il vuoto non è assenza
C’è un modo rischioso di avvicinarsi ai grandi mistici, ed è quello di trattarli come se fossero nati già santi — figure eteree, sospese fuori dalla storia, senza corpo, senza famiglia, senza fatica. Giovanni della Croce è l’esatto contrario di questa immagine. Prima di essere il Doctor mysticus, il “dottore mistico” proclamato tale dalla Chiesa nel 1926, è stato un bambino povero in una Castiglia dura, un adolescente che ha fatto il falegname e il sarto per sopravvivere, un prigioniero picchiato in una cella troppo piccola per potersi stendere. Capirlo davvero significa avvicinarsi a questa vita in punta di piedi, senza saltare le tappe — perché è proprio dentro quella carne concreta, e non nonostante essa, che matura una delle esperienze interiori più radicali mai raccontate.
Un amore che costò tutto
Giovanni — al secolo Juan de Yepes Álvarez — nasce il 24 giugno 1542 a Fontiveros, un piccolo borgo della Vecchia Castiglia vicino ad Ávila. Per capire la sua infanzia bisogna partire da prima ancora della sua nascita, da una scelta compiuta dal padre.
Gonzalo de Yepes apparteneva a una famiglia originaria di Toledo, di condizione sociale elevata rispetto a quella in cui Giovanni si troverà a crescere — alcune fonti storiche indicano che si trattasse di una famiglia di “conversos“, cioè di origine ebraica convertita al cristianesimo, un dettaglio che nella Spagna del Cinquecento, ossessionata dalla cosiddetta limpieza de sangre (la “purezza del sangue”, un criterio di discriminazione sociale e religiosa basato sull’assenza di antenati ebrei o musulmani), non era affatto irrilevante per il destino di una famiglia. Gonzalo si innamora di Catalina Álvarez, un’umile tessitrice di seta, e la sposa. È un amore che i parenti toledani non perdonano: Gonzalo viene diseredato e cacciato di casa.
Da questo primo atto — una scelta d’amore pagata con la povertà — discende tutta l’infanzia di Giovanni. La famiglia, tre fratelli (Francisco, Luis e lo stesso Juan), si trova improvvisamente priva di ogni sostegno. Luis muore ancora bambino. Poco dopo, anche Gonzalo muore, lasciando Catalina sola con due figli piccoli in un’epoca in cui essere vedova e povera significava, quasi sempre, precipitare nell’indigenza più dura.
Gli anni della fame
Catalina non si arrende subito. Viaggia fino a Torrijos e poi a Gálvez, terre della famiglia toledana del marito, per chiedere aiuto: nessuno le apre una porta. A Gálvez, per un periodo, un medico del paese accoglie Francisco, mentre Catalina torna a Fontiveros con il piccolo Juan; dopo circa un anno riesce a riunire i due figli e la famiglia si sposta ancora — ad Arévalo, poi, infine, a Medina del Campo, un importante centro commerciale e culturale della Castiglia.
È essenziale trattenersi su questo punto, perché racconta chi sarà Giovanni: non nasce nell’agiatezza di una famiglia ecclesiastica, non entra nella vita religiosa come scelta comoda o come continuazione di un privilegio. Conosce, fin da bambino, la fame vera, la precarietà del domicilio, il lavoro manuale come necessità e non come scelta ascetica. A Medina viene accolto nel Colegio de la Doctrina, un istituto pensato anche per i figli dei poveri, e in quegli anni svolge mestieri umili — falegname, sarto, intagliatore, aiutante nella chiesa della Maddalena — prima di trovare un impiego più stabile come inserviente nell’Ospedale della Concezione, occupandosi dei malati più poveri della città.
Lo studio: una porta inattesa
Proprio grazie alle sue qualità, osservate dal direttore dell’ospedale, Giovanni ottiene qualcosa che la sua condizione di partenza non lasciava presagire: l’ammissione, a diciotto anni, al collegio appena fondato dai Gesuiti a Medina del Campo. Vi studia per tre anni, dal 1559 al 1563 circa, ricevendo una solida formazione in scienze umane, retorica e lingue classiche.
