L’arco e il bersaglio

Argomenti: la verità – la fiducia – il capo – la morale

Ci sono due domande che accompagnano ogni giorno chi cerca di vivere da cittadino consapevole, e non da spettatore distratto della propria vita.

La prima: “Chi ha ragione?” La seconda: “Di chi posso fidarmi?” Sono domande strettamente legate — chi ha ragione, spesso, è anche di chi ci fidiamo — ma non sono la stessa domanda e confonderle è il primo errore da evitare. La prima riguarda la verità: che cosa è vero, che cosa è giusto, indipendentemente da chi lo sostiene. La seconda riguarda un rapporto: a chi affido, provvisoriamente, il compito di orientarmi verso quella verità, quando io stesso non ho il tempo, gli strumenti o le competenze per verificarla da solo.

È come avere in mano un arco, delle frecce, un bersaglio davanti e chiedersi da dove cominciare. Devo pensare prima al bersaglio — capire dove voglio arrivare, quale sia il fine da raggiungere — o devo pensare prima all’arco, a come è fatto, a come impugnarlo, a come tenderlo senza spezzarlo? Chi dice “prima il bersaglio” ha in mente la domanda sulla verità: senza sapere dove mirare, ogni tecnica è inutile, anche la più raffinata. Chi dice “prima l’arco” ha in mente la domanda sulla fiducia: senza uno strumento affidabile, anche il bersaglio più chiaro resta irraggiungibile, una frustrazione dello sguardo che non diventa mai azione. Il resto di queste pagine è, in fondo, un tentativo di rispondere a questa unica domanda pratica: da dove si comincia, e con quale prudenza.

Il bersaglio non basta da solo

Chi ha ragione? Sembra la domanda più semplice, onesta, quella che un uomo libero dovrebbe porsi per primo. Ma è anche una domanda che, presa da sola, rischia di paralizzare chiunque non sia uno specialista. Nessuno di noi ha il tempo, in una vita sola, di verificare personalmente più che una minima frazione di ciò che crede vero. Non abbiamo visto con i nostri occhi le prove della fisica delle particelle, non abbiamo assistito alle guerre puniche, non abbiamo controllato i dati sul clima stazione per stazione. Viviamo — e questo vale anche per lo scienziato più rigoroso nel proprio campo, che fuori da esso è testimone come chiunque altro — grazie a un tessuto fittissimo di fiducia riposta in altri. Non è una debolezza dell’epoca digitale: è la condizione strutturale dell’essere umano in società, riconosciuta già da Agostino d’Ippona, che secoli prima che esistesse un solo dato su internet osservava come la quasi totalità di ciò che sappiamo del mondo ci giunga per testimonianza altrui, non per verifica diretta.

Qui la seconda domanda si presenta come una necessità, non come una scorciatoia pigra. Se devo comunque dipendere da altri — e la dipendenza, va detto con chiarezza, non è un difetto morale ma una condizione della vita associata, tanto quanto lo è dover accettare cure mediche di cui non conosco la biochimica, o viaggiare su ponti che non ho progettato — allora la domanda “di chi fidarmi” diventa il primo passo pratico, quello che rende possibile muoversi nel mondo mentre la ricerca della verità, più lenta, prosegue sullo sfondo.

Fidarsi troppo presto: il rischio nascosto

Ma qui la dialettica si accende, ed è bene non nasconderla. Se il criterio con cui scelgo diventa “questa persona mi ispira fiducia” invece di “questa affermazione regge alla prova”, il passo verso il seguire ciecamente un capo carismatico è breve — e la storia è piena di uomini e donne che si sono fidati con tutto il cuore, e avevano torto. Hannah Arendt, che ha studiato da vicino la genesi dei totalitarismi novecenteschi, ha mostrato una cosa che sorprende, e che vale la pena tenere a mente: i regimi più devastanti del Novecento non sono nati perché milioni di persone credevano a delle bugie specifiche. Sono nati quando quelle persone hanno smesso di avere un criterio qualsiasi per distinguere vero e falso, quando ogni versione è sembrata equivalente a ogni altra, e la domanda “di chi fidarsi” ha sostituito del tutto, anziché semplicemente precedere, la domanda “che cosa è vero”. Fidarsi troppo, e troppo in fretta, di chi sembra affidabile, è precisamente il meccanismo attraverso cui la ragione viene sospesa senza che nessuno se ne accorga.

