Argomenti: filosofia – corsi e ricorsi storici – Fortuna e Provvidenza
Il filosofo napoletano che pone domande scomode alla modernità
Ci sono pensatori che vengono compresi subito, accolti, discussi, e poi via via consumati dal tempo. Ce ne sono altri, più rari, che attraversano i secoli quasi in silenzio, fraintesi o ignorati dai loro contemporanei, per poi tornare a parlarci con una forza sorprendente proprio quando meno ce lo aspettiamo. Giambattista Vico appartiene a questa seconda categoria. Per quasi un secolo fu un autore marginale, persino dimenticato; oggi è considerato uno dei pensatori più originali che l’Italia abbia mai prodotto, e — cosa più rara ancora — uno dei più attuali, citati, capace di illuminare interrogativi che sentiamo come nostri.
Chi era Giambattista Vico
Giambattista Vico nacque a Napoli il 23 giugno 1668 e nella stessa città morì nel 1744. Figlio di un libraio, non ebbe né ricchezza né potere né protezioni influenti: la sua fu una vita di fatica, costruita ai margini delle istituzioni accademiche del suo tempo. Da ragazzo cadde da una scala e rischiò di morire; per anni studiò quasi da autodidatta, in lunghi periodi di isolamento. Per vivere insegnò retorica (l’arte di persuadere e argomentare in pubblico, erede della tradizione oratoria antica) all’Università di Napoli, senza mai ottenere il prestigio accademico a cui aspirava. Fu, insomma, un uomo segnato dalla marginalità — ed è forse proprio questa esperienza di fatica e di esclusione ad aver affinato il suo sguardo sulle vicende umane, rendendolo sensibile a ciò che i potenti e i sazi (in senso biblico) raramente notano: il modo in cui le civiltà nascono dal basso, dalla necessità, dal bisogno di darsi un ordine comune (uno dei nuclei centrali della Scienza Nuova).
Il secolo che Vico attraversò, e contro cui in parte scrisse
Per comprendere la portata di Vico occorre collocarlo nel suo tempo. Visse a cavallo tra Seicento e Settecento, in un’epoca dominata dal razionalismo (la fiducia che la ragione, da sola, possa spiegare ogni aspetto della realtà): Cartesio aveva da poco fondato la filosofia moderna sul dubbio metodico e sulla certezza matematica, Newton stava riscrivendo le leggi dell’universo fisico, e l’intera cultura europea correva verso un ideale di conoscenza misurabile, dimostrabile, geometrica. In quel clima, mentre tutti cercavano leggi universali capaci di spiegare la natura, Vico pose una domanda spiazzante, quasi fuori moda: come nasce, invece, la storia degli uomini? Una domanda che lo isolò dai dibattiti dominanti del suo secolo, ma che oggi — in un’epoca satura di algoritmi e modelli predittivi — suona stranamente premonitrice e ammonitrice.
Il capolavoro: la Scienza Nuova
L’opera per cui Vico è ricordato è La Scienza Nuova, pubblicata in più redazioni tra il 1725 e il 1744, e considerata tra i testi più originali dell’intera filosofia europea. Il suo nucleo è un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria, racchiusa nella formula latina verum ipsum factum — “il vero coincide con il fatto”. Vico ragiona così: Dio conosce perfettamente la natura perché è lui ad averla creata; gli uomini, allo stesso modo, possono conoscere davvero soltanto ciò che hanno fatto essi stessi. E poiché la natura non è opera umana, resterà sempre in parte misteriosa ai nostri occhi; la storia, invece — fatta di leggi, istituzioni, linguaggi, miti — è interamente nostra, ed è quindi l’unico terreno su cui possiamo costruire una conoscenza piena e profonda. È un capovolgimento sottile ma decisivo rispetto al razionalismo del suo tempo: non è la matematica la via maestra verso la verità, ma la storia.
