Un laico sincero non domanda: “Chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Keats e la capacità negativa
L’autore
John Keats nacque a Londra nel 1795 e morì a Roma nel 1821, ad appena venticinque anni. È difficile ricordare un’altra vita tanto breve che abbia lasciato un’impronta così profonda nella poesia europea. Rimasto presto orfano, studiò medicina e si qualificò come speziale e chirurgo, ma comprese che la sua strada sarebbe stata la poesia. In pochissimi anni scrisse opere destinate a entrare nella letteratura universale: Ode to a Nightingale, Ode on a Grecian Urn, To Autumn.
La sua esistenza conobbe molto presto la precarietà, la perdita e la morte. La madre e il fratello Tom morirono di tubercolosi; Keats stesso si ammalò della stessa malattia. Nel 1820 lasciò l’Inghilterra e raggiunse l’Italia nella speranza che il clima più mite potesse giovargli. Morì a Roma il 23 febbraio 1821 ed è sepolto nel Cimitero Acattolico, accanto alla Piramide Cestia. Aveva chiesto che sulla lapide non comparisse il suo nome, ma soltanto la frase:
«Here lies One Whose Name was writ in Water.»
Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua.
Il nome che egli temeva fosse destinato a dissolversi è invece rimasto.
La fonte
Per la meditazione di oggi non partiamo da una poesia, ma da una lettera privata. Tra il 21 e il 27 dicembre 1817 Keats scrive ai fratelli George e Thomas. Racconta di una conversazione avuta pochi giorni prima e annota che improvvisamente qualcosa gli è diventato chiaro: ha compreso quale qualità sia necessaria per formare un uomo capace di grandi realizzazioni, soprattutto nella letteratura.
È in quel momento che inventa un’espressione destinata a una fortuna enorme: Negative Capability, capacità negativa.
Le sue parole sono queste:
«I mean Negative Capability, that is when a man is capable of being in uncertainties, Mysteries, doubts…»
Possiamo tradurle: Intendo la capacità negativa, cioè quando un uomo è capace di stare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi…
Keats aggiunge subito un elemento decisivo: bisogna riuscire a rimanervi «without any irritable reaching after fact & reason», senza quell’impaziente e irritabile affannarsi alla ricerca immediata del fatto e della ragione.
Sono poche righe. Keats non costruì mai una teoria sistematica della capacità negativa. E forse proprio per questo l’espressione è rimasta viva: indica un’esperienza prima ancora che una dottrina.
Perché la scelta di oggi?
Siamo arrivati a Keats passando attraverso Rainer Maria Rilke. Nelle Lettere a un giovane poeta, Rilke invita Franz Xaver Kappus ad avere pazienza verso ciò che nel suo cuore è ancora irrisolto e ad amare le domande stesse. È il celebre invito a «vivere le domande», nella speranza che un giorno, quasi senza accorgersene, si possa arrivare a vivere dentro la risposta.
Rilke scrive queste parole nel 1903. Keats aveva avuto un’intuizione sorprendentemente vicina quasi un secolo prima, nel 1817. Se Rilke ci dice di vivere le domande, Keats ci suggerisce quale disposizione interiore sia necessaria per riuscirci: essere capaci di sopportare che la risposta, per qualche tempo, non ci sia.
Ho scelto questa pagina perché tocca un problema che riguarda profondamente anche il nostro presente. Viviamo in un’epoca nella quale siamo circondati dalle risposte. Possiamo interrogare libri, giornali, televisioni, motori di ricerca, reti sociali, esperti e oggi persino macchine capaci di elaborare in pochi secondi enormi quantità di informazioni. Tutto questo costituisce un progresso straordinario. Ma porta con sé un rischio nuovo: ricevere una risposta prima ancora di avere compreso veramente la domanda.
La meditazione
Imparare a non sapere
Ci hanno insegnato, giustamente, che sapere è una forza. La conoscenza ci libera dalla superstizione, permette alla medicina di curare, alla scienza di comprendere la natura, alla storia di distinguere almeno in parte i fatti dalle leggende. La capacità negativa di Keats non è un elogio dell’ignoranza, né un invito a diffidare della ragione. Sarebbe un grave fraintendimento.
La domanda posta da Keats è molto più sottile: che cosa facciamo nel tempo che intercorre tra la domanda e la risposta? Che cosa facciamo quando, semplicemente, non sappiamo ancora?
L’essere umano sembra sopportare male il vuoto. Se non conosce la causa di un avvenimento, tende a immaginarne una. Se accade qualcosa di terribile, cerca immediatamente un colpevole. Se una situazione è troppo complessa, prova a ridurla a una spiegazione semplice. Se incontra qualcuno che pensa diversamente, sente spesso il bisogno di collocarlo rapidamente dentro una categoria: destra o sinistra, progressista o conservatore, credente o ateo, amico o nemico. Le categorie sono necessarie: senza di esse sarebbe quasi impossibile pensare. Il problema comincia quando dimentichiamo che la realtà è sempre più grande della categoria nella quale l’abbiamo collocata.
Esiste in noi un bisogno di chiudere. Una questione aperta ci inquieta; una risposta ci rassicura. «Ho capito come stanno le cose». «So chi ha ragione». «So chi è responsabile». «So che cosa accadrà». Quando possiamo pronunciare queste frasi, proviamo un senso di sicurezza.
Ma qualche volta otteniamo la tranquillità al prezzo della verità. Keats ci invita a resistere proprio in quel punto. Essere capaci di stare, dice, nelle «uncertainties, Mysteries, doubts»: nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi. Non scappare immediatamente. Non riempire il vuoto con la prima spiegazione disponibile. Non trasformare un’ipotesi in un fatto soltanto perché abbiamo bisogno che il mondo torni rapidamente comprensibile. C’è una frase semplicissima che diventa allora un piccolo esercizio spirituale laico: Non lo so ancora. La parola decisiva è ancora.
