Esercizi spirituali laici dell’11 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Oggi una voce che viene dall’antica Mesopotamia: Ludlul bēl nēmeqi, protagonista del poema accadico Ludlul bēl nēmeqi, composto probabilmente fra il XIII e il XII secolo a.C. e talvolta chiamato, con qualche approssimazione, «il Giobbe babilonese». Non conosciamo con certezza l’autore. Il protagonista è un uomo di rango, Šubši-mešrê-Šakkan, che racconta di essere precipitato improvvisamente nella disgrazia: perde prestigio, amici, salute e sicurezza. La cosa che più lo tormenta, però, non è il dolore. È non comprenderne la ragione. Ha cercato di vivere rettamente. Eppure, soffre. Più di tremila anni fa un uomo si poneva dunque una domanda che non abbiamo ancora risolto: siamo davvero capaci di sapere che cosa è giusto?

Testo da meditare

Uno dei passaggi centrali della seconda tavoletta dice:

Ša ana nišī damqu, ana ilišu lemnu;
ša ina libbišu lemun, ana ilišu damqu.
Mannu ša ilāni šamê ilmad?
Milik ilim kīma mê šupšuqat.

In una traduzione necessariamente prudente dall’accadico:

Ciò che agli uomini sembra buono,
per il loro dio può essere cattivo;
ciò che al loro cuore appare cattivo,
per il loro dio può essere buono.

Chi può comprendere il pensiero degli dèi nel cielo?
Il disegno divino è come acque profonde:
chi può penetrarlo?

Ludlul bēl nēmeqi, tavola II — traduzione di servizio dall’accadico.

Accompagnamento

La prima reazione potrebbe essere religiosa: gli dèi sanno, l’uomo non sa. Ma possiamo leggere queste parole anche senza accettare la teologia babilonese. Rimane infatti qualcosa di più elementare.

La possibilità che ci sbagliamo.

È una delle possibilità che sopportiamo peggio. Guardiamo una persona e pensiamo di averla capita. Assistiamo a un avvenimento e ne individuiamo immediatamente i colpevoli. Riceviamo un’offesa e conosciamo già le intenzioni di chi ce l’ha fatta. Una scelta ci sembra evidentemente giusta, un’altra evidentemente sbagliata. Poi passa il tempo. E qualche volta scopriamo che le cose erano più complicate. Il poeta babilonese adopera un’immagine bellissima: l’acqua profonda.

Guardando un fiume dalla riva vediamo la superficie. Possiamo osservarne il colore, la corrente, i riflessi del sole. Ma non vediamo immediatamente ciò che accade sotto. Forse anche davanti agli esseri umani viviamo quasi sempre sulla superficie. Vediamo un gesto, raramente tutta la storia che lo precede. Ascoltiamo una frase, non necessariamente la paura dalla quale proviene. Giudichiamo una decisione, senza conoscere tutte le alternative che erano disponibili a chi l’ha presa. Questo non significa rinunciare al giudizio. Ci sono azioni che dobbiamo chiamare ingiuste. Ci sono responsabilità che devono essere accertate. Trasformare il limite della nostra conoscenza in indifferenza morale sarebbe un altro errore.

Il poeta sembra suggerire qualcosa di più sottile: tenere insieme il giudizio e l’umiltà.

Posso dire: questo mi sembra ingiusto. È molto diverso dal dire: io possiedo tutta la verità su questo uomo e sulle sue intenzioni. Forse la maturità comincia proprio nello spazio minuscolo che separa queste due frasi. I Babilonesi lo riempivano con il mistero degli dèi. Noi possiamo chiamarlo complessità, limite della conoscenza, fallibilità. La sostanza non cambia molto. Dopo più di tremila anni, quelle acque sono ancora profonde.

Quale mio giudizio, proprio perché mi sembra assolutamente evidente, meriterebbe oggi di essere guardato una seconda volta?

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