I corsi e i ricorsi storici
Da questa intuizione nasce la teoria per cui Vico è più conosciuto: quella dei corsi e ricorsi storici. Le civiltà, per Vico, attraversano grandi cicli. C’è un’età degli Dei, in cui dominano mito, religione e simboli; un’età degli Eroi, segnata da aristocrazie e gerarchie guerriere; un’età degli Uomini, in cui finalmente nascono leggi, diritti e ragione condivisa. Dopo di che, spesso, sopraggiunge la decadenza, e il ciclo può ricominciare. È una semplificazione molto diffusa — e va corretta — pensare che per Vico la storia si ripeta identica a sé stessa, come un disco che torna sempre allo stesso punto. Non è così: Vico non descrive una ruota che gira sul nulla, ma strutture ricorrenti, meccanismi profondi che si ripresentano pur dentro civiltà sempre diverse. È per questo che è spesso considerato un precursore della sociologia e della filosofia della storia: non un profeta di un eterno ritorno, ma un osservatore acuto delle forme che il vivere associato tende a riprodurre.
Vico e Machiavelli: un debito e una distanza
La teoria dei corsi e ricorsi non nasce dal nulla. Vico la eredita, almeno in parte, da Niccolò Machiavelli, che nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio aveva già ripreso l’antica idea greca dell’anakyklosis (il ciclo delle forme di governo teorizzato dallo storico greco Polibio, per cui monarchia, aristocrazia e democrazia degenerano l’una nell’altra in sequenza) per applicarla alle vicende di Roma. Ma Machiavelli, da osservatore disincantato della politica fiorentina, introduce subito un correttivo realistico: nota che raramente una repubblica, una volta degenerata, ritorna allo stesso ciclo di grandezza, perché più facilmente viene sopraffatta da uno stato vicino meglio organizzato, prima ancora di poter ricominciare daccapo. È una storia governata dalla fortuna e dai rapporti di forza, priva di una direzione ultima.
Vico raccoglie da Machiavelli l’intuizione della ciclicità, ma la trasforma in qualcosa di più ampio e sistematico, introducendo un elemento che nel segretario fiorentino non c’è: la Provvidenza, intesa non come intervento divino diretto nelle vicende umane, ma come un ordine che si manifesta attraverso le stesse azioni degli uomini, anche quando questi perseguono fini opposti o meschini. Allo stesso tempo Vico guarda a Machiavelli con un certo distacco critico: lo colloca, insieme a pensatori come Hobbes e Spinoza, tra gli autori di uno scetticismo politico che si ferma alla sola verità effettuale — l’espressione con cui lo stesso Machiavelli definiva il proprio metodo, fondato sui fatti concreti del potere piuttosto che sugli ideali — senza riuscire a cogliere il disegno più ampio che, per Vico, attraversa la storia delle nazioni. In altre parole: Machiavelli insegna a Vico a guardare ai fatti senza illusioni, ma Vico vuole andare oltre, cercando dietro quei fatti una trama che li tenga insieme.
Vale la pena soffermarsi su cosa avvicini, e cosa separi davvero, la fortuna di Machiavelli e la Provvidenza di Vico, perché a un primo sguardo potrebbero sembrare due nomi diversi per la stessa cosa: entrambe, infatti, indicano una forza che eccede il controllo del singolo individuo e che agisce dentro la storia. Machiavelli paragona la fortuna a un fiume in piena: imprevedibile, capace di travolgere ogni progetto umano, eppure in parte arginabile dalla virtù — l’abilità, la prontezza, la capacità di prevedere e di agire al momento giusto. È una forza cieca, senza scopo né direzione: premia o punisce senza un disegno morale, e l’uomo politico più abile è semplicemente quello che riesce a leggerne gli umori e ad assecondarli. Per questo la storia di Machiavelli resta, in fondo, una storia aperta e senza promesse: può andare bene come può andare male, e nulla garantisce che alla fine prevalga il giusto.
