Giambattista Vico e Alfonso de’ Liguori nella Napoli del Settecento

Argomenti: la teoria dei corsi e ricorsi storici – la Provvidenza – verum ipsum factum

Napoli, primi decenni del Settecento. È una capitale senza essere capitale di uno stato pienamente sovrano: dominata prima dagli spagnoli, poi dagli austriaci, tornerà indipendente solo nel 1734 con i Borbone. È una città enorme per l’epoca — tra le più popolose d’Europa — dove il fasto della corte, delle chiese barocche e dei palazzi nobiliari convive con una povertà di massa che si estende ben oltre le mura, nelle campagne del Regno.

In questo scenario si muovono due uomini che, guardati da lontano, sembrano appartenere a mondi diversi. Giambattista Vico, nato nel 1668, è il filosofo squattrinato che insegna retorica all’università senza mai ottenere la cattedra più prestigiosa a cui aspira, quella di diritto, e che costruisce, quasi in solitudine, un’opera destinata a essere compresa pienamente solo dai posteri: la Scienza nuova. Alfonso Maria de’ Liguori, nato nel 1696 — quando Vico ha già ventotto anni — è il rampollo di una famiglia nobile che sceglie di rovesciare la propria vita, abbandonando una carriera forense già brillantissima per farsi prete dei poveri e dei contadini.

Eppure, queste due biografie si toccano, almeno una volta in modo documentato, e condividono — pur partendo da premesse opposte — la stessa domanda di fondo.

Le vite

Vico è un autodidatta che si forma leggendo più che studiando in modo ordinato: Tacito, Platone, Grozio, i giuristi. Vive di lezioni private, insegna retorica — l’arte di persuadere e argomentare in pubblico, allora disciplina cardine della formazione — all’Università di Napoli dal 1699, e per tutta la vita resta ai margini delle istituzioni accademiche che pure frequenta. La sua opera maggiore nasce da un’ossessione: capire come nascono le civiltà, non attraverso l’astrazione della ragione geometrica alla maniera di Cartesio, ma osservando miti, linguaggi, istituzioni, cioè tutto ciò che gli uomini hanno effettivamente prodotto nella storia.

Alfonso ha un percorso quasi opposto nella forma, anche se non nella sostanza. Prodigio precocissimo, si laurea in diritto a sedici anni e diventa avvocato affermato. La svolta arriva — racconta la tradizione biografica, forse con qualche colore leggendario aggiunto nel tempo — dopo la perdita di una causa importante: un tracollo che lo spinge a lasciare la professione forense e a farsi sacerdote. Da allora la sua vita si rivolge quasi interamente ai poveri e ai contadini delle campagne del Regno di Napoli, popolazioni spesso lasciate senza un’adeguata assistenza religiosa. Nel 1732 fonda la Congregazione del Santissimo Redentore — i Redentoristi — pensata apposta per raggiungere chi le strutture ecclesiastiche ordinarie non riuscivano a raggiungere. Sarà vescovo per un breve periodo, poi tornerà a dedicarsi alla scrittura e alla formazione dei confessori fino alla morte, nel 1787.

L’incontro

Il legame tra i due non è leggenda: è documentato, ma va maneggiato con la prudenza che la buona ricostruzione storica richiede. Nel 1708, a dodici anni, Alfonso sostiene l’esame di ammissione all’Università di Napoli. Nella commissione siede Giambattista Vico, allora professore di retorica. È un fatto verificabile, non un’invenzione agiografica.

A questo si aggiunge un secondo elemento, di natura più ambientale che biografica in senso stretto: le fonti alfonsiane — in particolare uno studio pubblicato nello Spicilegium Historicum dei Redentoristi — ricordano che il giovane Alfonso frequentava la casa del giurista Domenico Caravita, un vero e proprio cenacolo intellettuale napoletano dove si discuteva di diritto, religione e filosofia. Lì intervenivano, insieme a Vico, figure come Pietro Giannone e Costantino Grimaldi — protagonisti di un dibattito culturale acceso, spesso in tensione con l’ortodossia ecclesiastica del tempo.

È dunque plausibile che Alfonso abbia ascoltato Vico anche fuori dall’aula universitaria. Ma trasformare questo in un rapporto di maestro e allievo, come fanno alcune biografie divulgative, è una semplificazione che la documentazione non sostiene fino in fondo. Più corretto dire: Alfonso si formò in un ambiente in cui Vico era una presenza autorevole e riconosciuta, non che ne fu discepolo diretto e continuativo.

