Sapere aude: abbi il coraggio di capire. Comincia!

«Sapere aude» oggi lo tradurrei: «Abbi il coraggio di capire». La traduzione tradizionale, «Osa sapere», è corretta; ma nel contesto originario di Orazio acquista una sfumatura più concreta: «Abbi il coraggio di diventare saggio, e comincia a vivere di conseguenza». Molti secoli dopo Kant ne farà il motto dell’Illuminismo, il movimento del Settecento che volle rischiarare le menti con la luce della ragione, e lo intenderà come l’invito a servirsi della propria intelligenza. Sono due significati vicini ma non identici, come due note che si sfiorano. Proviamo a seguirli, cominciando da dove tutto ebbe inizio.

Il fiume che non smette di scorrere

Non conosciamo un’occasione in cui Orazio abbia pronunciato quelle parole: le troviamo scritte nella seconda epistola del primo libro delle Epistole (lettere in versi, dove prevale la riflessione morale), pubblicato intorno al 20 a.C. Il poeta si rivolge a un giovane, Lollio Massimo:

Dimidium facti, qui coepit, habet: sapere aude, incipe.

La tradurrei così: «Chi ha cominciato ha già compiuto metà dell’opera: abbi il coraggio di essere saggio, comincia». La parola decisiva, spesso dimenticata, è l’ultima: incipe, «comincia». Orazio chiede di smettere di rinviare la cura della propria vita. Quando qualcosa ci irrita l’occhio, osserva, ci affrettiamo a toglierlo; perché, quando qualcosa ci rode l’animo, rimandiamo la cura all’anno prossimo? E subito dopo paragona chi aspetta a vivere bene a un contadino che, dovendo attraversare un fiume, attende che tutta l’acqua sia passata: ma il fiume continuerà a scorrere.

È un’immagine di straordinaria attualità. Aspettiamo di avere più tempo, maggiore tranquillità, condizioni migliori, e intanto la vita passa. Leggerei dunque l’esortazione così: non aspettare di aver risolto tutto per iniziare a prenderti cura del tuo modo di pensare e di vivere. Chi scrive con immagini tanto concrete non parla da un piedistallo. Parla da uomo che la vita ha dovuto rimetterla in piedi più di una volta.

L’uomo che aveva imparato a ricominciare

Quinto Orazio Flacco nacque nel 65 a.C. a Venosa, oggi in Basilicata, allora al confine tra Lucania e Apulia. Il suo primo maestro fu il padre, un liberto, cioè un uomo che era stato schiavo e aveva ottenuto la libertà. Quel padre investì tutto nell’istruzione del figlio e lo accompagnò a Roma, perché studiasse accanto ai ragazzi delle famiglie più importanti. Orazio gliene fu grato per tutta la vita: nelle Satire (versi di tono conversevole, che osservano vizi e manie di ogni giorno) afferma che, potendo scegliere di nuovo i genitori, non ne vorrebbe altri. Prima della filosofia, dunque, vengono gli esempi: persone che insegnano con ciò che fanno.

Dopo gli anni di scuola, con il maestro Orbilio che ricordò come plagosus, «prodigo di percosse», e dopo quelli di Atene, dove studiò cultura greca e filosofia, la storia irruppe nella sua giovinezza. Dopo l’assassinio di Cesare, Orazio si schierò con Bruto e divenne tribuno militare, ufficiale di legione. Nel 42 a.C., a Filippi, Bruto e Cassio furono sconfitti da Antonio e Ottaviano, il futuro Augusto. Il poeta raccontò di essere fuggito abbandonando lo scudo, con un richiamo alla poesia greca che invita a non prendere l’episodio per semplice cronaca.

Il gesto era scandaloso per la mentalità militare. Perdere lo scudo era la vergogna per eccellenza: ai soldati spartani si diceva di tornare «con lo scudo o sopra di esso» (ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς).

Quei poeti lo rivendicano con ironia, perché preferiscono la vita alla gloria. Orazio si colloca in quella tradizione, e per questo non si può dire con certezza quanto la scena sia cronaca e quanto sia posa letteraria. Ha scelto una maschera già pronta, che gli permette di sorridere della propria sconfitta, e sorridere di sé è proprio il suo tratto.

Tornò a Roma e lavorò come scriba nell’amministrazione finanziaria. Aveva perso la causa, il rango, forse le illusioni: gli restava da ricominciare.

Lo aiutarono gli amici. Virgilio e Vario, intorno al 38 a.C., lo presentarono a Mecenate, consigliere di Ottaviano e protettore dei poeti, che gli offrì sostegno e un podere in Sabina. Lì Orazio poté leggere, scrivere e vivere lontano dall’agitazione romana, e lì la sua saggezza prese la forma che conosciamo. “Non fu però un eremita, né un ribelle che volta le spalle al potere”: celebrò Augusto e la pace dopo le guerre civili, ma rifiutò l’incarico di segretario personale dell’imperatore. In lui convivono adesione al nuovo ordine e desiderio di libertà privata, e non gli si può attribuire l’indipendenza politica di un oppositore moderno.

