Esercizi spirituali laici del 20 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Il racconto del cieco che cammina di notte portando una lampada appartiene a quella famiglia di brevi apologhi che, passando da una cultura all’altra, finiscono per perdere un autore preciso diventando patrimonio comune della sapienza popolare. È stato tramandato in forme diverse: compare come racconto zen, è conosciuto in versioni asiatiche e una formulazione molto simile è attestata anche come proverbio hausa africano. In Occidente il motivo circolava già tra Otto e Novecento nelle raccolte di aneddoti morali. Non sembra quindi prudente attribuirlo a un unico testo originario: più interessante è osservare come popoli lontanissimi abbiano riconosciuto nella stessa immagine — un cieco, una notte, una lampada — qualcosa di universalmente umano.

Testo da meditare

Un uomo cieco, dopo aver trascorso la serata a casa di un amico, si preparò a tornare alla propria abitazione. Era ormai notte e l’amico gli porse una lampada, invitandolo a portarla con sé. Il cieco sorrise: «A che cosa può servirmi una lampada? Per me il giorno e la notte sono uguali; non posso vedere la strada». L’amico gli spiegò allora che quella luce non gli sarebbe servita per vedere, ma affinché gli altri vedessero lui e non gli andassero addosso. Il cieco comprese il senso del consiglio, prese la lampada e si mise in cammino.

Procedeva tranquillo, convinto che la luce segnalasse agli altri la sua presenza, quando improvvisamente un passante gli urtò contro. Irritato, il cieco protestò: «Non vedi la lampada che porto in mano?». L’altro si fermò e gli rispose semplicemente: «Amico, la tua lampada si è spenta».

Il cieco rimase in silenzio. Aveva continuato a camminare credendo di possedere ancora una luce che, invece, da tempo non illuminava più nulla.

Accompagnamento

Strolicando (simil dialetto Borgofortese),il punto più profondo della storia non sembra la cecità dell’uomo, ma la lampada spenta. Il cieco aveva ascoltato un buon consiglio, ne aveva compreso la ragione e aveva fatto ciò che era giusto fare; il suo errore nasce soltanto dopo, quando continua a comportarsi come se la fiamma fosse ancora accesa senza averlo verificato.

È una condizione molto più vicina alla nostra vita di quanto possa sembrare. Anche noi camminiamo portando con noi idee, convinzioni, principi, usi e costumi, tradizioni e parole ricevute molto tempo fa; alcune ci hanno realmente illuminato, altre ci hanno sostenuto in momenti difficili, altre ancora ci sono state consegnate da persone alle quali riconoscevamo autorità e saggezza. Ma il fatto che una lampada sia stata accesa un giorno non significa che continui necessariamente a bruciare e illuminare per sempre. Una convinzione può essere stata vera e utile in un certo momento e avere bisogno, più tardi, di essere verificata, approfondita o perfino corretta.

La piccola parabola introduce così una delle domande più difficili che un essere umano possa rivolgere a sé stesso: come faccio a sapere che ciò in cui credo continui davvero a essere vero? È una domanda che richiede umiltà, perché il fanatico è certo che la propria lampada non possa spegnersi, mentre chi cerca sinceramente la verità accetta, almeno qualche volta, di fermarsi e controllare la fiamma. Può perfino accadere che sia un altro a dirgli: «Guarda che la tua lampada si è spenta». E forse proprio in quel momento comincia la parte più difficile della conoscenza, perché ascoltare quella frase significa accettare che potremmo esserci sbagliati, che una certezza amata può aver bisogno di essere rivista e che una parola ripetuta mille volte può continuare a esistere nella nostra mente anche quando non illumina più la realtà.

Ma questo racconto contiene anche un secondo insegnamento, più discreto. La lampada non serviva al cieco per illuminare il proprio cammino: serviva agli altri per accorgersi di lui. Non tutto ciò che facciamo, dunque, ha valore soltanto per noi stessi. Vivere insieme significa anche rendersi visibili, spiegarsi, segnalare la propria presenza, ascoltare e permettere agli altri di non urtarci nel buio. Una parte della civiltà nasce proprio da queste piccole luci che ciascuno porta non soltanto per sé, ma perché gli altri possano camminargli accanto.

Forse allora il cieco della storia siamo tutti noi. Nessuno vede tutto, nessuno possiede una luce capace di illuminare ogni cosa per sempre; ciascuno procede con qualche zona d’ombra, qualche limite, qualche punto cieco. La saggezza non consiste nel fingere di vedere perfettamente, ma nel continuare a custodire la propria lampada e nell’avere il coraggio, ogni tanto, di chiedersi se bruci ancora. E ovviamente se mi illumini.

E quando qualcuno ci avverte che forse si è spenta, potrebbe bastare una risposta molto semplice: «Fammi controllare. Grazie del consiglio». La verità non appartiene a chi porta la lampada. Appartiene alla luce.

E un’ultima gentilezza: noi tutti abbiamo ricevuto gratuitamente questo piccolo insegnamento dai nostri avi. A nostra volta tramandiamolo ai posteri. Sic et simpliciter.

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