Una stessa domanda, due risposte diverse

Ciò che rende questo incontro interessante non è tanto l’aneddoto dell’esame, quanto una parentela più profonda, che riguarda il modo di pensare l’essere umano.

Vico costruisce la propria filosofia contro il razionalismo astratto di stampo cartesiano — l’idea, cioè, che la realtà umana si possa spiegare interamente con gli strumenti della ragione geometrica, come si dimostra un teorema. Per Vico questo è un errore: le società nascono da passioni, paure, immaginazione religiosa, linguaggio poetico, prima ancora che da ragionamenti. Per comprendere l’uomo bisogna guardare come si è storicamente formato, non come dovrebbe comportarsi secondo un modello ideale.

Alfonso compie, in un campo del tutto diverso — la teologia morale, cioè la disciplina che si occupa di giudicare la bontà o la colpa delle azioni umane — un movimento sorprendentemente analogo. Si trova a mediare tra due estremi che dominavano il dibattito morale del suo tempo: il rigorismo, che riduceva la vita cristiana a un sistema di divieti e condanne, e il lassismo, che tendeva invece a giustificare quasi ogni comportamento. La sua soluzione — esposta soprattutto nella Theologia moralis, opera che avrà un’influenza enorme nella formazione dei sacerdoti e dei confessori — non parte da una formula astratta applicabile a tutti allo stesso modo, ma dalla coscienza concreta della singola persona: le sue intenzioni, la sua ignoranza, le sue paure, le circostanze reali in cui agisce. Una legge dubbia, per Alfonso, non deve diventare automaticamente un peso certo sulla coscienza di chi non può davvero comprenderla o rispettarla.

In entrambi i casi, insomma, la risposta rifiuta l’astrazione a favore del concreto: la storia effettivamente vissuta dai popoli per Vico, la coscienza effettivamente vissuta dalla singola persona per Alfonso.

Storia come ciclo: i corsi e ricorsi

Per capire davvero cosa intende Vico quando parla di storia concreta, bisogna entrare nel cuore della sua tesi più celebre e più difficile: la teoria dei corsi e ricorsi storici, esposta nella Scienza nuova del 1725, poi riscritta e ampliata fino all’edizione definitiva del 1744.

Vico osserva che tutte le nazioni, per quanto diverse tra loro, attraversano — indipendentemente le une dalle altre — le stesse tre età, in un ordine costante che lui chiama “storia ideale eterna”. La prima è l’età degli dèi: un tempo in cui gli uomini, ancora incapaci di ragionamento astratto, spiegano il mondo attraverso il mito e vivono sotto un governo teocratico, guidati da oracoli e da un linguaggio fatto di geroglifici e segni sacri più che di parole articolate. La seconda è l’età degli eroi: emergono figure aristocratiche, i “padri” fondatori delle prime famiglie e delle prime città, che governano attraverso la forza, il diritto della violenza e un rigido formalismo giuridico; la parola qui diventa poesia eroica, come quella cantata da Omero. La terza è l’età degli uomini: si afferma finalmente la ragione riflessiva, nascono le repubbliche popolari e le leggi scritte e comprensibili a tutti, il linguaggio si fa prosa e diritto civile accessibile al comune cittadino.

Fin qui la teoria potrebbe sembrare un semplice schema di progresso lineare, dal mito primitivo alla razionalità matura. Ma è esattamente qui che Vico introduce l’elemento più originale e più cupo della sua visione: l’età della ragione, portata alle sue estreme conseguenze, non è un punto di arrivo stabile. Una civiltà che ha raggiunto la piena maturità razionale rischia di scivolare in quella che Vico chiama la “barbarie della riflessione”: un eccesso di calcolo, di scetticismo, di raffinatezza intellettuale che corrode i legami di fiducia, di credenza condivisa e di appartenenza su cui ogni comunità si regge. Gli uomini diventano, nelle sue parole, come “lupi” gli uni per gli altri sotto le apparenze della civiltà — soli nel mezzo della folla, incapaci di quella solidarietà spontanea che animava, paradossalmente, le età più primitive. È un rovesciamento inquietante: non è la barbarie del sentimento a distruggere le civiltà, ma la barbarie dell’intelletto che ha smesso di credere in qualsiasi cosa comune.

