Cos’è davvero il katéchon, e cosa ne hanno fatto
Quarto e ultimo articolo di un percorso che ha attraversato l’Anticristo, Peter Thiel e la parola “woke”. Ora abbiamo tutti gli strumenti per tornare al punto di partenza: due righe oscure di una lettera di duemila anni fa, e la domanda che pongono ancora oggi a chiunque pretenda di essere l’argine contro il caos.
Il testo, ancora una volta
Nel primo articolo di questa serie abbiamo letto per intero i due versetti da cui tutto nasce, 2 Tessalonicesi 2,6-7: un “qualcosa” — al neutro, tò katéchon — e poi un “qualcuno” — al maschile, ho katéchon — che trattengono la piena manifestazione dell’uomo dell’iniquità, la figura che i secoli successivi fonderanno con l’Anticristo. L’autore della lettera dà per scontato che i suoi destinatari sappiano di cosa sta parlando: “e ora voi sapete ciò che lo trattiene”. Noi, duemila anni dopo, non lo sappiamo più. È da questa perdita di informazione — non da una dottrina, non da un dogma — che nasce l’intera storia che stiamo per ripercorrere.
Vale la pena, prima di procedere, fissare due cose che i tre articoli precedenti hanno già stabilito e che qui diamo per acquisite. La prima: l’Anticristo che il katéchon tratterrebbe non è, nel testo biblico, la figura netta e riconoscibile che l’immaginario popolare crede — è un’idea costruita per accumulo, in quasi quattro secoli, fondendo materiali che restavano originariamente separati. La seconda: proprio perché quell’identità resta indeterminata, anche l’identità di ciò che la trattiene resta aperta a chiunque voglia riempirla — ed è esattamente questo spazio vuoto che, nei secoli, personaggi religiosi, imperatori, filosofi e, come vedremo, anche un miliardario della Silicon Valley hanno provato a occupare.
Agostino, o l’onestà di non sapere
Nel V secolo Agostino d’Ippona affrontò il problema con un candore raro. Conosceva l’interpretazione più diffusa — il katéchon come Impero Romano — ma non la fece propria come un dato acquisito: la presentò come una possibilità fra altre, ammettendo apertamente di non sapere con certezza a cosa Paolo si riferisse, dal momento che i suoi primi lettori possedevano un’informazione che a lui, secoli dopo, mancava. È probabilmente la pagina più sana dell’intera storia del katéchon: un grande pensatore cristiano che, davanti a un enigma scritturale, sceglie l’ammissione di ignoranza invece della certezza propagandistica. Vedremo che quasi nessuno, dopo di lui, ha conservato la stessa prudenza.
Una funzione ambigua, non “il Bene” contro “il Male”
C’è un secondo dato che rende il concetto filosoficamente interessante, ed è proprio ciò che lo rende anche pericoloso se manipolato. Il katéchon non è semplicemente una forza buona. Trattiene il male, sì — ma nel farlo rimanda anche la sconfitta definitiva del male, e insieme ritarda la venuta stessa del Regno. È un potere strutturalmente ambivalente: senza di esso il caos dilagherebbe, ma la sua stessa persistenza è ciò che tiene aperto — e sospeso — il tempo della storia. Ordine imperfetto, mai redenzione definitiva. È esattamente questa ambiguità ad aver affascinato, in modi diversissimi e a distanza di secoli, Carl Schmitt e Massimo Cacciari.
Come nasce l’equazione con Roma, e come sopravvive alla caduta di Roma
Fra il II e il IV secolo si consolida l’interpretazione destinata alla fortuna più lunga: il katéchon sarebbe l’Impero Romano. Tertulliano lo sostenne esplicitamente: la dissoluzione dello Stato romano avrebbe aperto l’ultima fase della storia. Giovanni Crisostomo, un secolo dopo, la scelse fra le interpretazioni disponibili e aggiunse una spiegazione politicamente scaltra del silenzio di Paolo: annunciare apertamente ai sudditi dell’Impero la futura caduta di Roma avrebbe esposto i cristiani all’accusa di sedizione. Da qui l’equazione che avrebbe attraversato i secoli: Roma uguale ordine, ordine uguale argine al caos, argine al caos uguale katéchon. Ma questa è teologia patristica — cioè l’insieme delle interpretazioni elaborate dai primi maestri della Chiesa cristiana, i cosiddetti Padri della Chiesa — un’interpretazione autorevole e influente, non un dogma della Chiesa, e tanto meno un dato del testo biblico.
