Esercizi spirituali laici del 4 ottobre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

In occasione della festa di Francesco d’Assisi, lo voglio ricordare attraverso uno dei testi più radicali e meno ornamentali della sua eredità: le Ammonizioni. Non siamo davanti al Francesco addolcito delle immagini devozionali, circondato dagli uccelli, ma a un uomo che interroga il desiderio di possedere, di prevalere e perfino di appropriarsi interiormente del bene che compiamo.

Francesco nasce ad Assisi intorno al 1181-1182, figlio di un mercante benestante. Attraversa la guerra, la prigionia e una lunga crisi personale; poi abbandona progressivamente la condizione sociale ricevuta e sceglie una vita di povertà, fraternità e vicinanza agli esclusi. Muore nel 1226.

Le Ammonizioni, brevi insegnamenti destinati soprattutto ai frati, furono raccolte nella prima tradizione francescana. Una di esse contiene un pensiero sorprendente: possiamo trasformare persino le nostre buone azioni in proprietà privata.

Testo da meditare

Il testo latino medievale è di pubblico dominio. Dall’Ammonizione XVII:

Beatus ille servus qui non magis se exaltat de bono quod Dominus dicit et operatur per ipsum, quam de illo quod dicit et operatur per alium.

«Beato quel servo che non si esalta maggiormente per il bene che il Signore dice e opera attraverso di lui, che per quello che dice e opera attraverso un altro.»

E subito dopo Francesco aggiunge una frase ancora più severa:

Peccat homo qui magis vult recipere a proximo suo quam vult dare de se Domino Deo.

«Sbaglia l’uomo che vuole ricevere dal prossimo più di quanto sia disposto a donare di sé.»

Accompagnamento

C’è una forma di proprietà che non compare in nessun catasto. Possiamo voler possedere il bene che abbiamo fatto. Ho avuto io quell’idea. Sono stato io ad aiutare quella persona. Avevo visto giusto. Quell’iniziativa esiste grazie a me. Quella battaglia l’avevo cominciata io. Talvolta sono affermazioni semplicemente vere. Il problema comincia quando dal riconoscimento di un fatto passiamo alla rivendicazione di un credito permanente.

Francesco introduce un criterio sorprendente: dovremmo riuscire a gioire del bene compiuto da un altro quanto del bene compiuto da noi. Parliamo di non-appropriazione del bene, parliamo di umiltà.

È molto più difficile di quanto sembri. Possiamo essere generosi e tuttavia desiderare che la nostra generosità venga riconosciuta. Possiamo servire una causa giusta e soffrire quando un altro ne diventa il volto pubblico. Possiamo persino insegnare qualcosa a qualcuno e provare un piccolo disagio quando l’allievo diventa più bravo del maestro.

Qui Francesco tocca qualcosa di profondamente umano: il nostro desiderio di lasciare un’impronta può insinuarsi perfino dentro le azioni migliori.

La sua risposta nasce dalla fede cristiana: il bene appartiene ultimamente a Dio e l’essere umano ne è strumento. Ma anche chi non condivide quella fede può provare a sostare davanti alla domanda che rimane. Il bene deve necessariamente portare il nostro nome? Pensiamo a quante cose essenziali della nostra vita non sappiamo più a chi dobbiamo. Una persona ci insegnò una frase che poi dimenticammo di aver imparato da lei. Qualcuno compì una scelta politica o civile molti decenni prima della nostra nascita e noi oggi ne godiamo i risultati. Un insegnante incoraggiò una persona che, anni dopo, ne aiutò un’altra. Un gesto di gentilezza ne produsse un secondo, poi un terzo, finché nessuno seppe più dove fosse cominciata la catena.

Forse il bene più fecondo è proprio quello che a un certo punto perde la firma.

C’è anche un’altra possibilità suggerita da Francesco: imparare a riconoscere senza amarezza ciò che gli altri fanno meglio di noi. È una piccola liberazione. Non dobbiamo essere noi a pronunciare ogni parola giusta. Non dobbiamo vincere ogni discussione. Non dobbiamo essere indispensabili. Possiamo persino vedere un altro raccogliere qualcosa che abbiamo contribuito a seminare e pensare: va bene così.

In un mondo nel quale siamo continuamente invitati a costruire la nostra immagine, Francesco propone quasi il movimento contrario: fare qualcosa di buono e poi allentare lentamente la presa. Come quando si apre la mano dopo avervi tenuto un seme. Non sappiamo dove cadrà. Non sappiamo chi vedrà l’albero. E forse non è necessario.

«Riesco a riconoscere con serenità il bene che ho fatto, senza trasformarlo in un credito sugli altri; e riesco a gioire quando ciò che ho seminato cresce abbastanza da non avere più bisogno di me?»

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Ogni giorno provo a fermarmi su una voce e a scrivere una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.

Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.

(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)

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