Quando qualcuno bussa alla nostra porta
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
La vita di Magda Trocmé
Magda Elisa Larissa Grilli di Cortona nacque a Firenze nel 1901. Sua madre, di origine russa, morì poco dopo averla messa al mondo; suo padre era un ingegnere e ufficiale italiano. Crebbe in una famiglia agiata, cosmopolita e attraversata da lingue, paesi e tradizioni religiose differenti.
Studiò lettere e francese a Firenze e, nel 1925, grazie a una borsa di studio, si trasferì negli Stati Uniti per frequentare la New York School of Social Work. A New York conobbe André Trocmé, giovane studente di teologia francese, pacifista e anticonformista. Si sposarono nel 1926.
Magda, però, non fu semplicemente “la moglie del pastore”. Possedeva una personalità autonoma, pratica, poco incline alle formule religiose e alle dichiarazioni solenni. Non amava essere rinchiusa dentro un’appartenenza confessionale. Considerava essenziale non il nome della Chiesa alla quale si aderiva, ma il modo in cui ci si comportava davanti a un essere umano bisognoso.
Quando André divenne pastore a Le Chambon-sur-Lignon, Magda trasformò la casa pastorale in un luogo aperto. Durante l’occupazione nazista e il regime collaborazionista di Vichy, profughi, oppositori ed ebrei perseguitati cominciarono ad arrivare nel paese. Molti scendevano alla piccola stazione senza sapere dove andare. La casa dei Trocmé, vicina alla ferrovia, divenne un primo punto di accoglienza e di smistamento.
Magda cercava famiglie disponibili, organizzava alloggi, procurava cibo, inseriva i bambini nelle scuole, teneva i contatti con collaboratori e istituzioni umanitarie. Non agiva sola: intorno a lei si formò una rete composta da donne e uomini comuni, insegnanti, contadini, pastori, impiegati, medici, credenti e non credenti. La ricostruzione archivistica conferma il suo ruolo concreto nel creare una rete di volontari e nell’accogliere i bambini rifugiati.
Magda morì nel 1996, a novantaquattro anni.
Un episodio
Una sera dell’inverno 1940-1941, una donna ebrea tedesca in fuga bussò alla porta della casa pastorale. Era impaurita, sola, esposta all’arresto. Chiese aiuto.
Magda rispose: «Naturalmente. Entri, entri.»
Non convocò una riunione per stabilire quale principio applicare. Non chiese alla donna di dimostrare di meritare soccorso. Non calcolò in quel momento il vantaggio, la nazionalità, la religione o le conseguenze politiche del gesto.
Aprì la porta.
Quel gesto non fu privo di pericolo. Magda e André avevano quattro figli. Ospitare una persona perseguitata significava esporre anche loro alla polizia di Vichy e alle autorità naziste. Il suo atto non fu quindi una manifestazione di bontà facile e sentimentale: comportava un conflitto reale fra responsabilità diverse.
Anni dopo, interrogata dal filosofo Philip Hallie sulle ragioni del suo comportamento, Magda spiegò di non andare deliberatamente in cerca di persone da aiutare, ma di non voler chiudere la porta a chi arrivava e chiedeva qualcosa. Concluse con le parole che guidano la nostra meditazione:
«Quando le persone vengono alla mia porta, mi sento responsabile.»
La testimonianza fu raccolta da Hallie nel libro Lest Innocent Blood Be Shed ed è stata successivamente esaminata anche in studi filosofici sul rapporto fra altruismo, carattere e responsabilità morale.
Il testo da meditare
C’è una bontà che ama parlare di sé stessa. Si presenta con parole elevate, proclama princìpi universali, indica all’umanità la strada da percorrere. Può essere sincera, ma qualche volta rimane sospesa nel regno delle intenzioni.
E c’è una bontà più silenziosa. Non sa spiegarsi perfettamente. Non costruisce prima una teoria generale. Si manifesta quando qualcuno bussa alla porta. Magda Trocmé apparteneva a questa seconda forma del bene.
Non diceva di poter salvare tutti. Non sosteneva di possedere la soluzione della storia. Non si attribuiva una particolare superiorità morale. Guardava la persona arrivata davanti a lei e riconosceva che, da quel momento, non poteva più comportarsi come se non l’avesse vista.
Prima di quel bussare, la sconosciuta poteva essere soltanto una delle innumerevoli vittime di cui si sente parlare. Dopo, possedeva un volto, una voce, un tremore. Era entrata nel campo della responsabilità.
Questa parola — responsabilità — deriva dal verbo latino respondere: rispondere. Essere responsabili non significa essere onnipotenti, caricarsi sulle spalle tutti i dolori del mondo o sentirsi colpevoli per ogni male che non riusciamo a impedire. Significa anzitutto non sottrarsi alla risposta quando la vita ci interpella personalmente.
Non possiamo aiutare chiunque. Non possiamo aprire materialmente la nostra casa a ogni sconosciuto. Abbiamo doveri, limiti, fragilità e persone affidate alle nostre cure. La disponibilità senza discernimento può trasformarsi in imprudenza e produrre altro dolore.
Ma il limite non deve diventare un alibi.