Quando l’Impero d’Occidente crolla ma l’Anticristo non arriva, il Medioevo risolve l’anomalia con un’operazione geniale sul piano retorico: la funzione di Roma non muore, si trasferisce. È la translatio imperii, il trasferimento dell’Impero, prima al Sacro Romano Impero, poi a nuove forme di sovranità cristiana. Non conta più la Roma geografica: conta una funzione storica che qualcuno, di volta in volta, deve continuare a incarnare. È il meccanismo — lo vedremo fra poco — che il programma di una nuova forza politica, in Italia, riattiva quasi alla lettera otto secoli dopo.
Carl Schmitt e la secolarizzazione del concetto
È qui che il katéchon smette di essere un problema esegetico — cioè di interpretazione critica del testo biblico — e diventa un’arma politica. Carl Schmitt, giurista di straordinaria intelligenza e insieme pensatore organicamente compromesso con il nazionalsocialismo, riprende il frammento paolino e lo trasforma in categoria storico-politica: ogni epoca, per non precipitare nella catastrofe, avrebbe bisogno di una potenza capace di “trattenere” la dissoluzione. È il nucleo di quella che Schmitt stesso chiamò teologia politica: l’idea che i concetti centrali dello Stato moderno — sovranità, eccezione, ordine — siano in realtà concetti teologici secolarizzati, cioè trasferiti dal piano religioso a quello politico mantenendone intatta la struttura. La formula che ne discende è semplice e potentissima: ordine contro caos, Stato contro dissoluzione, confine contro indistinto, forma contro anarchia. È una narrazione che promette molto meno del paradiso e molto più della semplice amministrazione: promette di evitare l’inferno. Ed è esattamente per questo che risulta così attraente per ogni potere che voglia presentarsi non come una parte in competizione con altre, ma come l’ultima diga prima del crollo.
Non tutti accettarono questo slittamento. Il teologo Erik Peterson pubblicò nel 1935 — nel pieno dell’ascesa nazista — un saggio, Il monoteismo come problema politico, che restò per decenni il testo di riferimento contro ogni teologia politica di tipo schmittiano: se un potere terreno si presenta come esecutore di un disegno divino, la fede diventa strumento di legittimazione del potere, e la distanza fra sovranità di Dio e sovranità del sovrano si annulla pericolosamente. Il dibattito Schmitt-Peterson resta uno dei confronti più seri del Novecento sul rapporto fra religione e potere.
Massimo Cacciari ha dedicato al tema un libro denso, Il potere che frena (Adelphi, 2013), riprendendo la questione in quello che lui stesso ha definito un “costante divergente accordo” con Schmitt. Cacciari mette a nudo la contraddizione strutturale dell’Occidente cristiano fra il polo politico, che amministra, e quello spirituale, che dovrebbe custodire l’attesa senza mai coincidere con nessun potere terreno — nemmeno con quello della Chiesa.
La Terza Roma e la Russia di oggi
In Russia il concetto ha trovato una seconda vita particolarmente robusta, innestandosi su una tradizione ben più antica, quella di Mosca “Terza Roma”: caduta Roma, caduta Costantinopoli, sarebbe Mosca a custodire l’autentica civiltà cristiana. Dopo la dissoluzione sovietica questa tradizione si è saldata al lessico schmittiano e al nazionalismo ortodosso, soprattutto a partire dagli anni Duemila: la Russia viene presentata come forza restrittiva contro il caos prodotto dal liberalismo occidentale. Aleksandr Dugin ha contribuito non poco alla radicalizzazione politica di questa lettura, senza esserne l’unico né il primo autore. Il meccanismo, una volta accettato, produce una catena quasi automatica: se la Russia è katéchon, allora l’Occidente liberale, il globalismo, la secolarizzazione, i diritti civili diventano tutte manifestazioni della stessa dissoluzione. Una controversia politica ordinaria si trasforma in guerra cosmologica.
Thiel: lo stesso enigma, capovolto
Il secondo pilone di questa serie ha mostrato quanto la costruzione di Peter Thiel sia, a suo modo, fedele alla struttura profonda del testo paolino pur ribaltandone completamente il contenuto. Dove Schmitt, un generale in pensione, e la tradizione russa vedono nel katéchon un argine contro il caos, Thiel vede l’esatto opposto: per lui l’Anticristo non è il disordine, ma un ordine totalizzante — un governo mondiale che promette pace e sicurezza sopprimendo, nel farlo, ogni libertà. Il suo katéchon, di conseguenza, non è uno Stato forte, un impero, una nazione: è la frammentazione stessa del potere, la tecnologia incontrollata, la competizione fra molti attori invece che l’unità sotto uno solo.
È una lettura che, come abbiamo visto, Thiel elabora fin dal 2007 — nel saggio The Straussian Moment, dove il termine “katéchon” compare già, quasi vent’anni prima delle sue conferenze romane. E resta, quella di Thiel, la dimostrazione più chiara di un fatto strutturale: il katéchon non è un contenuto, è una posizione vuota. Chiunque può occuparla, definendo semplicemente cosa considera “il caos” da trattenere — e ottenendo, con quella semplice mossa retorica, di trasformare ogni proprio avversario politico in un servo dell’Anticristo.