Da questo collasso — attraverso guerre civili, dissoluzione delle istituzioni, ritorno a una condizione quasi selvaggia — le nazioni non scompaiono semplicemente: si avviano verso un “ricorso”, cioè un nuovo ciclo che ripercorre, in forme nuove, le stesse tre età. Non si tratta però di una ripetizione identica, di un tempo che gira su se stesso in modo meccanico: ogni ricorso porta con sé la memoria — spesso deformata, sedimentata in miti e linguaggi — di ciò che è già accaduto, e questo rende ogni ciclo storico analogo ai precedenti ma mai del tutto uguale. È per questo che Vico può, ad esempio, leggere il Medioevo europeo, con i suoi signori feudali, il suo diritto consuetudinario e il suo linguaggio simbolico, come un vero e proprio “ritorno” a un’età eroica, secoli dopo la caduta di Roma — senza per questo intendere che la storia sia condannata a una monotonia senza scopo.

Ed è qui che il concetto di Provvidenza mostra tutto il suo peso specifico. Per Vico la Provvidenza non è un’entità che interviene dall’esterno a correggere il corso degli eventi: è la logica immanente che guida gli uomini, attraverso le loro stesse passioni cieche — l’avidità, l’ambizione, la paura — verso esiti ordinati e non voluti da nessuno dei singoli attori. È la sua formula più famosa e più citata: gli uomini fanno la storia, ma “quel mondo civile è stato certamente fatto dagli uomini” senza che nessuno di loro ne avesse in mente il disegno complessivo. Le nazioni non sanno di obbedire a uno schema quando lo attraversano; solo lo storico, guardando indietro, può riconoscere la forma ricorrente.

Questa cornice cambia il senso stesso di ciò che Vico oppone a Cartesio. Non si tratta soltanto di dire che la vita umana è fatta di passioni e non di sola ragione: si tratta di sostenere che la storia ha una struttura conoscibile, ripetibile nei suoi tratti essenziali, proprio perché — a differenza della natura, opera di Dio e quindi comprensibile pienamente solo a Lui — il mondo civile è opera degli uomini, e ciò che l’uomo ha fatto l’uomo può, in linea di principio, arrivare a comprenderlo fino in fondo. È il principio che Vico chiama del verum ipsum factum: si conosce veramente solo ciò che si è fatto. La storia diventa così l’unico terreno su cui l’uomo può sperare in una conoscenza piena, negata invece rispetto al mondo naturale.

Provo a chiarire ulteriormente aggiungendo un esempio concreto.

Prendi una legge, un’istituzione, una lingua: sono tutte cose che gli uomini hanno costruito, nel tempo, per rispondere a bisogni loro — governarsi, comunicare, dividersi la terra. Nessuno le ha ricevute già fatte dall’esterno: sono il prodotto delle scelte, degli errori, delle passioni di chi le ha via via plasmate.

Il principio di Vico dice questo: puoi conoscere davvero solo le cose di cui conosci il “dentro”, cioè il processo che le ha generate — non solo il risultato finale, ma i passaggi, le ragioni, i materiali con cui è stata costruita. È la differenza tra guardare un orologio finito da fuori e sapere invece, perché l’hai montato tu stesso pezzo per pezzo, perché ogni ingranaggio è dove è.

Ora, il mondo naturale — le stelle, il corpo umano, le leggi della fisica — non lo abbiamo costruito noi: lo ha “fatto” Dio, per usare il linguaggio di Vico. Possiamo osservarlo, misurarlo, formulare ipotesi su di esso, ma non ne conosciamo mai il “dentro” nello stesso modo, perché non siamo stati noi a metterlo insieme. Solo chi ha fatto una cosa ne possiede la conoscenza piena e non solo ipotetica — questo vale per Dio rispetto alla natura, come varrebbe per un artigiano rispetto a un oggetto che ha costruito con le proprie mani.

