Finché vivi, risplendi

Quattro versi davanti al tempo, alla gioia e alla morte

Immagina di avere davanti una pietra antica. Non la tomba monumentale di un imperatore, non un tempio, non il proclama di un vincitore. Una semplice stele funeraria, eretta quasi duemila anni fa per custodire il ricordo di una persona amata. Su quella pietra qualcuno incise poche parole. E insieme alle parole incise dei segni musicali. Questo particolare merita già una sosta. Non siamo soltanto davanti a qualcosa che un uomo antico volle dire: siamo davanti a qualcosa che volle anche cantare.

Una tomba, dunque. La morte. E una canzone.

Sembra quasi una contraddizione. E forse è proprio da questa contraddizione che dobbiamo cominciare, perché ciò che stiamo per leggere non è un trattato filosofico. Non possiede l’architettura di Platone, la disciplina di Aristotele o il sistema degli stoici; non ci spiega che cosa sia l’anima, non dimostra l’esistenza degli dèi, non promette un’altra vita.

Ci consegna soltanto quattro versi:

Ὅσον ζῇς φαίνου,
 μηδὲν ὅλως σὺ λυποῦ·
 πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν·
 τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ.

Potremmo tradurre:

Finché vivi, risplendi.
 Non lasciarti interamente affliggere.
 Il vivere dura poco.
 Il tempo reclama la fine.

Non corriamo oltre. Se vuoi fermati qui.

Se vuoi, restiamo per qualche momento davanti a queste parole come si resta davanti a qualcuno che, dopo un lungo silenzio, sta per confidare qualcosa di importante. Non sappiamo quale fosse l’esatta filosofia di chi le compose. Possiamo riconoscere affinità con l’epicureismo, con certe disposizioni della saggezza greca, con il pensiero della brevità della vita che troveremo negli stoici e, più tardi, nel carpe diem di Orazio. Ma dobbiamo resistere alla tentazione di mettere un’etichetta sulla pietra.

La stele non dice: «Sono epicurea». Non dice: «Sono stoica». E certamente non ci autorizza a trasformarla, duemila anni dopo, né in un catechismo religioso né nel manifesto di una filosofia materialistica.

Dice soltanto: Finché vivi, risplendi. Ed è già moltissimo.

La parola che viene prima della morte

Pensiamoci. Se dovessimo immaginare una frase incisa sopra una tomba, ci aspetteremmo parole sulla morte: ricordati che devi morire, tutto passa, qui riposa, l’uomo ritorna alla polvere.

L’Epitaffio di Sicilo compie invece un movimento sorprendente. Davanti alla morte parla anzitutto della vita.

La parola decisiva è φαίνου — phaínou.

Qui vale la pena rallentare, perché una traduzione può illuminare una parola ma può anche impoverirla. Phaínou appartiene alla famiglia del verbo greco phaínō: apparire, mostrarsi, portare alla luce, risplendere. Dalla stessa radice arriverà fino a noi, attraverso un lunghissimo cammino linguistico, anche la parola «fenomeno»: ciò che appare, ciò che si manifesta.

«Risplendi», dunque, è una traduzione bellissima. Ma dietro possiamo ancora udire qualcosa come: mostrati, vieni alla luce, manifesta la tua presenza. E la frase improvvisamente diventa più seria.

Non dice semplicemente: «Divertiti finché puoi». Non dice: «Prendi dalla vita tutto ciò che riesci a prendere». Non dice: «Vinci».

Dice: Risplendi.

Come se vivere non significasse semplicemente occupare un tratto di tempo, ma riuscire in qualche modo a esserci pienamente dentro. E qui vorrei davvero guardare il lettore negli occhi.

Quante giornate possiamo attraversare senza esserci veramente? Ci alziamo, compiamo ciò che dobbiamo fare, rispondiamo, compriamo, leggiamo, discutiamo, ci preoccupiamo, programmiamo. Poi arriva la sera. E il giorno dopo ricominciamo.

La stele sembra interromperci: sei ancora vivo? Allora non limitarti a trascorrere.

φαίνου.

Ma dobbiamo subito proteggerci da un equivoco. «Risplendere» non significa essere sempre felici. Non significa avere successo. Non significa essere ammirati. E non significa quella continua esposizione di sé che il nostro tempo talvolta confonde con l’esistenza. Potrebbe significare qualcosa di più umile e più difficile: essere presenti alla propria vita. Qui, però, dobbiamo essere rigorosi. Il greco ci porta fino a un certo punto. Tutto ciò che viene dopo è interpretazione. La filologia ci accompagna alla soglia. Poi comincia la meditazione.

«Non affliggerti»: una frase troppo facile?

Il secondo verso può quasi irritare: μηδὲν ὅλως σὺ λυποῦ.

«Non affliggerti affatto.»