Proprio da questa libertà privata nasce la sua filosofia, che non è un sistema ma un attrezzo da lavoro. Nella prima delle Epistole scrive: Nullius addictus iurare in verba magistri, «non sono vincolato a giurare sulle parole di alcun maestro», e aggiunge di voler subordinare le cose a sé, anziché sé stesso alle cose. Da quell’indipendenza discendono la misura, l’aurea mediocritas, la «mediocrità aurea», equilibrio prezioso fra gli eccessi e nient’affatto elogio della pochezza; il carpe diem, «cogli il giorno», dove il giorno diventa un frutto da raccogliere e non un tempo da rinviare; e l’arte di riconoscere quanto basta, che riduce la dipendenza dall’accumulo e dal confronto. Poi l’amicizia, la conversazione, la campagna, e un’ironia con cui chi guarda i difetti degli altri impara a sorridere anche dei propri.

È l’ironia di chi non insegna dal piedistallo: la sua voce dice «guarda come ci comportiamo», e quel «ci» crea fra autore e lettore una vicinanza rara. Anche lo stile è questo: un’arte molto lavorata che sa passare per naturalezza. Orazio chiama sermones, «conversazioni», le sue satire; e conosce il segreto della callida iunctura, l’«accostamento ingegnoso», per cui una parola comune ritrova freschezza quando si unisce a un’altra in modo inatteso. «Sapere aude, incipe» ne è l’esempio perfetto: aude chiede coraggio, incipe lo trasforma in un primo passo.

Quando il coraggio diventa civile

Quasi diciotto secoli dopo, nel 1784, Immanuel Kant riprende quella formula nel saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? e la spiega così: «Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! ». Per lui la «minorità», una sorta di adolescenza dello spirito in cui si pensa per procura, consiste nell’incapacità di usare il proprio intelletto senza essere guidati da un altro. E a impedirlo, scrive, sono soprattutto la mancanza di decisione e di coraggio, più che la mancanza di intelligenza.

La melodia è la stessa, ma cambia lo strumento. Orazio parla a un giovane e gli chiede di cominciare a prendersi cura di sé; Kant guarda a una società intera e rivendica la libertà di discutere pubblicamente idee, dottrine e istituzioni. Il primo ci dice come si vive con la propria testa; il secondo perché nessuno dovrebbe poterci impedire di farlo. Messi accanto, non si contraddicono: l’uno mostra dove nasce il coraggio, l’altro dove deve poter arrivare.

Per noi, oggi, proporrei questa lettura: studia, ascolta chi sa più di te, verifica, e assumiti la responsabilità del tuo giudizio. Pensare con la propria testa non significa pensare da soli, né rifiutare ogni autorità. Richiede anche il coraggio di riconoscere un errore e cambiare idea. Se dovessi unire Orazio e Kant in una sola frase, che è una mia interpretazione, sceglierei questa: «Abbi il coraggio di capire con la tua testa e di vivere secondo ciò che hai compreso. Comincia».

Il banchetto e la paura

Resta però una domanda, e Orazio non ci lascia soli di fronte a essa: capire con la propria testa, e poi? Che cosa merita davvero di essere desiderato? Non scrisse un trattato per rispondere. Scelse una favola.

La troviamo alla fine della sesta satira del secondo libro, che si apre con un desiderio esaudito: Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus…, «questo era il mio desiderio: un appezzamento di terra non troppo grande…». Un orto, una sorgente vicino alla casa, un piccolo bosco: il podere in Sabina, dono di Mecenate. Ma subito entra Roma, con gli impegni, le richieste di favori e le curiosità suscitate dalla sua amicizia con i potenti, e la quiete desiderata si scopre da difendere. Ed ecco, ai versi 79–117, mus rusticus et mus urbanus, «il topo di campagna e il topo di città»: mus è il topo, rusticus chi vive in campagna, urbanus chi vive in città. Orazio riprende una favola esopica (di quelle attribuite a Esopo, con animali che parlano e una morale) e la inserisce nel suo ragionamento sulla vita buona.

Il topo di campagna ospita il vecchio amico cittadino e gli offre i suoi cibi modesti. L’altro lo invita a seguirlo: perché accontentarsi di così poco, quando si possono gustare vivande squisite? Arrivati in una casa ricca, i due banchettano fra gli avanzi di una cena sontuosa. Ma l’aprirsi delle porte e l’abbaiare dei cani li gettano nel terrore, e il topo di campagna decide di tornarsene a casa.

C’è una sottigliezza. Il topo cittadino invita l’amico a godersi la vita, perché è breve: sembra un argomento irresistibile, vicino al carpe diem. Ma il racconto ci costringe a chiederci quali piaceri rendano davvero piacevole vivere. Per il topo di campagna, un pasto povero consumato in pace vale più di un banchetto vissuto nella paura. Il punto è molto concreto: il lusso vale l’ansia che ci procura?

E così il cerchio si chiude. Siamo partiti da un fiume che non smette di scorrere e da un uomo che rimanda la propria vita; siamo passati per un poeta che aveva perso una guerra e ritrovato un podere, per un filosofo che ci vuole padroni del nostro pensiero, e siamo arrivati a una tavola dove ci si può spaventare dell’abbondanza. Capire con la propria testa serve anche a questo: a distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci agita. Orazio non risponde al posto nostro. Ci lascia una favola, una sorgente, un piccolo bosco, e quella parola in fondo al verso: incipe. Comincia.

«Un incontro immaginario fra Orazio e Kant nel podere sabino. Immagine creata con IA»

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