Fra la pretesa di salvare tutti e la decisione di non vedere nessuno esiste lo spazio concreto della responsabilità. È lo spazio nel quale possiamo domandarci: che cosa è realmente possibile fare, qui e ora? Posso ascoltare? Posso offrire un pasto? Posso indicare un luogo sicuro? Posso accompagnare qualcuno? Posso mettere in contatto due persone? Posso pronunciare una parola pubblica quando il silenzio favorisce il persecutore?
Magda non fu soltanto la donna che apriva la porta. Organizzò una rete. Questo particolare è decisivo. L’accoglienza non è fatta solamente di emozione: richiede intelligenza, continuità, fatica, risorse e collaborazione. Per salvare qualcuno non bastava commuoversi. Bisognava trovare una stanza, preparare documenti, procurare tessere annonarie, inserire i bambini a scuola, mantenere un segreto, avvertire dell’arrivo della polizia.
Il bene aveva bisogno di pentole, letti, biciclette, indirizzi, complicità e mani affidabili.
La porta di Magda non era soltanto un oggetto di legno. Era una soglia morale. Da una parte vi era il mondo ordinato secondo la paura: ognuno pensi a sé, obbedisca, non faccia domande, non si esponga. Dall’altra vi era un mondo diverso, ancora fragile, nel quale una persona perseguitata poteva essere riconosciuta prima di tutto come essere umano.
Aprendo quella porta, Magda non cambiò improvvisamente l’intero corso della guerra. Ma per la donna che si trovava fuori, in quella sera fredda, cambiò il mondo intero.
Illuminazione
Ci piace pensare che, se ci trovassimo davanti a una grande ingiustizia, sapremmo riconoscerla e opporci. Ma la prova morale raramente si presenta annunciando il proprio nome. Non arriva dicendo: “Questo è il momento in cui devi scegliere fra il bene e il male”. Si presenta come un contrattempo. Qualcuno telefona mentre siamo occupati. Una persona ci racconta un dolore che non sappiamo risolvere. Un vicino ha bisogno di essere accompagnato. Uno straniero non comprende la lingua. Un collega viene umiliato e tutti fingono di non accorgersene. Una voce fragile cerca spazio mentre parlano i più forti. La prova non consiste sempre nel compiere un gesto straordinario. Consiste spesso nel decidere se l’altro sia soltanto un’interruzione oppure una presenza che ci riguarda. Magda non si considerava un’eroina. La sua forza nasceva forse proprio da questo. Se avesse atteso di sentirsi coraggiosa, pura o completamente preparata, quella porta sarebbe rimasta chiusa. Agì con ciò che aveva, nel momento in cui era necessario. Il suo esempio non ci comanda di imitarne materialmente ogni scelta. Ci pone una domanda più intima:
Quali porte abbiamo imparato a chiudere prima ancora che qualcuno possa bussare?
Esistono porte visibili e porte interiori. Possiamo chiudere quella di casa, ma anche quella dell’attenzione. Possiamo proteggerci con un pregiudizio, un’etichetta, una generalizzazione: clandestino, povero, vecchio, malato, straniero, avversario, fallito. Quando il nome della categoria cancella il volto, non siamo più costretti a rispondere. Magda compiva il movimento contrario. Prima vedeva la persona. Poi affrontava il problema. La sua non era la bontà innocente di chi ignora il male. Conosceva il fascismo, il nazismo e il pericolo. Sapeva che alcuni esseri umani potevano diventare persecutori. Eppure, non permetteva che la crudeltà degli uni le insegnasse l’indifferenza verso gli altri. Questa è forse una delle forme più esigenti della nonviolenza: impedire al male di decidere che genere di persona diventeremo.
Oggi non cerchiamo un gesto eroico. Proviamo invece a riconoscere una persona che sta già bussando alla nostra porta: materialmente oppure attraverso una parola, un silenzio, una richiesta non formulata. Prima di rispondere automaticamente, fermiamoci. Possiamo domandarci:
- Sto vedendo una persona o soltanto una categoria?
- Ciò che mi trattiene è un limite reale oppure una paura divenuta abitudine?
- Qual è il gesto più piccolo e concreto che posso compiere?
- Se non posso aiutare direttamente, posso almeno non abbandonare?
- Chi potrei coinvolgere affinché la mia disponibilità diventi una rete?
Per approfondire
- Philip Hallie, Lest Innocent Blood Be Shed. The Story of the Village of Le Chambon and How Goodness Happened There.
- Richard P. Unsworth, A Portrait of Pacifists: Le Chambon, the Holocaust, and the Lives of André and Magda Trocmé.
- Intervista di storia orale a Magda Trocmé conservata presso lo United States Holocaust Memorial Museum.
- Archivio personale André e Magda Trocmé Papers.
- Pierre Sauvage, Weapons of the Spirit, documentario sulla comunità di Le Chambon-sur-Lignon.
«Quando le persone vengono alla mia porta, mi sento responsabile.»
Il bene non comincia sempre da una grande decisione. Talvolta comincia da una persona inattesa che interrompe la nostra giornata e attende una risposta.

Adesso possiamo conservare una sola frase:
Non devo salvare il mondo intero. Ma non voglio fingere di non avere udito quando qualcuno bussa.