Giustizia e vendetta non sono necessariamente la stessa cosa
Il Dhammapada è uno dei testi più conosciuti della tradizione buddhista: una raccolta di 423 brevi versi conservata nel Canone pāli e formatasi attraverso una lunga trasmissione della predicazione attribuita al Buddha. Non è un trattato sistematico, ma una successione di sentenze destinate a essere ricordate, meditate e verificate nell’esperienza. Nei versi 3-5 compare una delle intuizioni morali più radicali dell’antichità: il male ricevuto può continuare a vivere dentro di noi attraverso il ricordo dell’offesa, e l’odio, quando risponde all’odio, non conclude il conflitto ma gli offre una nuova vita.
Il testo
Dhammapada, 3-5. Traduzione italiana dal pāli:
«Mi ha insultato, mi ha colpito,
mi ha sconfitto, mi ha derubato»:
in coloro che custodiscono questi pensieri
l’odio non si placa.«Mi ha insultato, mi ha colpito,
mi ha sconfitto, mi ha derubato»:
in coloro che non custodiscono questi pensieri
l’odio si placa.Gli odi, in questo mondo,
non si placano mai attraverso l’odio;
si placano attraverso il non-odio.
Questa è una legge antica.
Illuminazione
Il testo non nega l’offesa: «mi ha insultato, mi ha colpito, mi ha sconfitto, mi ha derubato». Il male è nominato con precisione e non viene attenuato, quasi che la pace richiedesse di convincersi che nulla sia accaduto; il punto decisivo è invece quel «custodiscono questi pensieri», perché l’offesa appartiene al passato mentre il pensiero che continuamente la ricostruisce appartiene al presente, e può accadere così che colui che ci ha ferito una volta continui a ferirci per anni attraverso il posto che gli concediamo nella nostra memoria.
Non significa dimenticare, rinunciare alla giustizia o lasciare impunito chi ha fatto del male. Il buddhismo non ci chiede di chiamare bene ciò che è male; pone una domanda più difficile, e cioè se sia possibile chiedere giustizia senza permettere all’odio di diventare il principio che governa anche noi. Giustizia e vendetta non sono necessariamente la stessa cosa: la prima cerca di interrompere il male, la seconda rischia di riprodurlo cambiando soltanto la persona che lo infligge.
È qui che il verso diventa sorprendentemente politico. Molti conflitti collettivi si alimentano attraverso una memoria perfettamente reale delle sofferenze subite: noi ricordiamo i nostri morti, l’altro ricorda i suoi; noi raccontiamo l’aggressione che abbiamo ricevuto, l’altro racconta quella ricevuta da noi, e ciascuna generazione consegna alla successiva non soltanto il ricordo delle vittime, che merita di essere custodito, ma talvolta anche il dovere di continuare l’inimicizia. Il passato diventa allora un deposito dal quale entrambe le parti possono estrarre indefinitamente ragioni per la violenza futura.
Il Dhammapada introduce una rottura in questa catena con un’affermazione che può sembrare ingenua soltanto finché non ne comprendiamo la severità: l’odio non può essere lo strumento con cui eliminiamo l’odio, perché ogni umiliazione inflitta al nemico prepara una memoria che qualcuno, domani, potrà trasformare in nuova vendetta. La vittoria militare può interrompere una battaglia, la repressione può imporre temporaneamente il silenzio e la paura può costringere un avversario a piegarsi, ma nessuna di queste cose, da sola, riconcilia gli uomini.
Il termine pāli usato nel verso è avera, che possiamo rendere con «non-odio», «assenza di ostilità». È importante: il testo non ci ordina sentimentalmente di amare immediatamente chi ci ha ferito, cosa che in molte circostanze sarebbe psicologicamente impossibile e moralmente artificiosa; propone un primo passo più sobrio, non permettere che il male dell’altro stabilisca anche la forma della nostra risposta. Tra amare il nemico e odiarlo esiste infatti un territorio vastissimo nel quale possiamo opporci, proteggerci, chiedere giustizia e perfino combattere politicamente senza desiderare che l’altro venga annientato.
Forse questa antichissima pagina contiene anche una definizione esigente della pace. La pace non comincia quando improvvisamente non esistono più ragioni per il conflitto; molto spesso quelle ragioni rimangono, insieme ai morti, alle ingiustizie e alle memorie inconciliabili. Comincia quando qualcuno decide che il dolore ricevuto non diventerà automaticamente il diritto di infliggere altro dolore. Non cancella ciò che è accaduto, ma impedisce al passato di possedere interamente il futuro.
In pratica
Possiamo pensare oggi a una persona verso la quale conserviamo un risentimento, senza obbligarci a perdonarla e senza diminuire ciò che è accaduto, e osservare semplicemente quante volte continuiamo interiormente a ripetere: «mi ha fatto questo». Potremmo domandarci se ricordiamo quell’evento perché ci aiuta ancora a comprenderlo e a proteggerci, oppure se siamo ormai noi a mantenerlo vivo dentro di noi; perché lasciare andare l’odio non significa necessariamente restituire all’altro la nostra fiducia, ma può significare smettere di concedergli il potere di continuare a determinare ciò che diventiamo.
Una domanda
Posso custodire la memoria del male che ho ricevuto, cercare verità e giustizia e tuttavia rifiutare che quell’offesa mi consegni il diritto — o il bisogno — di diventare a mia volta ciò che condanno?