E arriviamo al generale in pensione
Il programma di Futuro N. richiama esplicitamente il Sacro Romano Impero come garante di un ordine minacciato, definendolo “forse katéchon”, potere che frena “disordine e dissoluzione”, con riferimento diretto all’interpretazione di Giovanni Crisostomo. Non è un’erudizione casuale: già nel 2023 un articolo del Centro Studi Machiavelli aveva definito lo stesso generale una sorta di “katéchon laico”, chiamato a contrastare la dissoluzione dei valori occidentali. Ed è qui che il terzo pilone di questa serie si salda al primo e al secondo: la “dissoluzione” da trattenere ha, in questo contesto, un nome preciso, ed è proprio quello che abbiamo ricostruito nell’articolo precedente — “woke”, nella sua versione più polemica e meno precisa, quella che raccoglie sotto un’unica etichetta ostile fenomeni molto diversi fra loro per renderli più facili da respingere in blocco.
La catena implicita — Paolo, Crisostomo, Sacro Romano Impero, Stati Uniti, Trump, il generale V.— che una lettura sbrigativa potrebbe immaginare come sequenza storicamente dimostrata, non lo è. Sono operazioni distinte, separate da secoli e da logiche diverse: un testo enigmatico, un’interpretazione patristica, una costruzione medievale, una categorizzazione politica novecentesca, un riuso geopolitico contemporaneo, un riuso elettorale italiano. Confonderle produce una falsa continuità. Ma dietro ciascuno di questi usi c’è comunque una genealogia intellettuale reale, non un’invenzione dell’ultima ora: passa da Schmitt al pensiero civilizzazionale — cioè quella corrente che legge i conflitti del mondo non come scontri fra Stati o ideologie, ma come scontri fra civiltà intere, ciascuna irriducibile alle altre — da lì a Dugin e al nuovo conservatorismo americano, fino ad alcune destre europee — e, per la via opposta ma strutturalmente identica, fino a un miliardario californiano che usa lo stesso frammento paolino per giustificare l’esatto contrario.
Perché conviene, sempre, usare questa parola
I tre casi che abbiamo esaminato — Schmitt, il miliardario americano, il generale in pensione — condividono la stessa convenienza retorica, applicata a contenuti opposti.
Nobilita il progetto: parlare di regolamentazione tecnologica, di pensioni, di gestione dei rifiuti espone chiunque alla verifica dei risultati; parlare di “decadenza della civiltà” o di “tirannia dell’Anticristo” colloca lo stesso discorso su un piano escatologico — cioè relativo ai fini ultimi, al destino conclusivo della storia e del mondo — storico-metafisico, dove il politico non appare più come amministratore ma come custode della civiltà.
Crea un nemico unico: fenomeni completamente diversi fra loro — la migrazione, l’ambientalismo, il “politicamente corretto”, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale — possono essere ricondotti a un’unica causa, la dissoluzione, semplificando enormemente il conflitto politico e sottraendolo alla discussione punto per punto.
Giustifica la durezza: se la posta in gioco è la sopravvivenza della civiltà, e non una normale controversia da negoziare, l’intransigenza diventa una virtù necessaria invece che un difetto da correggere.
Trasforma gli elettori, o i seguaci, in appartenenti: non si chiede più semplicemente un consenso, si propone l’ingresso in una comunità di chi ha capito ciò che altri non vedono — un’appartenenza identitaria molto più coinvolgente di qualunque programma.
Cosa resta utile, e cosa è ciarpame
Vale la pena, a questo punto, separare con chiarezza due piani che il dibattito pubblico tende sistematicamente a confondere.
Ha dato un contributo vero alla conoscenza: la filologia paolina che ammette l’incertezza del testo, da Agostino fino agli esegeti contemporanei — gli studiosi che si dedicano all’interpretazione critica, filologicamente fondata, dei testi biblici; la ricostruzione storica dell’interpretazione patristica e medievale; la ricostruzione, seria e documentata, del passaggio schmittiano dalla teologia alla categoria politica; la critica di Peterson, snodo fondamentale per capire i rischi di ogni fusione fra sovranità divina e sovranità terrena; la riflessione di Cacciari sull’ambivalenza strutturale di ogni potere che “frena”; gli studi accademici che documentano con precisione come la tradizione della Terza Roma si sia saldata al lessico schmittiano nella Russia post-sovietica. Tutto questo aiuta davvero a pensare.
