L’Anticristo

Primo articolo di quattro

Voglio arrivare a parlare seriamente del katéchon: il “potere che trattiene”. Il primo passo è chiarire cosa sia l’Anticristo. A mio parere è il punto di partenza necessario. Questa parola non nasce all’improvviso: non è un demonio, non è nemmeno, in origine, un singolo tiranno futuro. È un’idea che si è costruita per accumulo, in quasi quattro secoli, mettendo insieme pezzi molto diversi fra loro. Ricostruirne la storia serve a capire perché, ancora oggi, tanti la usano — e quasi sempre a sproposito.

La parola non è dove la si cerca

Chi apre una Bibbia cercando “Anticristo” troverà una sorpresa: il termine greco antíchristos non compare né in Paolo, né nell’Apocalisse di Giovanni, i due testi da cui la tradizione popolare crede che nasca. Compare soltanto in quattro brevi passaggi delle lettere di Giovanni (1 Giovanni 2,18; 2,22; 4,3; 2 Giovanni 7), gli scritti più tardi del Nuovo Testamento, databili fra la fine del I e l’inizio del II secolo.

E lì il significato è tutt’altro che spettacolare. L’autore non descrive un mostro cosmico, ma dei falsi maestri interni alla comunità cristiana, persone che negano che Gesù sia il Cristo venuto nella carne. Anticristo, in questo senso originario, è chiunque nega Cristo — non un singolo individuo, ma una categoria. E soprattutto: la lettera dice esplicitamente che “fin da ora sono sorti molti anticristi”, al plurale, e che questo è già accaduto, non deve ancora accadere. È un fenomeno presente, ricorrente, non un evento unico riservato alla fine dei tempi.

Questo primo dato smonta già una convinzione molto diffusa: la Bibbia, letta con attenzione filologica, non parla mai di “l’Anticristo” come figura unica e ben definita nello stesso modo in cui ne parla oggi l’immaginario collettivo. Quella figura è una costruzione successiva, fatta assemblando materiali che, nei testi originari, restavano separati.

Le radici, molto più antiche: Daniele e Antioco Epifane

Per capire da dove viene davvero l’immaginario dell’Anticristo bisogna risalire più indietro, al giudaismo del Secondo Tempio, un periodo — fra il III e il I secolo a.C. — segnato da dominazioni straniere, persecuzioni religiose e una violenta crisi di senso. È in questo contesto che nasce la letteratura apocalittica, un genere che proietta nel futuro, sotto forma di visione simbolica, gli eventi del presente, promettendo che alla fine Dio sconfiggerà il nemico e ristabilirà la giustizia.

Il testo chiave è il libro di Daniele, in particolare i capitoli 7-12, dove compare la figura di un “piccolo corno” arrogante che perseguita i santi, profana il Tempio e istituisce quello che il testo chiama “l’abominio della desolazione”. Gli storici concordano ampiamente: dietro questa immagine si nasconde Antioco IV Epifane, il re seleucide che nel 167 a.C. proibì il culto ebraico e fece erigere un altare pagano nel Tempio di Gerusalemme, scatenando la rivolta dei Maccabei. Antioco non è quindi un personaggio escatologico immaginario: è un tiranno storico realmente esistito, la cui memoria diventa il prototipo letterario di ogni futuro “nemico ultimo” — lo storico della religione Bernard McGinn, in uno studio ormai classico sulla storia del concetto, ha ricostruito con precisione questo passaggio dalla memoria storica al modello apocalittico ricorrente.

Da qui in avanti, ogni volta che una comunità perseguitata avrà bisogno di dare un volto al male che la opprime, riutilizzerà lo schema di Daniele, applicandolo a un nuovo tiranno del momento.

Tre filoni distinti, poi fusi insieme

Il Nuovo Testamento eredita questo schema e lo sviluppa in tre direzioni diverse, che per lungo tempo restano separate:

Paolo (o chi scrive in suo nome nella Seconda lettera ai Tessalonicesi) parla dell'”uomo dell’iniquità” o “figlio della perdizione”, una figura che si manifesterà negli ultimi tempi, prima trattenuta da un misterioso katéchon — è il testo da cui, come vedremo nel prossimo articolo, nasce l’intera questione del “potere che frena”.