La Provvidenza di Vico è cosa diversa, e la differenza è decisiva. Non è un destino esterno che si abbatte sugli uomini dall’alto, né tantomeno un intervento miracoloso che sospende il corso naturale degli eventi: è piuttosto un ordine immanente, una direzione che si realizza attraverso le azioni umane, anche quando gli uomini perseguono scopi del tutto opposti a quell’ordine. È l’idea — che diventerà poi celebre, secoli dopo, nella filosofia di Hegel sotto il nome di “astuzia della ragione” — per cui dalla somma di egoismi, ambizioni e persino violenze private può scaturire, quasi a dispetto degli attori coinvolti, un bene collettivo che nessuno di loro aveva messo in conto. Dove Machiavelli vede soltanto il fiume e l’argine, Vico intravede, dietro le piene e le secche di quel fiume, un letto che lo guida verso il mare. La fortuna, insomma, è cieca; la Provvidenza vichiana, pur senza essere un disegno consapevole nella mente di un singolo, ha un verso: gli uomini, dice Vico in una delle sue formule più note, fanno la storia, ma è come se una mano nascosta correggesse continuamente i loro errori, trasformando le loro intenzioni più meschine in istituzioni e leggi che nessuno, singolarmente, avrebbe saputo progettare.
Un’idea dell’uomo che precede Freud
Vico diffidava degli intellettuali convinti di poter spiegare ogni cosa con la sola ragione astratta. Secondo lui, gli uomini costruiscono il mondo soprattutto attraverso miti, linguaggio, religione, diritto, immaginazione, poesia: un sapere prima della filosofia, fatto di immagini e di passioni più che di sillogismi. È una delle sue intuizioni più moderne, e molto prima di Freud o dell’antropologia contemporanea Vico aveva già capito che l’essere umano non vive di sola logica, ma di simboli che lo precedono e lo plasmano. Non è un caso che la ricerca storica più recente sembri confermare proprio questa intuizione. È illuminante, in questo senso, un articolo di Maria Luisa Colledani che, recensendo Le vie di Ercole dello storico Giovanni Brizzi (professore emerito dell’Università di Bologna), ove si parla dei viaggi di Eracle e del suo doppio fenicio Melqart, che attraversa il Mediterraneo da Menfi a Tiro, da Cartagine alle Colonne d’Ercole, racconta esattamente ciò che Vico teorizzava: popoli diversi — greci, fenici, cartaginesi, romani — non si sono limitati a combattersi, ma si sono riconosciuti nello stesso eroe, hanno costruito insieme un mito condiviso che ha tenuto insieme un intero mondo. Brizzi parla, a questo proposito, di vie più che di percorsi geografici: itinerari ideali di riconoscimento reciproco. Ecco la poesia di cui parla Vico messa in pratica da intere civiltà: il mito come linguaggio comune capace di unire ciò che la ragione non saprebbe tenere insieme.
Una fortuna novecentesca, fuori dall’Italia
Se per quasi un secolo Vico fu dimenticato, il Novecento gli ha reso un risarcimento sorprendente, e per buona parte fuori dai confini italiani. Il filosofo britannico Isaiah Berlin gli ha dedicato un intero studio, Vico and Herder, leggendolo come uno dei fondatori dello storicismo moderno — la convinzione che ogni epoca e ogni cultura vada compresa nei propri termini, e non misurata su un unico metro di progresso universale. Lo storico israeliano Joseph Mali, nel suo The Legacy of Vico in Modern Cultural History, ha ricostruito come quattro figure cruciali della cultura del Novecento — lo storico francese Jules Michelet, lo scrittore irlandese James Joyce, il filologo tedesco Erich Auerbach e lo stesso Berlin — abbiano trovato nella Scienza Nuova l’ispirazione per le proprie opere: Joyce, in particolare, costruisce l’intera struttura circolare del Finnegans Wake sui corsi e ricorsi vichiani, fino a chiudere il romanzo riportandolo, di fatto, alla propria prima riga.
Ma è forse il critico letterario palestinese-americano Edward Said a offrire la testimonianza più esplicita di questo debito. In Orientalism, Said riconosce in Vico l’origine di una linea di pensiero che, passando per Herder, Goethe, Humboldt e Nietzsche, arriva fino ai grandi filologi del Novecento come Auerbach e Curtius: un modello umanistico alternativo a quella pretesa di standardizzazione del sapere che Said associa al pregiudizio occidentale verso l’Oriente. Per Said, l’intuizione vichiana per cui gli uomini possono conoscere davvero solo ciò che hanno fatto — e che lui stesso, da studioso di geografia culturale, estende al territorio e all’identità dei popoli — resta un antidoto contro ogni visione del mondo che pretenda di guardare le culture dall’alto, anziché dal di dentro. Anche il metastorico americano Hayden White ha attinto a Vico per la propria teoria della narrazione storica, segno che la domanda posta da un filosofo napoletano isolato e marginale nel suo secolo ha finito per attraversare, due secoli e mezzo più tardi, discipline e continenti diversi.