È sfruttamento retorico: ogni identificazione sicura e non dimostrata fra il katéchon e un soggetto politico contemporaneo — che si chiami Trump, Putin, la Russia, gli Stati Uniti, un partito, un leader, o la tecnologia stessa. Il testo biblico non autorizza nessuna di queste equazioni: nemmeno Agostino osava tanto. Quando un’organizzazione politica, di qualunque orientamento, si presenta come l’unico argine possibile contro una catastrofe imminente, non sta facendo teologia: sta usando un vocabolario religioso per sottrarre la propria proposta al confronto ordinario.
Chi trattiene chi: il rovesciamento democratico
C’è, però, un modo per non buttare via un concetto che resta filosoficamente fecondo — ed è forse la cosa più importante che questa intera serie di articoli può lasciare al lettore. Non chiedersi “chi è oggi il katéchon”, ma rovesciare la domanda: quali poteri si trattengono reciprocamente, perché nessuno diventi assoluto?
Lo Stato trattiene il caos, ma chi trattiene lo Stato? La legge trattiene la violenza, ma chi impedisce alla legge di diventare essa stessa oppressione? La tecnologia trattiene scarsità e malattia, come sostiene Thiel, ma chi trattiene la tecnologia quando diventa strumento di sorveglianza? In una democrazia costituzionale il vero “potere che frena” non dovrebbe essere un uomo provvidenziale, né un impero, né un’azienda: dovrebbe essere una pluralità di limiti che si controllano a vicenda — Costituzione, separazione dei poteri, magistratura indipendente, stampa libera, opposizione, corpi intermedi, cioè quelle associazioni, sindacati e comunità organizzate che si collocano fra il singolo cittadino e lo Stato, moltiplicando i luoghi in cui il potere incontra un limite. Nessuno salva il mondo da solo. Ciascuno trattiene l’altro. È, paradossalmente, molto più vicino alla prudenza di Agostino di quanto lo sia qualunque leader, di qualunque colore politico, che si autoproclami erede di Roma o argine contro l’Anticristo.
Le quattro domande, e cosa significa tutto questo per noi, oggi
Non “sei davvero tu a trattenere il male?” — è una domanda a cui nessuno può rispondere in modo verificabile, ed è proprio per questo che è pericolosa: chi la pone accetta già, implicitamente, di giocare sul terreno escatologico invece che su quello politico. Ma quattro domande più semplici, e molto più severe, restano sempre valide, da chiunque vengano pronunciate quelle due sillabe greche: chi ti ha affidato questa missione? Quale male concreto stai davvero trattenendo? Con quali mezzi? E soprattutto — chi trattiene te?
È questo, in fondo, il significato più profondo che il katéchon può avere oggi per chi non è né teologo né stratega politico, ma semplicemente un cittadino che legge i giornali e ascolta i discorsi dei propri governanti. Il katéchon non è un’entità da identificare una volta per tutte — è un test da applicare ogni volta che qualcuno, in politica, promette di salvarci da un pericolo assoluto in cambio di un’obbedienza altrettanto assoluta. Il cristianesimo, va ricordato per inciso, nasce attorno a un uomo che non comandò eserciti, non difese confini, rifiutò la tentazione del potere e fu condannato proprio dall’ordine imperiale romano. Che secoli dopo quello stesso ordine sia diventato il katéchon cristiano, e che il simbolo sia oggi trasferibile a un generale in pensione, a un impero scomparso da millecinquecento anni o a un miliardario che costruisce strumenti di sorveglianza mentre denuncia la sorveglianza altrui, dovrebbe insospettirci — non perché la domanda che il katéchon pone sia sbagliata, ma perché è troppo importante per lasciarla rispondere a chiunque se la intesti da solo.
La domanda giusta, alla fine di questo lungo viaggio da un frammento di lettera perduta fino ai programmi elettorali del 2026, non è mai stata “chi è il nostro argine”. È: siamo disposti, come cittadini, a essere noi stessi — con le nostre istituzioni, i nostri controlli reciproci, la nostra capacità di dissentire — l’unico katéchon che nessuno può usurpare?
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Memento
Il passo da cui nasce il concetto di katéchon è nella Seconda lettera ai Tessalonicesi 2,6-7:
«E ora sapete ciò che lo trattiene, affinché egli sia manifestato nel tempo stabilito. Il mistero dell’iniquità è già all’opera; soltanto, colui che finora lo trattiene continuerà a farlo, finché non sarà tolto di mezzo.»
Nel greco originale Paolo adopera prima il neutro:
- τὸ κατέχον — tò katéchon: «ciò che trattiene»;
poi il maschile:
- ὁ κατέχων — ho katéchōn: «colui che trattiene».
Da questa oscillazione tra una forza impersonale e una presenza personale nasce tutto l’enigma del katéchon — e anche il valore complementare delle due immagini.
