En una noche oscura, con ansias, en amores inflamada
C’è una regola non scritta per entrare in questa poesia, ed è la stessa che vale per ogni cosa davvero preziosa: non avere fretta di capirla. Otto strofe brevissime, scritte da un uomo appena fuggito da una prigione, eppure capaci di contenere un’intera antropologia dello spirito. Nel primo articolo abbiamo ripercorso la vita di Giovanni della Croce — la povertà, la prigionia di Toledo, il nada come scoperta esistenziale prima ancora che come dottrina. Ora è il momento di entrare nel testo che quella notte ha generato: la Notte oscura, letta strofa per strofa, come se Giovanni stesse parlando a un lettore di oggi.
Una notte che comincia con la felicità
Il primo verso è già uno spiazzamento:
«En una noche oscura, con ansias, en amores inflamada, ¡oh dichosa ventura!, salí sin ser notada, estando ya mi casa sosegada.»
In italiano: in una notte oscura, ardente d’ansia, infiammata d’amore, oh felice ventura, uscii senza essere vista, mentre la mia casa era ormai quieta.
Ci aspetteremmo che una poesia intitolata Notte oscura si aprisse con lo spavento. Invece Giovanni scrive ¡oh dichosa ventura! — oh felice sorte. È la prima, decisiva sorpresa del testo: la notte può essere una fortuna. Non perché soffrire sia bello — su questo punto conviene essere chiarissimi fin da subito, e ci torneremo — ma perché esistono cose che possiamo vedere soltanto quando si spengono certe luci troppo forti, quelle che di giorno ci abbagliano al punto da non farci vedere nulla.
La casa finalmente quieta
“Estando ya mi casa sosegada” — mentre la mia casa era ormai quieta. È un’immagine che vale la pena fermare a lungo, perché la “casa” qui non è un edificio: è la persona intera. I desideri, le paure, le pretese, il bisogno costante di approvazione, il dialogo interiore che non si interrompe mai.
Proviamo a immaginare quanto sia difficile, per noi, avere una casa interiore sosegada, quieta. Sul comodino uno smartphone che non smette di chiamarci. Notifiche, messaggi, notizie, musica, pubblicità, il flusso costante di qualcuno che vuole qualcosa dalla nostra attenzione. Giovanni propone l’esatto opposto: un silenzio interiore finalmente raggiunto, non come vuoto minaccioso, ma come condizione necessaria perché il viaggio possa cominciare.
Sicura nel buio
La seconda strofa introduce un paradosso che attraversa l’intero poema:
«A oscuras y segura, por la secreta escala, disfrazada…»
Al buio, eppure sicura, per la scala segreta, nascosta. Normalmente il nostro istinto ragiona così: vedo, dunque sono al sicuro. Giovanni rovescia lo schema: non vedo — eppure procedo, e sono sicura proprio mentre non vedo.
È la condizione fondamentale di ogni esistenza umana, credente o no. Vorremmo sapere come andrà a finire, se le nostre scelte sono quelle giuste, che cosa ci aspetta. Non abbiamo quasi mai risposte definitive, eppure dobbiamo vivere lo stesso, camminare lo stesso. Giovanni chiama questa capacità fede. Ma resta perfettamente comprensibile — e utilizzabile — anche da chi preferisce chiamarla, più semplicemente, fiducia nell’attraversare l’incertezza senza pretendere di eliminarla prima di muoversi.
La scala che nessuno vede
“Por la secreta escala” — attraverso la scala segreta. Che cos’è questa scala? Giovanni la intende in senso teologico, ma si lascia leggere anche in chiave più ampiamente esistenziale: le trasformazioni più profonde di una vita avvengono quasi sempre per vie che gli altri non vedono. Una perdita, un amore, una malattia, una solitudine prolungata, una lettura che arriva al momento giusto, un incontro casuale, un pomeriggio in cui d’improvviso capiamo qualcosa di noi che prima ci sfuggiva.
Da fuori, in quei momenti, sembriamo identici a prima. Dentro, abbiamo salito un gradino che nessun altro può misurare al posto nostro. Questa è, per chiunque, la scala segreta.
Nessuna luce, se non quella del cuore
Arriviamo così alla strofa che forse più di ogni altra sembra scritta ieri:
«En la noche dichosa, en secreto, que nadie me veía, ni yo miraba cosa, sin otra luz y guía sino la que en el corazón ardía.»
Nella notte felice, in segreto, senza che nessuno mi vedesse, e senza che io guardassi cosa alcuna, senz’altra luce né guida se non quella che ardeva nel cuore.