Il mondo civile, invece — la storia, il diritto, le lingue, le istituzioni — lo abbiamo fatto noi. Per questo, dice Vico, è l’unico ambito in cui l’uomo può ambire a una conoscenza altrettanto piena: non deve indovinare dall’esterno una logica che non gli appartiene, come fa con la natura, ma può ripercorrere dall’interno un processo di cui è stato lui stesso l’autore. Studiando come le nazioni sono nate, cresciute, decadute — cioè studiando la storia — l’uomo non sta osservando un fenomeno estraneo: sta rileggendo, in un certo senso, la propria stessa opera.

Verum ipsum factum — “il vero è lo stesso che il fatto” — è la formula che condensa tutto questo: la verità di una cosa coincide con l’averla fatta. Ed è anche il motivo per cui, secondo Vico, gli storici e i filosofi della storia possono legittimamente aspirare a un tipo di certezza che i fisici e i naturalisti, per quanto rigorosi, non potranno mai raggiungere fino in fondo.

Le differenze

Sarebbe però disonesto appiattire le distanze tra i due. Vico è, prima di tutto, un filosofo della storia delle civiltà nel loro complesso, mosso da un ciclo di ampiezza plurisecolare che riguarda intere nazioni. Alfonso è un pastore e un moralista che si occupa della singola anima, del singolo peccato, della singola confessione, in un tempo che si misura non in secoli ma nella durata di una vita umana. Uno guarda ai popoli attraverso corsi che si misurano in ere; l’altro alle persone, una per una, nel breve arco di un esame di coscienza.

Anche il rapporto con l’istituzione ecclesiastica è diverso. Vico si muove in un ambiente culturale napoletano in cui circolavano idee giansenistiche e posizioni di aperta frizione con Roma — pensiamo proprio a Pietro Giannone, presente nello stesso cenacolo di Caravita, che finirà i suoi giorni prigioniero per le sue tesi anticurialiste. Alfonso, pur critico verso il rigorismo, resta pienamente dentro l’ortodossia cattolica: la sua riforma della morale è una riforma dall’interno della Chiesa, non contro di essa, e proprio per questo verrà canonizzato nel 1839 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1871.

Cosa resta oggi

L’eredità di Vico è entrata nella filosofia della storia, nell’estetica, negli studi sul mito e sul linguaggio: la sua idea che l’uomo comprenda pienamente solo ciò che ha fatto lui stesso, e che le civiltà attraversino fasi ricorrenti — dalla credenza condivisa alla forza aristocratica, dalla ragione matura fino al rischio di una barbarie intellettuale che prepara il crollo — resta un punto di riferimento per chiunque si occupi di scienze umane, ed è stata ripresa, in epoche diverse, da pensatori interessati a leggere le crisi delle civiltà moderne attraverso la sua stessa lente.

L’eredità di Alfonso è più sommessa ma non meno concreta: è ancora oggi un riferimento per chi si occupa di teologia morale, ed è passata, attraverso il suo celebre canto natalizio, in una tradizione popolare che sopravvive a chi ne conosce l’autore. “Tu scendi dalle stelle” fu composto nel 1754. In realtà deriva da una canzone precedente dello stesso Alfonso, scritta in napoletano, famosa ancora oggi: “Quanno nascette Ninno”. Ma il nucleo più vivo del suo pensiero — che una legge dubbia non debba schiacciare una coscienza fragile, che il giudizio morale debba sempre passare attraverso la comprensione della persona reale e non di un’astrazione — resta un’intuizione che va ben oltre il contesto religioso in cui nacque, e riguarda qualunque sistema, anche laico, chiamato a giudicare comportamenti umani.

Così diversi o così simili?

Alla curiosità, sollecitata in apertura,  si può rispondere con un paradosso solo apparente: profondamente diversi nelle vite, nei linguaggi, negli strumenti — l’uno filosofo di professione mancata, l’altro avvocato diventato santo —, eppure fratelli nella stessa intuizione di fondo, quella che attraversa la cultura napoletana del loro tempo: diffidare della ragione astratta quando pretende di spiegare, o di giudicare, l’essere umano senza passare prima attraverso la sua storia concreta, le sue passioni, la sua fragilità. Vico lo fece per i popoli, disegnando un ciclo che si ripete senza mai ripetersi identico. Alfonso lo fece per le coscienze, una alla volta. Due risposte diverse alla stessa domanda che, in fondo, resta ancora la nostra.

Articoli correlati (clicca sul titolo):

Giambattista Vico: “verum ipsum factum”

Una massima di Alfonso Maria de’ Liguori:

Rispondi