la vera immortalità di un uomo non sta nel non morire, ma in ciò che lascia dietro di sé
Autore e la fonte
L’Epopea di Gilgamesh è il più antico grande poema narrativo giunto fino a noi, composto in accadico (la lingua degli antichi babilonesi e assiri) a partire da tradizioni sumeriche più antiche ancora, e fissato nella sua forma più completa intorno al XII secolo a.C. sulle dodici tavolette di argilla ritrovate nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive. Non ha un autore nel senso moderno: è il sedimento di secoli di racconti orali, rielaborati da scribi che restano anonimi. È un testo che l’umanità ha scritto collettivamente, prima ancora di avere Omero o la Bibbia come la conosciamo.
Testo da meditare
Gilgamesh, re di Uruk, ha appena visto morire Enkidu, l’amico che era per lui come un fratello — anzi, come la metà di se stesso. Per la prima volta un uomo fortissimo, mezzo dio, si accorge che la morte non è un concetto astratto ma una cosa che entra nella stanza e porta via chi ami. Getta via la corona, si veste di pelli come un uomo selvaggio, e comincia a vagare per il mondo in cerca di una risposta che nessuno gli ha mai chiesto di cercare: come si può vivere, sapendo che si deve morire?
Arriva fino ai confini della terra conosciuta, dove incontra Siduri, la donna che custodisce la locanda degli dèi, ai margini del mare che nessun mortale ha mai attraversato. Lei lo ascolta e non gli offre l’immortalità che lui cerca — perché quella, gli dice, non è stata data agli uomini, ma solo agli dèi. Gli offre invece qualcosa di più semplice e più difficile da accettare: la vita così com’è, fatta di pane caldo, di acqua fresca, di una veste pulita, di un bambino che ti tiene per mano, di una donna che ti aspetta la sera. Non fuggire la morte cercandola altrove, sembra dirgli: abita la vita che hai, con pienezza, perché è l’unica cosa che ti appartiene davvero.
Gilgamesh non le crederà subito. Continuerà il suo viaggio, troverà e perderà una pianta capace di ridare la giovinezza, la vedrà rubata da un serpente proprio mentre stava per portarla a casa. Solo alla fine, tornando alle mura di Uruk che lui stesso ha costruito, capirà che la vera immortalità di un uomo non sta nel non morire, ma in ciò che lascia dietro di sé — un’opera, una città, un ricordo capace di durare più a lungo del corpo che l’ha fatta.
Perché questo testo
Ho scelto Gilgamesh perché è, letteralmente, il primo testo della storia umana a porre per iscritto la domanda che ogni esercizio spirituale laico continua a porre: che senso ha vivere, se si deve morire? Quattromila anni prima di noi, un uomo di potere assoluto si è trovato nudo di fronte al lutto, e ha scoperto che nessuna forza, nessuna corona, nessuna metà-divinità lo mette al riparo dal dolore. La risposta che riceve — non l’eternità, ma la pienezza del presente — è sorprendentemente vicina a certe pagine di Epicuro o dell’Ecclesiaste che abbiamo già incontrato in questa rubrica: la sapienza più antica e quella più moderna si toccano.
Commento finale
Fermatevi un istante, stamattina, sul consiglio di Siduri: il pane caldo, l’acqua fresca, la veste pulita, la mano di un bambino. Non sono un invito al piccolo cabotaggio o alla rassegnazione, ma un promemoria severo: la vita che cerchiamo altrove — nella carriera, nella fama, in un domani sempre rimandato — è già qui, fatta di gesti minimi che diamo per scontati. Chiedetevi, prima di uscire di casa: a quale pane caldo, oggi, non sto prestando abbastanza attenzione?
