Esercizi spirituali laici del 16 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Origine e fonte

Ahiqar è una delle figure più affascinanti e meno note della sapienza del Vicino Oriente antico. La sua storia ci è arrivata attraverso tradizioni diverse, in aramaico, siriaco, arabo e in altre lingue orientali; il nucleo più antico conservato compare nei papiri aramaici di Elefantina, in Egitto, databili al V secolo a.C., anche se il personaggio viene collocato dalla tradizione nell’ambiente assiro dei secoli precedenti.

Ahiqar è presentato come scriba e consigliere di corte, uomo esperto degli uomini e del potere, che affida al giovane Nadan una serie di insegnamenti sulla prudenza, sull’amicizia, sulla parola e sulla capacità di non lasciarsi trascinare dalle proprie reazioni. Non è un filosofo nel senso greco del termine: la sua sapienza nasce dall’esperienza quotidiana, dalle relazioni, dalle conseguenze delle parole pronunciate troppo presto o affidate alle persone sbagliate.

Fra i suoi ammonimenti ce n’è uno che attraversa le diverse versioni del testo con sorprendente continuità: quando una parola ti viene affidata, non avere fretta di consegnarla ad altri.

Testo da meditare

«Figlio mio, se hai udito una parola, lasciala morire nel tuo cuore e non rivelarla a un altro.»

In alcune tradizioni successive l’immagine viene ampliata:

«Lasciala morire nel tuo cuore, perché non diventi un carbone ardente nella tua bocca e non ti bruci.»

Immaginiamo allora Ahiqar davanti al giovane Nadan.

Hai ascoltato qualcosa che riguarda un’altra persona. Forse una confidenza, una debolezza, un errore, una frase pronunciata in un momento infelice. Potresti raccontarla. Potresti perfino raccontarla senza mentire.

Eppure, Ahiqar non ti domanda innanzitutto se ciò che sai sia vero.

Ti domanda, più radicalmente, se debba essere detto.

Non tutte le verità chiedono di essere pronunciate. Alcune devono esserlo, perché il silenzio potrebbe proteggere un’ingiustizia; altre possono illuminare, correggere, salvare qualcuno da un errore. Ma esistono anche verità che, una volta consegnate alla curiosità degli altri, non producono alcun bene: feriscono, umiliano, alimentano sospetti oppure ci procurano semplicemente qualche minuto di attenzione.

Ahiqar suggerisce allora una possibilità sorprendente: lasciare che una parola finisca con noi.

Non trasformarla in racconto.

Non passarla di bocca in bocca.

Lasciarla morire nel cuore.

Accompagnamento

Siamo abituati a pensare che la responsabilità morale riguardi soprattutto ciò che facciamo; Ahiqar ci ricorda invece che siamo responsabili anche di ciò che mettiamo in circolazione.

Una parola possiede una vita propria. Una volta pronunciata non appartiene più completamente a chi l’ha detta: viene raccolta, interpretata, deformata, ripetuta, qualche volta ingrandita. Dopo pochi passaggi può diventare qualcosa di molto diverso dall’esperienza originaria, e tuttavia ciascuno dei passaggi è stato possibile perché qualcuno ha deciso che quella parola non doveva fermarsi.

L’immagine del carbone ardente è dunque più profonda di quanto sembri. Chi trasporta il fuoco rischia di bruciarsi prima ancora di incendiare qualcun altro. Se ci abituiamo a raccontare le debolezze altrui, lentamente cambia anche il nostro modo di guardare le persone: cominciamo a cercare ciò che può essere riferito, ciò che rende una storia interessante, ciò che permette a noi di essere al centro della conversazione. La parola che ferisce l’altro finisce così per modificare anche chi la pronuncia.

Ahiqar non ci invita naturalmente a tacere davanti all’abuso, alla violenza o all’ingiustizia. Ci sono parole che devono uscire dal cuore proprio perché qualcuno venga protetto. Il suo insegnamento riguarda piuttosto quella enorme zona intermedia della vita quotidiana nella quale parlare non serve alla giustizia, non cura, non difende nessuno, e tuttavia parliamo.

Forse esiste una forma di bontà quasi invisibile che consiste proprio nel non aggiungere una parola inutile al rumore del mondo.

Nessuno saprà che l’abbiamo fatto. Nessuno ci ringrazierà per una frase che non abbiamo pronunciato. Non riceveremo alcun merito per un pettegolezzo che abbiamo interrotto, per una confidenza custodita, per un giudizio che abbiamo deciso di non rilanciare.

Ma forse la civiltà quotidiana è fatta anche di queste omissioni.

Prima di raccontare qualcosa su una persona assente potremmo allora domandarci, senza trasformare la domanda in una regola rigida: se quella persona fosse seduta qui davanti a me, direi la stessa cosa nello stesso modo?

Se la risposta è no, potremmo avere incontrato una di quelle parole che Ahiqar ci invita semplicemente a lasciare morire nel cuore.

E qualche volta impedire a una parola di nascere significa impedire a una ferita di cominciare.

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