La lezione di Vico per noi, oggi
Perché un filosofo seicentesco, marginale e quasi dimenticato per generazioni, dovrebbe interessarci ancora? Perché Vico ci costringe a porci domande che la modernità tende a rimuovere. Una civiltà può decadere? Le società hanno davvero un ciclo vitale, fatto di nascita, crescita e crisi? L’eccesso di individualismo può sfaldare una comunità dall’interno? Il progresso tecnico è sempre, automaticamente, progresso umano? Sono interrogativi che tornano con insistenza ogni volta che osserviamo un impero, un partito, una nazione attraversare i suoi ultimi giorni: le nazioni, sembra dirci Vico in controluce, non cadono soltanto per cause esterne — un nemico, una guerra, una crisi economica — ma cadono quando perdono quel senso comune, quel tessuto condiviso di significati, che le teneva unite. Non è una citazione letterale del filosofo napoletano, ma ne riassume bene lo spirito.
C’è poi un altro filo, più sottile, che lega Vico al nostro presente: il tema dell’identità italiana, intesa non come un dato fisso e immutabile, ma come una costruzione storica continuamente rinegoziata. Vico ci insegna che un popolo non si definisce per via di sangue o di confini geografici, ma per via dei miti, delle leggi e del linguaggio che si è dato nel tempo: l’identità è essa stessa un factum, qualcosa che gli uomini fanno e rifanno continuamente, mai un’essenza ricevuta una volta per tutte. È un pensiero che dovrebbe metterci in guardia tanto dalle retoriche identitarie più rigide quanto dall’illusione opposta, quella di un cosmopolitismo senza radici: l’identità, per Vico, si costruisce, esattamente come si costruisce la storia.
Vico ci consegna anche un paradosso — un’affermazione che a prima vista sembra contraddittoria, ma che a guardarla bene rivela una verità nascosta — destinato a restare scomodo: gli uomini fanno la storia, eppure raramente comprendono fino in fondo ciò che stanno facendo mentre la fanno. Costruiamo istituzioni, leggi, alleanze, guerre, e soltanto a distanza di tempo, voltandoci indietro, cogliamo il disegno complessivo di ciò che abbiamo prodotto. È il paradosso di ogni epoca che si crede pienamente padrona di sé — la nostra non meno delle precedenti — e che invece, come tutte quelle che l’hanno preceduta, naviga spesso a vista dentro processi che la sovrastano.
Su questo terreno, due opere letterarie aiutano a illuminare meglio il pensiero di Vico, pur essendo nate in contesti del tutto diversi dal suo. Il Don Chisciotte di Cervantes racconta un uomo che vive dentro un mito — quello della cavalleria — più vero per lui di qualunque fatto verificabile: è la prova vivente, per così dire, di quanto gli esseri umani abbiano bisogno di narrazioni condivise per orientarsi nel mondo, esattamente come sosteneva Vico quando insisteva sul ruolo fondativo del mito e dell’immaginazione. E le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, dal canto loro, mostrano un imperatore che riflette sul proprio tempo proprio mentre lo sta vivendo e plasmando, cercando — come direbbe Vico — di comprendere fino in fondo il factum di cui è insieme artefice e testimone: un esercizio raro, che pochissimi uomini di potere sanno davvero compiere.
Se dovessimo condensare l’intero pensiero di Vico in un’unica idea, sceglieremmo questa: studiare la storia non significa imparare a memoria date e battaglie, ma imparare a riconoscere i segni dei tempi. È un esercizio che richiede pazienza, umiltà e uno sguardo capace di cogliere, dietro gli eventi del presente, le strutture profonde che li attraversano — esattamente ciò che, secoli dopo, lo storico Fernand Braudel chiamerà la lunga durata della storia, e ciò che chiunque osservi con onestà il proprio tempo è chiamato, in fondo, a praticare ogni giorno.

Giustizia e libertà sempre e per tutti