L’Apocalisse di Giovanni non parla mai di Anticristo, ma descrive due Bestie — una che sale dal mare, una che sale dalla terra — legate al numero 666, simboli di un potere politico-religioso persecutore, probabilmente allusivo, nella mente dell’autore, all’Impero romano e al culto dell’imperatore.

I Vangeli sinottici, in quella che gli studiosi chiamano la “piccola apocalisse” (Marco 13, Matteo 24, Luca 21), parlano genericamente di falsi cristi e falsi profeti che ingannano i popoli prima della fine.

Le lettere di Giovanni, come si è visto, usano per prime la parola “anticristo” — ma per indicare un fenomeno plurale e presente, non un singolo tiranno futuro.

Sono quattro immagini diverse, con origini e intenzioni diverse. È solo nei primi secoli cristiani, soprattutto grazie a Padri della Chiesa come Ireneo di Lione (II secolo) e Ippolito di Roma (III secolo), che questi materiali vengono fusi in un’unica figura coerente: un singolo individuo, spesso pensato come un falso messia ebraico o come una figura demoniaca incarnata, che alla fine dei tempi eserciterà un potere tirannico universale, ingannerà i popoli con prodigi falsi, perseguiterà i credenti, e sarà infine sconfitto dal ritorno di Cristo. Questa sintesi, elaborata pazientemente nell’arco di poco più di un secolo, è la vera “invenzione” dell’Anticristo come lo intendiamo comunemente: non è nella Bibbia in questa forma, è il risultato di un lavoro interpretativo successivo.

Il Medioevo: una vita di santo, ma alla rovescia

Nel X secolo un monaco francese, Adso di Montier-en-Der, scrive per la regina di Francia un breve trattato, il Libellus de Antichristo, che diventa il testo più influente del Medioevo sull’argomento. Adso raccoglie e ordina tutta la tradizione precedente, ma lo fa con un’intuizione letteraria formidabile: costruisce la biografia dell’Anticristo usando lo stesso schema narrativo delle vite dei santi — nascita, formazione, opere, morte — semplicemente rovesciato di segno. Nascerà a Babilonia da genitori umani ma sotto ispirazione demoniaca, sarà educato nel male come i santi sono educati nel bene, compirà falsi miracoli invece di miracoli veri, morirà sconfitto invece che glorificato. È una parodia strutturale della santità, ed è un’immagine che avrà fortuna immensa nell’iconografia e nella letteratura medievale.

Anche Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, nella sua opera visionaria Scivias, offre una delle rappresentazioni più elaborate e originali del periodo — un promemoria utile, come nota ancora McGinn, che l’attesa apocalittica medievale non fu affatto un fenomeno esclusivamente maschile.

La Riforma: l’Anticristo diventa un’arma di polemica confessionale

Con la Riforma protestante il concetto compie un salto decisivo: da figura futura e individuale diventa etichetta polemica applicabile a un’istituzione presente. Martin Lutero, e con lui buona parte della prima tradizione protestante, identificò il papato stesso come sede dell’Anticristo — non un singolo papa, ma l’istituzione papale come tale, accusata di aver usurpato l’autorità di Cristo sulla terra. Fu un’accusa gravissima, e reciproca: anche settori della polemica cattolica cominciarono a proiettare il ruolo su Lutero o sui riformatori. Da questo momento in poi l’Anticristo smette di essere soltanto un’attesa escatologica e diventa sistematicamente uno strumento retorico per delegittimare l’avversario religioso o politico del momento — un uso che, come vedremo, non si è mai davvero esaurito.

