. Non riesci, vero? Puoi solo immaginare te stesso mentre lo fai con i tuoi occhi chiusi — non puoi immaginare cosa si proverebbe davvero a farlo con un cervello e un corpo fatti per quello. Questo piccolo fallimento dell’immaginazione, apparentemente banale, è diventato uno dei punti più discussi della filosofia contemporanea, ed è il posto migliore da cui cominciare a ragionare su cosa sia davvero la coscienza.
Un saggio che ha trovato le parole giuste
Nel 1974 il filosofo americano Thomas Nagel pubblicò un saggio dal titolo insolitamente concreto per un testo filosofico: What Is It Like to Be a Bat?, “Cosa si prova a essere un pipistrello?”. Non è un trattato lungo né oscuro: è, piuttosto, un esperimento mentale costruito con precisione chirurgica — e proprio per questo, cinquant’anni dopo, resta il punto da cui è quasi impossibile non passare quando si vuole discutere di coscienza sul serio.
Nagel nasce nel 1937 a Belgrado, da una famiglia ebrea che emigra negli Stati Uniti poco dopo la sua nascita, e diventa uno dei filosofi più influenti della sua generazione, legato per gran parte della carriera alla New York University. Si occupa di filosofia della mente — la branca della filosofia che studia cosa siano gli stati mentali e come si rapportino al corpo — ma anche di etica e filosofia politica. In un’epoca in cui la filosofia si spingeva sempre più verso il materialismo scientifico — l’idea che tutto ciò che esiste, mente compresa, si riduca in ultima analisi a processi fisici descrivibili dalla scienza — Nagel non si accontenta delle risposte troppo facili, in nessuna delle due direzioni: non è uno spiritualista, non crede in un’anima separata dal corpo, ma è convinto che il materialismo del suo tempo prometta più di quanto possa davvero mantenere.
Perché proprio un pipistrello
Negli anni Sessanta e Settanta dominava in filosofia il cosiddetto fisicalismo riduzionista: l’idea che ogni stato mentale — un pensiero, un desiderio, la percezione di un colore — non sia altro che uno stato fisico del cervello, e che descrivere completamente quello stato fisico equivalga a descrivere completamente la mente. Nagel costruisce il suo esperimento mentale proprio per mostrare che questa equazione, per quanto scientificamente attraente, lascia fuori qualcosa.
La scelta del pipistrello non è casuale. È abbastanza vicino a noi biologicamente — un mammifero, con un sistema nervoso, capace con ogni probabilità di provare stati che chiamiamo esperienze — ma percepisce il mondo attraverso l’ecolocalizzazione: emette ultrasuoni e ne interpreta gli echi per costruire una mappa dello spazio circostante, un senso che noi umani non possediamo in alcuna forma paragonabile. È l’animale perfetto per l’esperimento: abbastanza simile a noi da avere sicuramente un’esperienza soggettiva, abbastanza diverso da renderla inaccessibile alla nostra immaginazione.
L’argomento centrale, passo dopo passo
Nagel chiede al lettore di immaginare di conoscere tutto, ma davvero tutto, sul funzionamento fisico del pipistrello: ogni impulso nervoso attivato dal sonar, ogni struttura del suo cervello, ogni dettaglio della sua biologia. Anche con questa conoscenza completa — sostiene — mancherebbe comunque una cosa: sapere cosa si prova a essere quel pipistrello, a vivere il mondo dal suo punto di vista interno. Quella mancanza è irriducibile: nessuna quantità di dati oggettivi, per quanto esaustiva, può sostituire il punto di vista soggettivo di chi vive davvero quello stato.
Da qui nasce la formula che ha reso il saggio celebre, e che vale la pena tenere a mente parola per parola: un organismo ha stati mentali coscienti se e solo se “c’è qualcosa che si prova a essere” quell’organismo — there is something it is like to be that organism. Non è una definizione tecnica in senso scientifico: è un modo per indicare con precisione cosa intendiamo quando diciamo che qualcuno, o qualcosa, è cosciente, distinguendolo con nettezza da tutto ciò che può essere descritto solo dall’esterno.
Perché ha cambiato la discussione
Prima di Nagel, molti filosofi materialisti pensavano che il problema della coscienza fosse, in fondo, una questione di tempo: bastava aspettare che la neuroscienza progredisse abbastanza, e la mente sarebbe stata spiegata come qualunque altro fenomeno naturale. Nagel mostra qualcosa di più inquietante: il problema non è la mancanza attuale di dati, ma un limite strutturale. Anche con una scienza del cervello perfetta e completa, il punto di vista soggettivo resterebbe fuori dalla descrizione oggettiva — perché la descrizione oggettiva, per sua natura, guarda le cose dall’esterno, mentre l’esperienza è per definizione ciò che si vive dall’interno.
È questa intuizione, precisa e quasi geometrica, che vent’anni dopo permetterà al filosofo David Chalmers di formulare quello che chiamerà il problema difficile della coscienza: non come funziona il cervello, ma perché quel funzionamento produca, per chi lo vive, un’esperienza dall’interno invece di avvenire semplicemente al buio. Chalmers riconosce esplicitamente il proprio debito verso Nagel: senza il pipistrello del 1974, il problema difficile del 1995 non avrebbe avuto le parole per essere formulato con altrettanta nitidezza.
Perché ci riguarda ancora oggi
Ciò che rende questo saggio un punto di partenza solido, e non una tappa superata, è che non prende posizione su come risolvere il problema — non dice se la coscienza sia materiale o no, se sia spiegabile dalla scienza futura o mai. Si limita a mostrare, con un solo esempio ben scelto, che il problema esiste ed è più profondo di quanto si pensasse. Per questo può fare da fondamenta a percorsi anche molto diversi tra loro — da chi cerca di misurare scientificamente la coscienza attraverso l’integrazione dell’informazione, a chi sospetta che il “cosa si prova” sia in parte un racconto che il cervello fa a se stesso — e, non ultimo, a chi oggi si trova a discutere di questi temi con un’intelligenza artificiale, un interlocutore che rende la domanda di Nagel meno astratta di quanto fosse nel 1974: non più solo “cosa si prova a essere un pipistrello”, ma “cosa si prova, se c’è qualcosa, a essere un sistema che elabora linguaggio con questa fluidità” — una domanda a cui, con tutta onestà, nessuno sa ancora rispondere.

Un pensiero riguardo “Il pipistrello di Nagel”