C’è poi un secondo nodo, che tocca da vicino chi vive in una società democratica: la ragione, spesso, sta dalla parte della maggioranza, o dalla parte del più forte — e questo non è un caso, è quasi una definizione operativa di come funzionano le decisioni collettive. Devo accettare il verdetto della maggioranza anche quando non sono d’accordo? È il dilemma che Socrate, condannato ingiustamente, si pose ventiquattro secoli fa nella sua cella, in attesa dell’esecuzione: gli amici gli offrivano di fuggire, la sentenza era ai suoi occhi ingiusta, eppure scelse di restare, sostenendo che chi vive dentro una comunità di leggi ha accettato implicitamente, vivendoci, giovandone, un patto che non si può disdire solo quando torna scomodo. È una posizione che convince fino a un certo punto, e che oggi troviamo eccessivamente remissiva: non è affatto scontato che l’obbedienza sia sempre dovuta, specialmente quando la legge non si limita a scomodarci personalmente ma ci rende complici di un danno verso altri.

Pagare le tasse, costruire armi: dove finisce l’obbedienza

È il caso, molto concreto, di chi si chiede se pagare tributi che finanzieranno armamenti capaci di uccidere innocenti significhi rendersi complice di quella morte. Un secolo e mezzo fa, in America, Henry David Thoreau si rifiutò di pagare le tasse al proprio governo perché quelle tasse finanziavano una guerra che riteneva ingiusta e sostenevano la schiavitù: passò una notte in carcere per quel rifiuto, e ne trasse un testo — *Sulla disobbedienza civile* — che è diventato uno dei riferimenti più citati, da Gandhi a Martin Luther King, per chi si è chiesto se esista un dovere morale di non collaborare con l’ingiustizia, anche quando la legge impone il contrario. La sua tesi era netta: se una legge mi obbliga a essere strumento di un’ingiustizia verso un altro, il dovere verso la mia coscienza viene prima del dovere verso lo Stato. Ma anche questa posizione, presa alla lettera, apre un problema che non si può ignorare: se ciascuno decidesse da sé, sulla base della propria coscienza individuale, quali leggi meritano obbedienza, la vita comune diventerebbe impraticabile — ognuno avrebbe la propria eccezione, ognuno il proprio buon motivo. La differenza, probabilmente, sta nella disponibilità a pagarne pubblicamente il prezzo, ad assumersi la responsabilità del proprio rifiuto davanti a tutti, invece di sottrarsi in silenzio: è quello che distingue la disobbedienza civile, come atto pubblico e assunto, dalla semplice evasione.

Tornare all’arco: fidarsi non della persona, ma del metodo

Se fidarsi ciecamente di una persona è pericoloso, e se accettare ciecamente ogni legge della maggioranza è altrettanto discutibile, resta da capire su che cosa si possa davvero appoggiare la fiducia, almeno all’inizio del cammino, quando ancora non abbiamo gli strumenti per giudicare nel merito. Qui viene in soccorso un’immagine che risolve, almeno in parte, il nodo dell’arco e del bersaglio insieme. Cartesio, in un’epoca di sconvolgimenti religiosi e scientifici non troppo diversa dalla nostra per la quantità di certezze crollate, si trovò davanti esattamente al nostro problema: come vivere, come agire ogni giorno, mentre si sottopone a dubbio metodico ogni credenza ricevuta, in attesa di ricostruire su basi solide? La sua soluzione, esposta nel *Discorso sul metodo*, fu pratica, quasi disarmante nella sua semplicità: prima di poter ricostruire l’edificio della conoscenza, occorre una “morale provvisoria” — poche regole di condotta, tra cui obbedire alle leggi e ai costumi del proprio paese, mantenendo con moderazione le opinioni più comuni tra le persone più assennate, senza però smettere mai, nel frattempo, di proseguire la ricerca. In altre parole: ci si può fidare provvisoriamente, per necessità di vita, di un metodo condiviso e collaudato — le leggi, le consuetudini, le pratiche verificate nel tempo — senza che questo significhi arrendersi definitivamente sulla domanda della verità. Il bersaglio resta fermo all’orizzonte; l’arco, nel frattempo, va comunque imbracciato per non restare immobili.

