Esercizi spirituali laici del 15 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Marco Tullio Cicerone, uomo politico e filosofo romano del I secolo a.C., scrisse verso la fine della vita il Somnium Scipionis, il “Sogno di Scipione”, ultimo libro del suo trattato De re publica (Sulla repubblica). Nel testo, il giovane Scipione Emiliano racconta di aver sognato l’apparizione del nonno adottivo, Scipione l’Africano, che lo conduce in un viaggio tra le stelle per mostrargli quanto sia piccola, vista dall’alto, la terra su cui gli uomini si combattono per la gloria.

Testo da meditare

Nel sogno, l’Africano dice al nipote: “Guarda quella terra: vedi come è piccola, e come, vista dall’alto, appare tutta racchiusa in un angolo minimo dell’universo”. Gli mostra poi le nove sfere celesti che avvolgono la terra, e la musica che nasce dal loro movimento armonico, udibile solo a chi si distacca dalle cose terrene.

Guardando dall’alto le distese dei popoli, Scipione si vergogna della piccolezza dell’Impero Romano, che dal cielo appare come un punto. L’Africano allora gli parla dell’anima: essa non muore con il corpo, perché ciò che si muove da sé è eterno, e proprio questo movimento perenne, senza inizio né fine, è la natura dell’anima. Gli uomini che si dedicano al bene comune, alla giustizia, alla pietà verso la patria e i genitori, hanno un luogo assegnato nel cielo, dove godranno di una vita beata.

Cicerone scrive, nella sua stessa voce: “Nihil est enim illi principi deo, qui omnem mundum regit, quod quidem in terris fiat, acceptius quam concilia coetusque hominum iure sociati, quae civitates appellantur” — “Nulla è più gradito a quel dio supremo che regge l’universo, di quanto accade sulla terra, delle assemblee e delle unioni di uomini legate dal diritto, che si chiamano città”.

Accompagnamento al testo

Cicerone scrive questo testo alla fine della propria carriera politica, dopo aver visto la repubblica romana logorarsi in guerre civili e ambizioni personali. Il punto di vista che sceglie — guardare la terra dallo spazio, quasi con gli occhi di un satellite ante litteram — è un espediente filosofico antico quanto efficace: cambiare scala per cambiare giudizio. Le cose che da vicino sembrano immense — un impero, una carriera, un nome che si vuole lasciare ai posteri — viste da lontano si rimpiccioliscono fino quasi a sparire.

Non è un invito al disimpegno, però. Anzi: proprio perché tutto è piccolo e passeggero, per Cicerone ha senso dedicarsi al bene della comunità, non per il premio della fama — che dura pochissimo anche nella memoria migliore — ma perché è nella natura stessa dell’anima, che si muove da sé e per questo non conosce fine, realizzarsi pienamente solo nella cura di qualcosa che va oltre l’interesse individuale.

Se guardassi la mia vita di oggi da una distanza siderale, quali affanni mi apparirebbero più piccoli di quanto li senta ora? C’è qualcosa che faccio non per essere ricordato, ma perché lo ritengo giusto in sé, a prescindere da chi lo saprà?

— Cicerone, Somnium Scipionis, VI, 24

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