Giovanni non vede nulla. Non possiede una mappa, non riceve istruzioni scritte. Eppure possiede una luce, interna, che nessuna oscurità esterna può spegnere. Ma attenzione a non fraintendere questo passaggio, come talvolta accade: Giovanni non sta dicendo, banalmente, “segui le tue emozioni”. Sarebbe l’esatto contrario del suo pensiero. Quella fiamma nel cuore non è il primo impulso che ci passa per la mente: è ciò che resta acceso dopo che il cuore è stato lentamente purificato da pretese, desideri possessivi, bisogno di controllo. Il desiderio grezzo dice “lo voglio subito”; la fiamma di cui parla Giovanni dice, con pazienza, “questa è la direzione”. La differenza tra le due voci è enorme, ed è proprio ciò che rende difficile — e prezioso — imparare a distinguerle.
Più sicura della luce di mezzogiorno
Il verso successivo porta questo paradosso al suo culmine:
«Aquesta me guiaba más cierto que la luz del mediodía…»
Quella luce mi guidava più sicuramente della luce di mezzogiorno.
Come può un cammino notturno essere più chiaro di uno diurno? Perché esiste una forma di conoscenza che nasce dall’accumulare informazioni — e possiamo possederne moltissime, restando comunque smarriti — e ne esiste un’altra, più rara, che nasce quando abbiamo tolto di mezzo ciò che ci impediva davvero di vedere. Si può sapere moltissimo e non avere chiaro nulla della propria direzione; oppure si può non sapere quasi nulla del percorso davanti a sé, e avere però limpidissimo il motivo per cui ci si sta muovendo. È una distinzione che attraversa l’intero poema, e che vale la pena portare con sé ben oltre la lettura di questi versi.
L’incontro con l’Amato
A questo punto la poesia cambia registro. Fin qui sembrava il racconto di una fuga; ora scopriamo verso chi era diretta: l’Amato. Giovanni sceglie deliberatamente il linguaggio della grande poesia d’amore, la stessa che percorre il Cantico dei Cantici biblico, sua fonte dichiarata. L’anima è l’amante, Dio è l’Amato — non siamo davanti a un trattato di teologia, ma a un incontro amoroso raccontato con tutta l’intensità che il genere comporta.
È una scelta tutt’altro che scontata. Per Giovanni la relazione più profonda con il divino non passa attraverso l’obbedienza, la paura del castigo, la legge osservata per timore: passa attraverso il desiderio.
«¡Oh noche que guiaste! ¡oh noche amable más que el alborada! ¡oh noche que juntaste Amado con amada, amada en el Amado transformada!»
O notte che mi guidasti, o notte più amabile dell’aurora, o notte che congiungesti l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata. L’ultima parola è la più importante di tutte: trasformata. Non semplicemente consolata, non premiata per la sofferenza sopportata, non salvata dal dolore. Trasformata. Per Giovanni, l’esperienza spirituale autentica non consiste nel vedere cose straordinarie: consiste nel diventare, realmente, diversi da prima.
Perché diffidava delle visioni
Da qui si può capire un aspetto solo apparentemente paradossale della sua figura: un mistico che diffida profondamente dei fenomeni mistici. Visioni, voci interiori, estasi — Giovanni non le cerca, anzi mette in guardia da esse, perché possono facilmente diventare cibo per l’ego travestito da esperienza spirituale: “Dio parla proprio a me”, “possiedo un dono che gli altri non hanno”. La domanda che davvero gli interessa non è mai “che cosa hai visto?”, ma “che cosa sei diventato?” — un criterio che, va detto, resterebbe scomodo e utile anche fuori da ogni contesto religioso, ogni volta che qualcuno confonde l’intensità di un’esperienza con il suo effetto reale sulla propria vita.
La tenerezza, dopo la vertigine
Dopo tutta questa teologia vertiginosa, arriva una delle immagini più sorprendentemente intime dell’intero poema:
«En mi pecho florido, que entero para él solo se guardaba, allí quedó dormido, y yo le regalaba, y el ventalle de cedros aire daba.»
L’Amato si addormenta sul petto dell’amata; lei lo accarezza; i cedri muovono dolcemente l’aria. Dopo Dio, il nulla, la purificazione, l’ascesi, la fede nuda, Giovanni approda a qualcosa di semplicissimo: la tenerezza. Ed è un punto decisivo per capire tutto il resto — la sua mistica non si conclude in un’astrazione fredda. Si conclude in un’intimità concreta, quasi domestica.
Dimenticarsi di sé
L’ultima strofa contiene, forse, la parola più liberatoria dell’intero testo:
«Quedéme y olvidéme, el rostro recliné sobre el Amado; cesó todo, y dejéme, dejando mi cuidado entre las azucenas olvidado.»