Letto superficialmente potrebbe sembrare uno di quei consigli che vengono dati con troppa facilità da chi non soffre a chi sta soffrendo: non pensarci, sii positivo, goditi la vita. Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui. Quelle parole sono incise su una stele funeraria. La morte è già accaduta. Qualcuno ha perduto qualcuno. Il dolore non è un’ipotesi filosofica: è presente nella pietra stessa. Per questo non credo che il verso possa essere ridotto all’invito ingenuo a non soffrire. La sofferenza appartiene inevitabilmente alla vita. Se amiamo, possiamo perdere. Se speriamo, possiamo essere delusi. Se viviamo abbastanza, incontreremo separazioni, malattia, vecchiaia, fallimenti, morte. E, dopotutto, un uomo incapace di dolore non sarebbe necessariamente un uomo saggio. Potrebbe essere semplicemente un uomo incapace di amare. Forse allora possiamo leggere quelle parole in modo diverso: non consegnare tutta la tua vita al dolore. Il dolore può entrare. Può sedersi accanto a noi, qualche volta per anni. Può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Ma non deve necessariamente diventare il padrone di tutta la casa. È una differenza sottile, ma decisiva. Non ci viene ordinato di non piangere. Ci viene forse suggerito di non diventare soltanto il nostro pianto.

«Il vivere dura poco»

Poi arriva il terzo verso: πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν.

Il vivere dura poco. Quasi niente retorica. Nessuna promessa. Nessuna consolazione. La vita è breve. Possiamo reagire a questa frase in due modi opposti. Possiamo pensare: se la vita è così breve, allora vale poco. Oppure possiamo arrivare alla conclusione esattamente contraria: proprio perché è breve, ogni frammento della vita acquista valore. L’Epitaffio sembra muoversi in questa seconda direzione. Proviamo per un momento a immaginare l’opposto. Se possedessimo un tempo infinito, perché dovremmo fare qualcosa proprio oggi? Potremmo sempre rimandare. Dire a una persona che le vogliamo bene? Domani. Chiedere perdono? Fra cent’anni. Leggere quel libro? Più avanti. Guardare il tramonto di questa sera? Ce ne saranno infiniti. È il limite che dà peso alla scelta. Una giornata conta anche perché non ritorna. Un incontro può diventare prezioso perché non sappiamo quanti altri ce ne saranno. Una voce amata acquista un valore ancora più profondo quando comprendiamo che un giorno non la udremo più. La morte, allora, senza cessare di essere la grande interruzione della vita, diventa anche ciò che alla vita dà un contorno. Come una cornice che delimita un quadro. Questo non significa glorificare la morte. Significa riconoscere che la nostra esistenza è fatta di scelte proprio perché non possiamo avere tutto, fare tutto, essere tutto. E quindi la brevità della vita ci conduce inevitabilmente a una domanda etica:

Che cosa merita il mio tempo?

Non che cosa posso accumulare. Non quanto posso possedere. Ma: che cosa merita davvero le ore che non torneranno?

Il tempo viene a reclamare

L’ultimo verso è forse il più severo:τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ.

Il tempo reclama la fine. Il verbo ἀπαιτεῖ — apaiteî merita attenzione. Non significa semplicemente «provoca» o «porta». Può significare chiedere, esigere, reclamare ciò che è dovuto. Ed ecco emergere un’immagine quasi inquietante. Il tempo ci concede qualcosa. Poi torna a riprenderselo. Non sappiamo quando. Non sappiamo quanto ci sia stato assegnato. Cinquant’anni, ottanta, cento, un pomeriggio. Non abbiamo davanti a noi un contratto con la data di scadenza. Ma sappiamo che il tempo, prima o poi, reclamerà il τέλος — télos.

La fine.

Anche questa parola greca è interessante, perché télos non designa soltanto la cessazione: può indicare il termine, la conclusione, persino il compimento. Ma sarebbe scorretto trasformare questa sfumatura in una dottrina sull’aldilà. Il testo non dice che dopo la morte ci sarà un’altra vita. Ma non dice neppure che non ci sarà.

Tace.

E dovremmo avere il coraggio di rispettare quel silenzio. Il credente potrà leggere il verso pensando che la morte non sia l’ultima parola. Il non credente potrà ritenerla la conclusione definitiva della coscienza individuale. L’Epitaffio non risolve la disputa e non dobbiamo costringerlo a farlo. Ci ricorda qualcosa di più elementare, qualcosa che precede le nostre differenti convinzioni: questa nostra maniera di essere al mondo finirà.

Epicuro si avvicina alla pietra

A questo punto possiamo invitare qualche interlocutore. Epicuro è quasi inevitabile. Aveva cercato di liberare l’essere umano da due grandi paure: quella degli dèi e quella della morte. La sua celebre argomentazione è essenziale: quando noi siamo, la morte non c’è; quando arriva la morte, non siamo più noi a sperimentarla. Nell’Epitaffio esiste certamente un’aria che può ricordare questo atteggiamento verso il limite e verso l’angoscia. Ma non sappiamo se esista una dipendenza diretta. Ed è interessante notare una differenza. Epicuro argomenta. L’Epitaffio canta. Il filosofo cerca di convincere la ragione. La pietra sembra raggiungerci attraverso una melodia. Forse l’essere umano ha bisogno di entrambe le cose: qualche volta di una dimostrazione, qualche volta di una canzone.

Anche uno stoico avrebbe riconosciuto molto di questo linguaggio. Marco Aurelio ricorda continuamente a se stesso che la vita è breve, che la fama scompare, che gli uomini che oggi giudicano, combattono, accumulano e comandano saranno presto dimenticati.  Ma lo stoicismo possiede una costruzione morale precisa: vivere secondo ragione e natura, distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi. La nostra piccola stele non arriva fin lì. È filosoficamente meno completa. E forse proprio per questo è più aperta. Non ci consegna un sistema. Ci lascia poche parole e poi si ritira.

Non è semplicemente «carpe diem»

Potremmo allora pensare a Orazio: carpe diem. La parentela è evidente, ma anche questa espressione è stata banalizzata fino quasi a perderne il significato. Oggi può diventare lo slogan del «goditi tutto», «non pensarci», «fai ciò che ti piace». Ma dalla brevità della vita possiamo trarre conclusioni completamente diverse. Proprio perché il tempo è poco possiamo decidere di spenderlo per un’altra persona. Possiamo studiare qualcosa che probabilmente non ci darà alcun vantaggio. Possiamo curare. Possiamo costruire. Possiamo stare in silenzio accanto a qualcuno. Possiamo rinunciare. Possiamo perdonare. Possiamo opporci a un’ingiustizia. La morte non ci dice come dobbiamo vivere. Ci dice qualcosa di più semplice e, forse, più terribile: non possiamo vivere tutte le vite possibili. Dobbiamo scegliere. Ed è nella scelta che il tempo diventa biografia.

Torniamo davanti alla pietra

Adesso lasciamo per un momento Epicuro, Marco Aurelio, Orazio. Torniamo là dove eravamo partiti. Una persona è morta. Un’altra è rimasta. Qualcuno ha fatto incidere una melodia sulla pietra. Non sappiamo quale dolore accompagnasse quel gesto. Non conosciamo abbastanza per ricostruire sentimenti e intenzioni con sicurezza. La storia ci ha lasciato molti vuoti, e un buon lettore deve imparare anche a rispettare ciò che non sa. Ma possiamo almeno riconoscere una cosa: chi fece incidere quei versi non volle lasciare soltanto il ricordo di un morto. Lasciò anche un messaggio ai vivi. È come se la tomba, anziché chiamarci a guardare soltanto chi non c’è più, si rivolgesse improvvisamente a noi: Tu, invece, sei ancora qui.E questa semplice constatazione cambia tutto.

Adesso siamo rimasti noi

Potremmo chiudere la lezione qui. Abbiamo parlato della stele, della lingua greca, di Epicuro, degli stoici, di Orazio. Abbiamo fatto ciò che normalmente si fa davanti a un documento antico: abbiamo cercato di comprenderlo. Ma se ci fermassimo a questo punto rischieremmo di tradirlo. Perché la forza dell’Epitaffio di Sicilo non sta soltanto in ciò che ci insegna sulla Grecia antica. Sta nel fatto che, quasi duemila anni dopo, quelle quattro righe riescono ancora a restituirci alla nostra stessa vita. Allora togliamo dalla stanza, per un momento, Sicilo, Epicuro, gli stoici e perfino la Grecia.

Rimaniamo soltanto noi. Io che scrivo. Tu che leggi.E un fatto che nessuna filosofia riesce a cancellare:il nostro tempo è limitato. Non sappiamo quanto ne rimanga.A questo punto torna quella prima parola.

φαίνου.

Risplendi. Ma che cosa vuol dire?Avere successo? Essere ricordati? Aver scritto qualcosa? Aver accumulato conoscenza? Aver amato bene? Essere stati giusti? Aver aiutato qualcuno? Essere diventati, almeno un poco, ciò che sentivamo di poter diventare? La pietra non risponde. Ed è forse la cosa migliore che potesse fare. Perché una risposta già pronta avrebbe trasformato il canto in una morale. Invece ci lascia una domanda.

L’ultima parola

Forse la grandezza dell’Epitaffio di Sicilo consiste proprio nella sua piccolezza. Non possiede abbastanza parole per imprigionarci dentro un sistema. Lascia spazio al credente e al non credente, al filosofo e a chi della filosofia non sa nulla, a chi teme la morte e a chi pensa di averla accettata. Non pretende di risolvere il mistero. Ci dice soltanto: sei qui per un tempo. E davanti a questa evidenza pronuncia una parola che, dopo quasi duemila anni, possiede ancora la sua luce:

φαίνου.

Risplendi. Non necessariamente sii felice. Non fingere che il dolore non esista. Non conquistare il mondo. Forse semplicemente: non essere assente mentre la tua vita accade. Il tempo reclamerà la fine. Su questo il canto non offre illusioni. Ma prima che la reclami resta una domanda. Una domanda alla quale nessun filosofo, nessun sacerdote, nessun maestro può rispondere al nostro posto.

Che cosa significa, per me, risplendere?

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