Non possiamo cancellare la notte; possiamo decidere che cosa nascerà dopo.
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
L’autore e la fonte.
Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – 1873) è il maggiore scrittore italiano dell’Ottocento e una delle figure centrali del Romanticismo europeo, la corrente culturale che, contro il razionalismo illuminista, valorizzava il sentimento, la storia e l’identità dei popoli. Di formazione illuminista e liberale, attraversò una conversione religiosa nel 1810 che segnò profondamente la sua opera successiva, orientandola verso una visione cristiana della storia e della morale.
Il suo capolavoro, I Promessi Sposi, è il primo grande romanzo moderno della letteratura italiana. Pubblicato in una prima versione nel 1827 (la cosiddetta Ventisettana) e poi riscritto linguisticamente secondo il fiorentino colto nell’edizione definitiva del 1840-42 (la Quarantana, con l’operazione che Manzoni stesso definì “sciacquare i panni in Arno”), il romanzo racconta le vicende di due popolani lombardi, Renzo e Lucia, ostacolati nelle nozze dalla prepotenza del signorotto don Rodrigo, sullo sfondo della Lombardia del Seicento spagnolo, tra carestie, guerre e la grande peste di Milano del 1630.
Oltre a essere un romanzo storico — genere che Manzoni stesso contribuì a fondare in Italia, ispirandosi a Walter Scott — l’opera è un vasto affresco morale e religioso, in cui i temi della giustizia, del potere, dell’umiltà e della Provvidenza, si intrecciano con un linguaggio scelto per essere comprensibile a un pubblico nazionale, in un’Italia ancora divisa e priva di una lingua comune. Per questo I Promessi Sposi è considerato anche un’opera fondativa dell’identità linguistica e culturale italiana.
Il testo
Nei Promessi Sposi la Provvidenza (il governo divino della storia, per Manzoni non un destino cieco ma una presenza che accompagna gli eventi senza sopprimerne la libertà) non funziona come una mano invisibile che aggiusta ogni cosa, premia i buoni e punisce i cattivi con tempestività contabile. Se fosse così, il romanzo sarebbe quasi incomprensibile: Renzo e Lucia, innocenti, vengono separati; Lucia è rapita; Milano è devastata da carestia e peste; migliaia muoiono senza colpa; padre Cristoforo soccombe al contagio. Il male esiste, colpisce, distrugge. Dio, nel mondo manzoniano, non impedisce che accada. È proprio qui che comincia il mistero della Provvidenza.
Manzoni non dice che tutto ciò che accade sia voluto da Dio: sarebbe una conclusione terribile, che attribuirebbe al divino la violenza di don Rodrigo, la viltà di don Abbondio, la guerra, la fame, la peste. La Provvidenza è qualcosa di più sottile: la possibilità che dentro ciò che gli uomini hanno guastato possa nascere qualcosa che il male non aveva previsto. L’esempio più impressionante è l’Innominato. Il rapimento di Lucia è un delitto, e resta tale: non diventa buono perché produrrà conseguenze positive. Eppure, proprio quella notte, proprio nell’incontro con la sua vittima, in un uomo consegnato alla violenza si apre una crepa. Lucia, terrorizzata, pronuncia parole che l’Innominato non riesce più a dimenticare: il potente che faceva tremare gli altri comincia a tremare davanti a sé stesso.
La Provvidenza manzoniana sembra abitare quella crepa: non cancella ciò che è avvenuto, non trasforma il male in bene, ma impedisce al male di possedere l’ultima parola. Anche Renzo deve impararlo, liberandosi da una logica molto umana — chi mi ha fatto del male dovrà pagare — in cui il desiderio di giustizia scivola verso quello di vendetta. Solo davanti a don Rodrigo morente, sollecitato da padre Cristoforo, Renzo cede e perdona. Il perdono non muta il decorso della peste: muta Renzo, e lo scioglie dal legame invisibile che ancora lo univa al suo persecutore. È forse questo uno dei significati più profondi della Provvidenza: non sempre cambia ciò che ci accade; qualche volta cambia noi dentro ciò che ci accade.
Sarebbe facile leggere il lieto fine — le nozze di Renzo e Lucia — come la prova che «Dio sistema tutto». Manzoni è troppo lucido per fermarsi lì. I due protagonisti stessi cercano un insegnamento dalle loro disavventure e arrivano al celebre «sugo di tutta la storia»: i guai vengono spesso perché ce li procuriamo, ma anche la condotta più prudente e innocente non basta a tenerli lontani; quando arrivano, però, la fiducia in Dio può renderli utili «per una vita migliore». È una conclusione meno consolatoria di quanto sembri: non esiste un contratto con la vita per cui essere buoni garantisca l’immunità dalla sofferenza. La fede nella Provvidenza non promette di essere risparmiati dal male, ma che nessuna sofferenza sia necessariamente sterile, che nessuna caduta debba essere definitiva.
Per questo la Provvidenza dei Promessi Sposi può parlare anche a chi non condivide la fede religiosa di Manzoni: la si può chiamare Provvidenza, speranza, possibilità, apertura della storia. Resta una domanda radicalmente umana — quando ciò che è accaduto non può più essere cambiato, che cosa possiamo ancora farne? Manzoni sembra rispondere: moltissimo. Non possiamo cancellare la notte; possiamo decidere che cosa nascerà dopo. Non possiamo impedire che nella storia entrino il male, l’ingiustizia, la malattia, la perdita; possiamo impedire che diventino tutto il significato della nostra storia.
La Provvidenza, allora, non è la promessa che saremo risparmiati dal naufragio. È la fiducia, assai più audace, che anche dopo il naufragio possa esistere una riva.

«I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.»
— Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXVIII