Esercizi spirituali laici del 28 agosto 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

L’autore e la fonte

Dialogo del pessimismo (o Dialogo tra il padrone e il servo), testo accadico, Mesopotamia, I millennio a.C. È un testo anonimo babilonese, giunto a noi su tavolette cuneiformi conservate in diverse biblioteche mesopotamiche, tra cui quella di Assurbanipal a Ninive.

Perché questo testo?

È scritto in forma di dialogo tra un padrone e il suo servo: per undici volte il padrone annuncia un’intenzione — andare a caccia, fare un banchetto, sposarsi, fare del bene al proprio paese, ribellarsi — e il servo, con la sollecitudine di chi vuole compiacere, trova sempre ottime ragioni per assecondarlo. Ma ogni volta, appena il padrone cambia idea e dichiara di non voler più fare quella cosa, il servo trova con la stessa prontezza ottime ragioni per giustificare anche il ripensamento. È un testo di sapienza (un genere letterario diffuso nell’antico Vicino Oriente, dedicato a interrogare il senso della vita e dell’agire umano) venato di un umorismo tagliente, quasi da commedia.

Merita la nostra riflessione per il suo finale, che rovescia bruscamente il tono comico in una domanda seria: se ogni azione può essere giustificata e il suo contrario altrettanto, cosa vale davvero la pena di fare? Il padrone, spiazzato dalla docilità totale del servo, gli chiede infine cosa sia dunque un bene. Il servo risponde che l’unico vero bene è avere il collo spezzato e essere gettato nel fiume, oppure quello del padrone. È una battuta che è anche un abisso: la sapienza mesopotamica non consola con promesse di aldilà, guarda in faccia la possibilità che nessuna azione, in sé, sia più giusta di un’altra. Un testo utile per chi, oggi, si accorge di poter argomentare a favore di scelte opposte con la stessa facilità, e si interroga su cosa fondi davvero una decisione.

Il testo da meditare

Il padrone chiamò il servo e gli disse: Servo, ascoltami. Eccomi, mio signore, eccomi. Voglio fare del bene al mio paese. Fallo, mio signore, fallo. L’uomo che fa del bene al proprio paese, le sue opere restano custodite alla presenza di Marduk. No, servo, non voglio fare del bene al mio paese. Non farlo, mio signore, non farlo. Sali sulle rovine delle antiche città e cammina; guarda i teschi degli uomini umili e di quelli nobili: chi di loro ha fatto il male e chi ha fatto il bene? Non si distinguono più.

Il padrone chiamò il servo e gli disse: Servo, ascoltami. Eccomi, mio signore, eccomi. Amerò una donna. Amala, mio signore, amala. L’uomo che ama una donna dimentica il dolore e l’affanno. No, servo, non amerò una donna. Non amarla, mio signore, non amarla. La donna è una fossa, una fossa, un pozzo, una fossa scoscesa; la donna è un pugnale di ferro affilato che taglia la gola di un uomo.

Il padrone chiamò il servo e gli disse: Servo, ascoltami. Eccomi, mio signore, eccomi. Cosa è dunque bene? Spezzare il mio collo e il tuo, gettarci nel fiume: questo è bene. Chi è tanto alto da salire fino al cielo? Chi è tanto largo da abbracciare la terra intera? Allora io ti ucciderò e ti manderò avanti. Ma il mio signore vivrebbe forse più di tre giorni dopo di me?

Illuminazione

Colpisce, in questo testo di quasi tremila anni fa, l’assenza totale di consolazione facile. Il servo non è un cinico: applica, con perfetta coerenza retorica, argomenti veri per ogni scelta e per il suo contrario. È un esercizio che chiunque abbia discusso a lungo con sé stesso conosce bene: davanti a un bivio, la mente sa costruire buone ragioni in entrambe le direzioni. Il dialogo non risolve questo stallo con una morale, lo porta fino in fondo, fino alla battuta finale sul fiume, che è insieme la resa più cupa e la libertà più radicale: se nessuna azione ha in sé un valore assoluto e dimostrabile, resta comunque da scegliere, e la scelta stessa — non la sua giustificazione — è ciò che ci definisce. Meditare su questo testo oggi non significa arrendersi al nichilismo, ma imparare a diffidare delle proprie argomentazioni troppo perfette, da qualunque parte esse pendano.

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