Dire «non lo so» può sembrare una resa. Dire «non lo so ancora» significa invece riconoscere un limite e, contemporaneamente, continuare la ricerca. È molto diverso dal sostenere che la verità non esista o che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore. La capacità negativa non dice: non possiamo conoscere. Dice piuttosto: non fingiamo di conoscere prima di conoscere. È una distinzione fondamentale. Possiamo immaginare tre persone davanti alla stessa domanda. La prima dice: «So già la risposta». La seconda dice: «Non esiste nessuna risposta». La terza dice: «Non so ancora; cerchiamo». Keats sta dalla parte della terza. Il fanatico ha quasi sempre bisogno di poche domande e di molte risposte. Il ricercatore, invece, deve essere capace di convivere per qualche tempo con un’ipotesi non verificata. Lo scienziato formula una spiegazione sapendo che potrebbe essere smentita. Lo storico ricostruisce un avvenimento sapendo che un documento sconosciuto potrebbe costringerlo a modificarne l’interpretazione. Un giudice dovrebbe resistere alla pressione di condannare prima che le prove siano sufficienti. Un medico, davanti a sintomi ambigui, considera diagnosi differenti prima di scegliere quella che meglio corrisponde ai fatti. Perché non dovrebbe valere qualcosa di simile anche per noi? Possiamo imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo, ciò che abbiamo verificato da ciò che abbiamo soltanto sentito raccontare, ciò che desideriamo sia vero da ciò che i fatti ci permettono davvero di affermare. Questo non indebolisce la ricerca della verità. Al contrario, la protegge dalla nostra impazienza. La saggezza consiste forse proprio nel distinguere quando è il momento di aspettare e quando è il momento di decidere.
Restare sulla soglia
La capacità negativa può essere immaginata come una soglia. Dietro di noi c’è ciò che credevamo di sapere; davanti a noi qualcosa che ancora non comprendiamo. La tentazione è forte: tornare indietro verso la vecchia certezza oppure precipitarsi avanti afferrando la prima risposta disponibile. Keats suggerisce una terza possibilità: restare per qualche tempo sulla soglia. Guardare. Ascoltare. Cercare. Lasciarsi sorprendere. Proprio lì può nascere qualcosa. Un poeta può trovarvi una poesia. Uno scienziato un’ipotesi. Un filosofo una domanda migliore. Una persona comune può scoprire che l’altro non era esattamente come lo aveva immaginato. Forse la maturazione avviene spesso in questi territori intermedi. È un luogo scomodo. Ma può essere un luogo fecondo.
Rilke incontra Keats
È qui che Rilke ritorna accanto a Keats. Nel 1903 scrive al giovane Kappus: «Live the questions now.» Viva ora le domande. E aggiunge l’idea che, forse, vivendo gradualmente e quasi senza accorgersene, un giorno si possa arrivare a vivere dentro la risposta. Keats e Rilke non stanno dicendo esattamente la stessa cosa. Non dobbiamo sovrapporli. Keats ragiona soprattutto sulla qualità del poeta e della mente creativa; Rilke parla a un giovane inquieto che cerca una direzione per la propria esistenza. Eppure, tra loro corre un filo. Entrambi ci dicono: non avere troppa fretta di eliminare ciò che non comprendi. C’è una conoscenza che otteniamo raccogliendo dati, verificando documenti, studiando e ragionando. Ma esistono anche comprensioni che richiedono tempo perché non deve cambiare soltanto ciò che sappiamo: dobbiamo cambiare noi che sappiamo. Alcune risposte arrivano quando troviamo un’informazione. Altre quando diventiamo capaci di comprenderle.
Anche noi siamo incompiuti
La capacità negativa può infine essere rivolta verso noi stessi. Abbiamo una sorprendente tendenza a considerarci conclusi. «Io sono fatto così». «Ho sempre pensato questo». «Alla mia età non cambio». Sono frasi che sembrano descriverci, ma possono trasformarsi in prigioni. Finché siamo vivi, invece, qualcosa rimane aperto. Possiamo scoprire di avere avuto torto. Possiamo abbandonare un pregiudizio. Possiamo chiedere perdono. Possiamo perdonare. Possiamo comprendere una persona che avevamo giudicato troppo in fretta. Possiamo cambiare opinione senza considerarci traditori di noi stessi. Forse la capacità negativa è anche questo: lasciare dentro di noi un piccolo spazio non ancora occupato dalle nostre certezze. Uno spazio nel quale la realtà possa ancora sorprenderci.
Chiosa
Rilke ci invita a vivere le domande. Keats ci insegna la disposizione necessaria per riuscirci: essere capaci di rimanere, almeno per qualche tempo, nelle «uncertainties, Mysteries, doubts», senza correre subito a riempirle con una risposta. Tra il sapere e il non sapere esiste uno spazio prezioso. È lo spazio della ricerca. Non bisogna abitarlo per sempre. La vita ci chiede anche decisioni, giudizi, responsabilità. Ma non dobbiamo neppure attraversarlo tanto velocemente da non vedere ciò che contiene. Forse la saggezza non consiste nell’avere una risposta per tutto. Consiste anche nel sapere quando abbiamo il diritto di essere certi e quando abbiamo il dovere di continuare a cercare.
Per oggi possiamo allora portarci dietro tre parole che Keats non scrisse esattamente così, ma che mi sembrano custodire bene la sua intuizione: Non lo so ancora. Non è una dichiarazione di sconfitta. È una promessa fatta alla verità.

Surge et age.
Alzati e agisci.