Esercizi spirituali laici del 4 ottobre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Thomas Traherne fu un poeta, pensatore e sacerdote inglese del Seicento, nato probabilmente nel 1636 e morto nel 1674. Rimase quasi sconosciuto per oltre due secoli: una parte importante dei suoi scritti manoscritti venne riconosciuta soltanto alla fine dell’Ottocento e le Centuries of Meditations furono pubblicate per la prima volta nel 1908. L’opera è composta da brevi meditazioni numerate nelle quali Traherne contempla la natura, la felicità, l’infanzia, il desiderio e il rapporto fra ogni persona e la totalità del mondo. 

Il passo che ho scelto proviene dalla meditazione 29 della Prima Centuria. Il testo inglese riportato è una citazione autentica; la accompagna una traduzione. Traherne scrive da credente cristiano, ma la sua intuizione può essere accolta anche laicamente: il mondo non è una proprietà da conquistare, bensì una realtà della quale imparare a sentirsi parte.

Testo da meditare

«…till the Sea itself floweth in your veins, till you are clothed with the heavens, and crowned with the stars.»

«…finché il mare stesso non scorra nelle tue vene, finché tu non sia rivestito dei cieli e coronato di stelle.» 

Nello stesso passo Traherne aggiunge che ciascuno può considerarsi erede del mondo, purché riconosca che anche ogni altro essere umano lo è nella medesima misura. Non si tratta dunque di un possesso esclusivo, ma di un’eredità condivisa: nessuno gode veramente della bellezza del mondo se vuole sottrarla agli altri.

Accompagnamento

Siamo abituati a pensare che qualcosa diventi nostro quando possiamo appropriarcene, comprarlo, delimitarlo, conservarlo o impedirne l’uso agli altri. Traherne propone un’altra forma di appartenenza. Il mare diventa nostro non quando ne possediamo una porzione, ma quando lo sentiamo scorrere simbolicamente nelle vene; il cielo ci riveste non perché possiamo rinchiuderlo, ma perché lo guardiamo riconoscendo che la nostra vita si svolge dentro qualcosa di immensamente più grande di noi.

Questa visione non invita a fuggire dalla realtà. Al contrario, rende più esigente il nostro modo di abitarla. Se mi considero parte del mondo, non posso trattare l’acqua, l’aria, gli animali, gli alberi e le persone come oggetti estranei, disponibili soltanto per la mia utilità. Ciò che danneggio fuori di me appartiene anche alla trama che mi sostiene. La contemplazione diventa così una forma di responsabilità: prima vedo, poi riconosco un legame, infine comprendo che le mie azioni non terminano nel punto in cui le compio.

Traherne introduce però una correzione decisiva. Potremmo leggere le sue parole come l’esaltazione di un individuo che si proclama erede dell’universo. Egli precisa invece che ogni persona è erede quanto noi. Il mondo non è pienamente mio se, per renderlo mio, devo espellere qualcun altro. La felicità che dipende dall’esclusione resta povera anche quando dispone di molte cose; quella che sa condividere può sentirsi ricca davanti a un paesaggio, a una musica, a una conoscenza trasmessa, a un bene comune custodito insieme.

Possiamo allora interrogarci su ciò che guardiamo ogni giorno senza più vederlo: un albero lungo una strada abituale, la luce che entra dalla finestra, l’acqua che arriva fino alla nostra casa, il lavoro nascosto di chi rende possibile la vita quotidiana. L’assuefazione trasforma il dono in una pretesa. La meraviglia compie il movimento inverso: non rende straordinario ciò che è comune, ma ci restituisce la capacità di riconoscere quanto il comune sia già straordinario.

La riflessione di oggi può essere semplice. Fermiamoci davanti a qualcosa che non possediamo e che pure ci è dato: una nuvola, una voce, un giardino pubblico, il profilo lontano di una collina. Guardiamolo senza fotografarlo, acquistarlo o trasformarlo immediatamente in un commento. Lasciamolo esistere. Poi ricordiamo che la stessa bellezza è offerta anche a chi non conosciamo, a chi non ci somiglia e persino a chi ci è difficile amare. Forse essere “coronati di stelle” significa proprio questo: ricevere l’immensità senza pretendere di esserne gli unici destinatari.

§§§§§§§§§

Ogni giorno provo a fermarmi su una voce e a scrivere una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.

Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.

(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)

Rispondi