Non è dunque, come talvolta si immagina un mistico, un uomo di pura ispirazione priva di cultura. Nel 1563 entra nell’Ordine dei Carmelitani, professa i voti l’anno successivo, e viene inviato — segno della fiducia riposta nelle sue capacità — all’Università di Salamanca, uno dei grandi centri intellettuali d’Europa, dove studia filosofia e teologia tra il 1564 e il 1568, vivendo nel collegio carmelitano di Sant’Andrea. È qui che assimila la filosofia scolastica, Aristotele, la teologia medievale, la Scrittura e l’intera tradizione mistica cristiana che lo precede. Viene ordinato sacerdote nel 1567. Quando in seguito scriverà pagine di teologia mistica di precisione quasi chirurgica, quella precisione non nasce dal nulla: nasce da anni di studio rigoroso.
L’incontro che cambia una vita — anzi, due
Proprio nel 1567, a Medina, avviene l’incontro decisivo. Giovanni, poco più che venticinquenne, sta valutando di lasciare i Carmelitani per i Certosini, un ordine ancora più austero e contemplativo, in cerca di un silenzio che sente di non trovare abbastanza. Incontra Teresa d’Avila, sua maggiore di circa ventisette anni, già protagonista di una propria, tormentata riforma del ramo femminile del Carmelo.
Teresa lo convince a restare, proponendogli qualcosa di più ambizioso della fuga verso un altro ordine: portare la sua stessa riforma — ritorno alla regola primitiva, povertà, silenzio, vita contemplativa — anche al ramo maschile del Carmelo. Tra i due nasce un sodalizio spirituale che nella storia della mistica cristiana non ha quasi eguali: lei espansiva, ironica, instancabile organizzatrice; lui minuto di statura, silenzioso, radicale nell’austerità. Eppure si comprendono a fondo, e da questa comprensione nasce, nel novembre 1568, a Duruelo, il primo convento dei Carmelitani Scalzi — Giovanni ne diventa il primo Maestro dei novizi. Accompagna Teresa anche a Valladolid per oltre un mese, mentre lei fonda un nuovo monastero, e trascorre poi cinque anni ad Ávila (1572-1577) come confessore e guida spirituale delle monache del monastero dell’Incarnazione — lo stesso in cui Teresa aveva vissuto.
La notte, prima ancora della poesia
E poi accade l’episodio che rende tutto il resto comprensibile in una luce nuova. La riforma carmelitana, per quanto animata da intenti di rinnovamento spirituale, provoca un conflitto durissimo con il ramo dei Carmelitani non riformati, che vedono in essa una minaccia. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1577, Giovanni viene sequestrato da confratelli contrari alla riforma e condotto a Toledo, dove viene rinchiuso in una cella minuscola, quasi priva di luce. Vi resta prigioniero per circa nove mesi, sottoposto a privazioni, umiliazioni pubbliche in refettorio e punizioni corporali.
È bene fermarsi su questo punto prima di procedere oltre, perché cambia il significato di tutto ciò che Giovanni scriverà in seguito. Quando, negli anni successivi, parlerà della “notte oscura dell’anima”, non userà una metafora letteraria costruita a tavolino: avrà conosciuto, nel corpo prima ancora che nello spirito, che cosa significhi l’abbandono totale, l’assenza di ogni consolazione, il buio reale di una cella. Ed è proprio lì, nel punto più buio della sua vicenda umana, che iniziano a formarsi i primi versi di ciò che diventerà il Cantico spirituale e la Notte oscura — la poesia più luminosa nasce, paradossalmente, nel luogo più privo di luce. Nell’agosto del 1578 Giovanni riesce a fuggire, rischiando la vita.
Gli anni della maturità e la fine ai margini
Dopo la fuga, Giovanni ricopre incarichi di crescente responsabilità nella riforma carmelitana ormai consolidata: priore, formatore, direttore spirituale di religiosi, religiose e laici — tra questi Ana de Peñalosa, alla quale dedicherà la Fiamma viva d’amore. È in questi anni, e non prima, che Giovanni sistematizza per iscritto la propria esperienza, componendo i quattro grandi testi che lo consegneranno alla storia: la Salita del Monte Carmelo, la Notte oscura, il Cantico spirituale, la Fiamma viva d’amore — cui si aggiungono lettere, poesie brevi e i Detti di luce e amore.
