Esercizi spirituali laici del 19 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Emily Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886) è una delle voci più originali e enigmatiche della poesia americana, quasi sconosciuta in vita e pubblicata solo dopo la morte. Visse in isolamento quasi totale, scrivendo quasi duemila poesie brevi, dense, spesso senza titolo, in cui la morte, l’eternità e la natura sono interrogate con un rigore che non concede consolazioni facili. “Because I could not stop for Death” (databile intorno al 1863) è forse il suo componimento più celebre: la morte vi appare non come un evento violento, ma come un gentiluomo che passa a prendere la protagonista in carrozza, in una cavalcata pacata verso l’eternità.

Testo da meditare

Because I could not stop for Death – He kindly stopped for me – The Carriage held but just Ourselves – And Immortality.

We slowly drove – He knew no haste And I had put away My labor and my leisure too, For His Civility –

We passed the School, where Children strove At Recess – in the Ring – We passed the Fields of Gazing Grain – We passed the Setting Sun –

Or rather – He passed Us – The Dews drew quivering and Chill – For only Gossamer, my Gown – My Tippet – only Tulle –

We paused before a House that seemed A Swelling of the Ground – The Roof was scarcely visible – The Cornice – in the Ground –

Since then – ‘tis Centuries – and yet Feels shorter than the Day I first surmised the Horses’ Heads Were toward Eternity –

Traduzione:

Poiché non potevo fermarmi per la Morte, Lei gentilmente si fermò per me. La carrozza conteneva solo noi due e l’Immortalità.

Andavamo piano, Lei non aveva fretta, e io avevo messo da parte il lavoro e anche lo svago, per la sua cortesia.

Passammo davanti alla Scuola, dove i bambini si sfidavano nell’intervallo, in cerchio. Passammo campi di grano che ci guardavano. Passammo il sole che tramontava.

O piuttosto, fu Lui a passare noi, la rugiada si fece tremante e fredda, perché solo di garza era il mio vestito, la mia mantellina, solo di tulle.

Ci fermammo davanti a una casa che sembrava un rigonfiamento del terreno. Il tetto era appena visibile, il cornicione, sottoterra.

Da allora sono passati secoli, eppure sembrano più brevi del giorno in cui per la prima volta intuii che le teste dei cavalli erano rivolte verso l’Eternità.

Accompagnamento al testo

Ciò che colpisce in questa poesia non è l’immagine della morte, ma il suo tono: nessuna paura, nessun dramma, solo un galantuomo che passa a prendere la protagonista mentre lei è ancora indaffarata nella vita (“avevo messo da parte il lavoro e lo svago”). Il viaggio in carrozza attraversa le tappe di un’intera esistenza in miniatura: l’infanzia (la scuola, i bambini che giocano), la maturità (i campi di grano, simbolo del lavoro e del raccolto), il tramonto (la vecchiaia). Solo alla fine ci si accorge che è la morte a muoversi, non noi: “fu Lui a passare noi”. La casa davanti a cui la carrozza si ferma, con il tetto appena visibile e il cornicione sprofondato nella terra, è la tomba, descritta senza macabra insistenza, quasi con dolcezza domestica. L’ultima strofa è la più sconvolgente: secoli sono trascorsi da allora, eppure sembrano più brevi di quel primo istante in cui la protagonista ha compreso dove erano diretti i cavalli. Il tempo dell’eternità, sembra dirci Dickinson, non si misura con l’orologio della vita.

Se dovessi immaginare la morte non come una minaccia improvvisa ma come una presenza cortese che un giorno verrà a “fermarsi per me”, cosa cambierebbe nel mio modo di vivere il tempo che ho ora? Quali sono, nella mia vita, il “lavoro” e lo “svago” che tengo così stretti da non riuscire a immaginare di doverli mettere da parte? La poesia suggerisce che è la morte a muoversi verso di noi, non noi verso di lei: che effetto fa capovolgere così la prospettiva abituale sul tempo che ci resta? Questo il punto da meditare.

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