Parabola del carro
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
La Katha Upanishad è uno dei testi più antichi e amati della tradizione vedica indiana (composta probabilmente tra l’VIII e il VI secolo a.C.). Racconta il dialogo tra il giovane Naciketas e Yama, il dio della morte, che gli svela — come ricompensa per il suo coraggio nell’affrontarlo senza timore — i segreti dell’anima (atman, il principio spirituale profondo dell’essere umano) e della morte stessa. È in questo testo che compare una delle immagini più famose e durature del pensiero indiano: la parabola del carro.
Testo da meditare
Sappi che l’atman [il sé profondo] è il signore del carro, e il corpo è il carro. Sappi che l’intelletto [buddhi, la facoltà del discernimento] è l’auriga, e la mente [manas] le redini.
I sensi, dicono i saggi, sono i cavalli; gli oggetti dei sensi sono le strade che essi percorrono. Quando l’atman è unito ai sensi e alla mente, i saggi lo chiamano il fruitore.
Ma chi non ha discernimento, la cui mente non è mai raccolta, ha sensi indisciplinati, come cavalli selvaggi che l’auriga non sa guidare.
Chi invece ha discernimento, la cui mente è sempre raccolta, ha sensi sotto controllo, come buoni cavalli che l’auriga sa guidare.
Chi manca di discernimento, la cui mente non è mai raccolta, resta impuro, e non raggiunge quella meta, ma torna al ciclo della nascita e della morte. Chi invece ha discernimento, la cui mente è sempre raccolta, resta puro, e raggiunge quella meta da cui non si nasce più.
Chi ha per auriga il discernimento e sa tenere ferme le redini della mente, arriva alla fine del cammino: quello è il luogo supremo di Vishnu.
(Katha Upanishad, I.3.3–9, adattamento e traduzione dal sanscrito)
Illuminazione
In un’epoca che ci chiede di correre, decidere, reagire in fretta, la parabola del carro propone un’immagine di governo interiore semplice e potentissima: non siamo i nostri impulsi, non siamo nemmeno i nostri pensieri — siamo, o dovremmo essere, chi tiene le redini. È un testo che invita a un esame pratico: chi guida davvero, oggi, il mio carro?
Ciò che colpisce, in questa immagine antichissima, è la sua sobrietà: non si chiede di eliminare i cavalli — i sensi, i desideri, gli istinti — ma di educarli. Un carro senza cavalli non va da nessuna parte; cavalli senza auriga vanno ovunque tranne che a destinazione. La saggezza, qui, non è ascetismo che sopprime la vita sensibile, ma governo di essa: discernimento (buddhi) che tiene salde le redini della mente (manas), perché i sensi restino cavalli utili e non padroni.
Chi tiene davvero le redini — l’auriga, o i cavalli lanciati al galoppo?

«Alzati! Svegliati! Avvicinati ai sapienti e comprendi. Il cammino è affilato come il filo di un rasoio, difficile da percorrere.»
— Katha Upanishad, I, 3, 14