Ma la biografia di Giovanni non si chiude in gloria. Negli ultimi anni della sua vita emergono divergenze anche all’interno dello stesso ordine riformato, sulla direzione che il Carmelo Scalzo avrebbe dovuto prendere. Giovanni viene progressivamente privato degli incarichi di rilievo, e muore — non da principe della Chiesa circondato da onori, ma quasi ai margini della propria stessa istituzione — il 14 dicembre 1591 a Úbeda, a quarantanove anni. Solo dopo la morte la sua statura comincia a essere pienamente riconosciuta: beatificato nel 1675 da Clemente X, canonizzato nel 1726 da Benedetto XIII, proclamato Dottore della Chiesa nel 1926 da Pio XI, con il titolo, appunto, di Doctor mysticus.
Perché questa vita, prima ancora della dottrina
Chi conosce Giovanni della Croce soltanto attraverso il concetto di nada, il “nulla” che ricorre nei suoi scritti come invito a non assolutizzare nessuna cosa creata, rischia di scambiarlo per un pensatore astratto, quasi disincarnato.
L’assoluto. Spiegato meglio.
L’assoluto, in filosofia, è ciò che è slegato (dal latino absolutus, participio di absolvere, “sciogliere da”) — sciolto da ogni condizione, da ogni limite, da ogni dipendenza da altro. È ciò che vale in sé e per sé, non perché relativo a qualcos’altro. L’opposto esatto è il relativo: ciò che ha valore solo in rapporto a qualcos’altro, e che quindi può cambiare, decadere, essere sostituito.
“Fare di qualcosa un assoluto” significa allora trattare una cosa condizionata, parziale, limitata — cioè per sua natura relativa — come se fosse invece incondizionata, totale, necessaria. È un errore di categoria: si prende qualcosa che dovrebbe stare in secondo piano rispetto a un fine più grande, e lo si mette al primo posto, come se da solo bastasse a dare senso e sicurezza a tutta l’esistenza.
Nel linguaggio di Giovanni della Croce, questo è precisamente il meccanismo che il nada vuole smascherare. Il denaro, il successo, un affetto, la propria reputazione, persino un’esperienza religiosa intensa — sono tutte cose create, cioè per definizione finite, parziali, destinate a passare o comunque incapaci di riempire fino in fondo il desiderio umano. Il problema non è possederle: il problema è quando una di esse comincia a occupare, dentro di noi, il posto che spetterebbe soltanto a ciò che è davvero incondizionato — per Giovanni, Dio stesso. Quando questo accade, quella cosa diventa un idolo travestito da bisogno: gli chiediamo di darci una sicurezza, un’identità, un senso definitivo che nessuna cosa finita può realmente garantire, e restiamo delusi, oppure diventiamo dipendenti da essa proprio per non affrontare quella delusione.
Per questo Giovanni non dice “non amare nulla” — dice: non chiedere a nessuna cosa creata di essere per te ciò che soltanto l’assoluto può essere.
La sua biografia ci illumina: prima di parlare di spogliazione, Giovanni l’aveva già vissuta — nella povertà dell’infanzia, nella diseredazione del padre, nella prigionia di Toledo, nell’emarginazione finale dentro il proprio ordine. Il suo insegnamento non nasce da un esercizio intellettuale sul distacco: nasce dal fatto di aver perso, realmente, quasi tutto ciò a cui un uomo normalmente si aggrappa, e di aver scoperto, in quella perdita, qualcosa che non si aspettava.
È questa la ragione per cui vale la pena avvicinarsi a lui con rispetto, senza fretta di estrarre soltanto una formula o un aforisma da incorniciare: perché quella formula — il celebre nada — è il punto d’arrivo di un cammino umano concreto, non il punto di partenza di una teoria. E un secolo, il nostro, che vive circondato da distrazioni, notifiche, rumore continuo, e che teme il vuoto più di ogni altra cosa, ha forse bisogno esattamente di questo: la testimonianza di un uomo che, spogliato di tutto contro la propria stessa volontà, ha scoperto che il vuoto non è necessariamente assenza. Può diventare spazio.
Resta da fare un secondo passo, più intimo: entrare, verso dopo verso, nella poesia che da quella notte è nata — per capire, finalmente, che cosa Giovanni abbia davvero trovato dall’altra parte del buio.

«Dove non c’è amore, metti amore, e ne ricaverai amore.»
— San Giovanni della Croce, Lettera a María de la Encarnación, 6 luglio 1591.
Un pensiero riguardo “Giovanni della Croce, un uomo spogliato”