Età moderna e contemporanea: un contenitore sempre riempito di nuovo

Da qui in avanti la storia dell’Anticristo è, in buona parte, la storia di chi vi è stato di volta in volta identificato: Napoleone durante le guerre napoleoniche, alcuni imperatori e dittatori del Novecento, e in tempi più recenti figure e movimenti diversissimi tra loro, a seconda del punto di vista di chi parla. McGinn nota che il concetto ha finito per funzionare come una sorta di specchio della paura collettiva del momento: ogni epoca vi proietta il proprio nemico più temuto — individui come tiranni storici, ma anche interi gruppi, secondo le epoche e i pregiudizi: eretici, minoranze religiose, popoli stranieri. È una storia che dice più sulle angosce di chi la racconta che su una qualsiasi realtà oggettiva.

Nella cultura popolare contemporanea l’Anticristo è diventato anche un personaggio da narrativa e cinema, spesso confuso con un demonio letterale nato da un patto satanico — un’immagine che deve più alla letteratura horror del Novecento che ai testi biblici, dove, come si è visto, il quadro è molto più sfumato e composito.

Le interpretazioni teologiche, in breve

Senza pretesa di esaustività, gli studi seri distinguono almeno tre grandi famiglie di lettura, che convivono ancora oggi:

Letterale-futurista: un singolo individuo storico, ancora da venire, che guiderà una persecuzione globale prima del ritorno di Cristo. È la lettura più diffusa in certi ambienti evangelici contemporanei, spesso associata a scenari politici specifici.

Storicista: l’Anticristo si è già manifestato, o si manifesta ricorrentemente, in istituzioni o poteri storici concreti — dal papato secondo i riformatori, all’Impero romano secondo alcune letture antiche, fino a dittature del Novecento secondo letture più recenti.

Simbolico-spirituale: seguendo più da vicino il senso originario delle lettere di Giovanni, l’Anticristo non è una singola persona ma un principio ricorrente — lo spirito della menzogna, del rifiuto della verità, incarnato di volta in volta in persone, ideologie o sistemi diversi, senza che nessuno di essi ne esaurisca il significato in modo definitivo.

Nessuna delle tre può dirsi “la” interpretazione dimostrata: sono tradizioni di lettura, ciascuna con una sua storia e una sua plausibilità, non conclusioni filologiche indiscutibili.

Perché tutto questo conta ancora oggi

Conta perché il meccanismo individuato fin dalla Riforma — usare l’Anticristo come etichetta per l’avversario del momento — non si è mai fermato, e continua a comparire, in forme secolarizzate, in un’ampia varietà di discorsi politici e culturali contemporanei, come vedremo negli articoli successivi di questo percorso. E conta perché, a monte di ogni uso propagandistico, resta un fatto filologico solido, verificabile da chiunque apra un’edizione critica dei testi: la Bibbia non fornisce mai un’identità certa, un nome, una nazionalità, un’epoca per questa figura. Offre immagini potenti — un tiranno, un ingannatore, una bestia, un falso messia — che restano volutamente aperte. Chiunque affermi di sapere con certezza chi sia, o sia stato, o sarà l’Anticristo sta facendo un’operazione che il testo stesso non autorizza.

Il ponte verso i prossimi articoli: i due versetti del katéchon

C’è però un punto in cui questa figura misteriosa incontra un’altra figura, altrettanto misteriosa, che le fa da contrappeso. È nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, al capitolo 2, versetti 6 e 7, dove compare per la prima e unica volta nella storia della teologia cristiana il concetto di katéchon, il “potere che trattiene”. Ecco il testo, nella sua interezza:

“E ora voi sapete ciò che lo trattiene, in modo che si manifesti al suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene.”

Due righe, due forme verbali diverse — una al neutro, “ciò che trattiene”, una al maschile, “colui che trattiene” — e un enigma che i cristiani si trascinano dietro da duemila anni, perché l’autore dà per scontato che i suoi lettori sappiano di cosa sta parlando, mentre a noi quell’informazione non è mai arrivata. Chi, o cosa, sia questo “trattenitore” — e chi, nei secoli, ha preteso di esserlo — sarà il tema dell’articolo conclusivo di questo percorso, dopo aver esaminato, nel prossimo articolo, come una delle riletture più sorprendenti e attuali di queste due figure — Anticristo e katéchon — sia oggi quella di un miliardario della Silicon Valley, Peter Thiel.

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