La sapienza di chi sa imparare
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
Ben Zoma, il cui nome completo era probabilmente Shimon ben Zoma, fu un maestro ebreo vissuto nella prima parte del II secolo. Apparteneva alla generazione dei tannaim, i sapienti le cui discussioni e sentenze confluirono nella Mishnah. Le notizie biografiche che lo riguardano sono scarse e in parte avvolte dalla tradizione, ma gli viene riconosciuta una particolare capacità di interpretare le Scritture e di ricavarne insegnamenti morali. La sua sentenza più celebre è conservata nella Mishnah, Pirkei Avot — comunemente tradotto come Massime dei Padri — 4,1, trattato singolare perché, più che prescrizioni giuridiche, raccoglie riflessioni sulla formazione del carattere e sulla condotta quotidiana.
La Mishnah fu redatta successivamente all’epoca di Ben Zoma: possiamo quindi parlare di una sentenza autenticamente attestata dalla tradizione mishnaica e a lui attribuita, non della trascrizione diretta di parole registrate mentre le pronunciava.

Testo da meditare
Ben Zoma diceva: «Chi è sapiente? Colui che impara da ogni persona, come è detto: Da tutti coloro che mi hanno insegnato ho acquistato intelligenza».
Il testo ebraico proviene da Mishnah, Pirkei Avot 4,1. La frase conclusiva cita il Salmo 119,99.
Ben Zoma non domanda chi possieda molte conoscenze, chi abbia letto più libri o chi sappia prevalere in una discussione. Domanda chi possa essere chiamato veramente sapiente e risponde spostando l’attenzione da ciò che una persona possiede alla disposizione con cui incontra gli altri. Sapiente non è chi ha terminato di imparare, ma chi non considera nessuno tanto insignificante da non avere qualcosa da insegnargli. Può imparare dall’esperto, riconoscendone la competenza; dal bambino, ritrovando lo stupore; dall’anziano, ascoltando l’esperienza; da chi ha sbagliato, osservando le conseguenze di una scelta; persino dall’avversario, se riesce a distinguere la verità contenuta in un’obiezione dall’antipatia verso colui che la pronuncia. Questo paragrafo è una rielaborazione meditativa della sentenza, non una citazione di Ben Zoma.
Accompagnamento
Imparare da ogni persona non significa credere a ogni affermazione né rinunciare al giudizio critico. Anche l’errore deve essere riconosciuto come errore e l’ingiustizia contrastata. La frase invita però a non confondere il discernimento con il disprezzo: posso rifiutare ciò che qualcuno sostiene senza concludere che da lui non verrà mai nulla di utile. Il pregiudizio comincia proprio quando, prima ancora di ascoltare, abbiamo già stabilito chi meriti di essere maestro e chi debba restare soltanto allievo.
Questa disposizione richiede una forma esigente di umiltà. Non l’umiltà che si svaluta o finge di non sapere, ma quella che riconosce l’incompletezza del proprio sguardo. Talvolta difendiamo un’opinione non perché sia ancora vera, ma perché è diventata parte della nostra identità; accogliere una correzione ci sembra allora una sconfitta. Ben Zoma capovolge la prospettiva: chi riesce a imparare non perde dignità, ma accresce la propria libertà. La persona sapiente può dire «non lo sapevo», «mi sono sbagliato», «questo non lo avevo visto» senza sentirsi diminuita.
Quindi è bene prestare attenzione a una persona che abitualmente ascoltiamo poco: qualcuno più giovane, meno istruito, lontano dalle nostre convinzioni o semplicemente così familiare da essere diventato quasi invisibile. Non occorre attribuirgli una sapienza che non possiede; basta domandarsi con onestà: che cosa può mostrarmi che, da solo, non riuscirei a vedere? Forse la vera povertà intellettuale non consiste nel sapere poche cose, ma nel credere che ormai soltanto pochi abbiano qualcosa da insegnarci.

«Chi è degno d’onore? Colui che onora gli altri esseri umani.»
— Ben Zoma, Pirkei Avot, 4,1