Questo sposta la domanda “di chi fidarmi” verso una versione più solida: non tanto una persona, quanto un metodo — trasparente, verificabile, disposto a correggersi quando emergono nuove prove. È una fiducia più fredda, meno calorosa di quella riposta in un volto o in una voce, ma proprio per questo più resistente: un metodo non ha bisogno di piacerci per essere affidabile, e non ci tradisce cambiando umore.

Anche il metodo si può recitare

Eppure, sarebbe ingenuo fermarsi qui, come se il problema fosse risolto. Anche un metodo può essere solo simulato. Viviamo in un tempo che ha fatto della trasparenza, della certificazione, della verifica pubblica quasi un culto — eppure la filosofa Onora O’Neill ha osservato, con una lucidità scomoda, che questa ossessione per il controllo produce spesso l’effetto opposto a quello dichiarato: più procedure, più bollini di garanzia, più dichiarazioni di trasparenza non generano automaticamente più fiducia autentica, generano talvolta solo una recita della fiducia, un teatro dell’accountability che sposta l’attenzione dalla sostanza alla forma. Chi vuole ingannare, oggi, non evita più il linguaggio del metodo: lo imita. Cita le fonti senza averle davvero verificate, dichiara trasparenza mentre seleziona accuratamente cosa mostrare.

C’è poi un secondo limite, ancora più scomodo da ammettere, messo a fuoco dalla filosofa Miranda Fricker: chi viene creduto e chi no non dipende soltanto dal merito reale delle sue argomentazioni. Dipende anche da pregiudizi che riguardano chi parla — l’accento, il genere, la provenienza sociale, il titolo esibito — e che distorcono sistematicamente il credito che diamo alle persone, indipendentemente dalla qualità di ciò che dicono. La fiducia, insomma, non è mai un terreno perfettamente neutro: è attraversata da rapporti di potere che nessun metodo, per quanto ben congegnato, elimina del tutto da solo.

Non un porto, ma una rotta

Resta allora una domanda aperta, ed è giusto lasciarla aperta invece di chiuderla con una formula rassicurante che non reggerebbe alla prova dei fatti: chi controlla che il metodo dichiarato sia davvero seguito, e non solo esibito? La risposta onesta è che nessuno lo controlla una volta per tutte. Non esiste un punto di arrivo in cui ci si può fidare in modo definitivo — né di una persona, né di un’istituzione, né di un metodo — mettendo la questione a riposo per sempre. Esiste solo una pratica da rinnovare ogni giorno: la vigilanza critica permanente, la disponibilità a sospendere di nuovo il giudizio quando qualcosa non torna, anche verso ciò in cui ieri avevamo riposto fiducia.

Forse, allora, la vera risposta alla domanda su cosa impugnare o esaminare per primo — l’arco o il bersaglio — è che nessuno dei due può restare fermo mentre si usa l’altro. Si tende l’arco tenendo lo sguardo sul bersaglio, si corregge la mira sentendo la tensione della corda: sono due gesti simultanei, non due tempi separati. Così è per chi ha ragione e di chi fidarsi: non due tappe di un percorso che finisce, ma due domande da tenere sempre insieme, la seconda al servizio della prima, mai sostituto di essa — perché il giorno in cui smettessimo di chiederci chi ha ragione, accontentandoci per sempre di sapere solo di chi ci fidiamo, avremmo smesso di essere cittadini liberi, e saremmo diventati soltanto fedeli.

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