Rimasi, e mi dimenticai di me; reclinai il volto sull’Amato; tutto cessò, e mi abbandonai, lasciando ogni mia preoccupazione dimenticata tra i gigli.
Quedéme y olvidéme — rimasi, e mi dimenticai di me. Qui Giovanni tocca lo stesso punto toccato, un paio di secoli prima, da Meister Eckhart: il problema dell’uomo non è soltanto dimenticare se stesso quando dovrebbe ricordarsi — è, altrettanto spesso, l’esatto contrario, il pensare continuamente a sé. Come appaio? Che cosa pensano di me? Sto ottenendo ciò che merito? Sto perdendo qualcosa? Un flusso di io, io, io che raramente si interrompe. Per un istante, in questi versi, quel flusso tace — non perché l’io venga distrutto, ma perché smette, semplicemente, di occupare tutto lo spazio disponibile.
Dove Giovanni incontra Eckhart
Eckhart avrebbe chiamato questo stato Gelassenheit: lasciare, lasciar essere, abbandonare la presa su ogni cosa, incluso se stessi. Giovanni scrive cesó todo, y dejéme — tutto cessò e mi lasciai andare. Non sono la stessa dottrina, e sarebbe scorretto appiattire due pensatori distanti nel tempo e nel linguaggio; ma l’intuizione condivisa è impressionante nella sua vicinanza: la pienezza arriva proprio quando smettiamo di volerla possedere con le nostre forze. È qui, in questo preciso punto, che il celebre nada di Giovanni smette di essere una formula astratta e diventa un’esperienza raccontata verso per verso.
Ciò di cui la Notte oscura parla davvero
La sorpresa più grande, arrivati alla fine, è forse questa: la Notte oscura non parla principalmente della notte. Parla della liberazione dal possesso — possedere cose, possedere persone, possedere certezze, possedere persino un’immagine di Dio già confezionata, possedere infine noi stessi. Giovanni toglie, una cosa dopo l’altra, finché non restano che due sole realtà: la libertà e l’amore. E a quel punto, il poema lo suggerisce con la massima delicatezza, scopriamo che non sono affatto due cose diverse.
Tradurlo nel nostro tempo
Proviamo, per finire, a immaginare Giovanni della Croce seduto oggi accanto a noi. Probabilmente non comincerebbe dicendo “credete di più”. Farebbe, piuttosto, qualche domanda scomoda: di quante cose avete davvero bisogno? Perché avete così paura del silenzio? Perché dovete essere continuamente informati, continuamente visti, continuamente occupati? Quante delle vostre opinioni sono davvero vostre, e quante vi sono state semplicemente consegnate già pronte? Che cosa accadrebbe se, per un’ora, nessuno vi distraesse da voi stessi? E infine, la domanda più radicale di tutte: chi siete, quando nessuno vi guarda?
Questa, già, è Notte oscura.
Una precisazione necessaria
Va detto con chiarezza, perché è uno degli equivoci più diffusi e più dannosi su Giovanni della Croce: la notte non è un elogio della sofferenza. Non dice “soffrire è bello”, non dice “Dio vuole che tu stia male”. La purificazione di cui parla non è masochismo. Il punto è un altro, più sottile: quando ciò a cui eravamo aggrappati viene meno, può emergere una libertà che prima non conoscevamo — non perché la perdita in sé sia un bene, ma perché rivela quanto fossimo, senza saperlo, prigionieri di ciò che credevamo di possedere. E non è un caso che l’opera più matura di Giovanni non si intitoli Il nulla: si intitola Fiamma viva d’amore. La notte è il cammino, il distacco è il metodo — ma il punto d’arrivo, sempre, è l’amore.
La frase da portare con sé
Se dovessi scegliere un solo verso da custodire da tutto questo percorso, non sceglierei nemmeno il celebre nada. Sceglierei: “sin otra luz y guía sino la que en el corazón ardía” — senz’altra luce né guida, se non quella che ardeva nel cuore. Perché arriva, in ogni vita, un momento in cui la domanda cambia: non è più “che cosa devo ancora sapere?”, ma diventa “che cosa devo finalmente lasciare?”. Giovanni della Croce, ripercorsa la propria notte fino in fondo, risponderebbe così: lascia andare ciò che ti impedisce di amare. E quando la tua casa interiore sarà finalmente quieta, non temere troppo il buio — potrebbe custodire una luce che il mezzogiorno, con tutto il suo chiarore, non sa dare.
Articoli collegati (clicca sul titolo):
Giovanni della Croce, un uomo spogliato

«Per giungere a gustare tutto, non cercare il gusto in nulla.
Per giungere a possedere tutto, non voler possedere nulla.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere nulla.»
— Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, I, 13