John Woolman: quando la coscienza ferma la mano
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
John Woolman nacque nel 1720 nel New Jersey, nell’America ancora soggetta alla corona britannica. Apparteneva alla Società degli Amici, i quaccheri, una comunità cristiana nella quale l’ascolto interiore e la testimonianza della vita avevano un’importanza centrale. Lavorò nel commercio e come sarto; la sua ricerca spirituale si svolse fra occupazioni quotidiane, incontri e viaggi. Divenne una delle voci più significative dell’opposizione alla schiavitù nell’America del Settecento. Il suo Diario, pubblicato nel 1774, due anni dopo la sua morte, conserva il racconto di questa maturazione.
La sua fede lo portò a esaminare il rapporto fra le convinzioni professate e le azioni consentite. Anche nella comunità quacchera esistevano proprietari di persone schiavizzate: l’appartenenza religiosa, dunque, non garantiva da sola la giustizia del comportamento. Woolman visitò i suoi correligionari, parlò con loro e cercò di persuaderli ad abbandonare quella pratica. Progressivamente rifiutò di redigere documenti che perpetuassero la schiavitù e mise in discussione i propri consumi quando erano legati allo sfruttamento.
Ma il suo Diario non presenta una coscienza già perfetta. Racconta anche cedimenti, giustificazioni e difficoltà. Il passo scelto viene dal primo capitolo, dove ricorda un episodio della sua giovinezza: gli fu chiesto di scrivere l’atto di vendita di una donna schiavizzata. È una scena breve, nella quale possiamo osservare il momento in cui un lavoro apparentemente ordinario rivela la propria responsabilità morale.

Testo da meditare
Il racconto seguente è una parafrasi del passo del Diario; la breve frase conclusiva è una citazione.
Il datore di lavoro aveva venduto una donna e chiese a Woolman di preparare il documento. L’acquirente era già presente. Woolman avvertì un’inquietudine: quell’atto avrebbe contribuito a mantenere un’altra persona in schiavitù. Eppure, trovò ragioni per obbedire. Era un dipendente, l’ordine veniva dal suo principale, il compratore era un uomo anziano appartenente alla sua stessa comunità religiosa. Scrisse il documento. Il disagio, però, lo spinse a dichiarare davanti ai due uomini che considerava la schiavitù incompatibile con il cristianesimo. Ripensandoci, comprese che avrebbe dovuto chiedere di essere dispensato da quel compito.
«Era una cosa contraria alla mia coscienza; perché tale era».
John Woolman, Diario, capitolo I.
Fermiamoci sulla mano che scrive. Il documento richiede poche righe; quelle righe hanno conseguenze sulla vita di una persona. Fra la penna e quella vita si inseriscono il lavoro, l’autorità, la consuetudine, la rispettabilità degli altri. Tutto sembra rendere normale il gesto. Eppure, qualcosa, dentro Woolman, ha smesso di considerarlo normale.
Accompagnamento
La responsabilità dei piccoli gesti. Ci sono momenti nei quali un gesto abituale diventa una domanda: posso continuare a farlo, ora che ho compreso ciò che comporta?
La prima cosa da riconoscere è la sincerità del racconto. Woolman ricorda di avere ceduto. Conserva nella memoria le ragioni che gli permisero di compiere un’azione mentre già ne avvertiva l’ingiustizia. Questa sincerità ci offre un ingresso nella meditazione: possiamo osservare anche noi le spiegazioni con le quali rendiamo accettabile ciò che ci disturba.
“È il mio compito.” “Lo ha deciso qualcuno più importante.” “Si è sempre fatto così.” “Le persone rispettabili lo considerano lecito.” Sono pensieri capaci di tranquillizzarci. Talvolta descrivono vincoli reali, che devono essere valutati seriamente; altre volte ci aiutano a interrompere troppo presto la domanda sulle conseguenze delle nostre azioni. Il problema comincia quando una spiegazione prende il posto dell’esame.
Nel gesto di Woolman possiamo vedere anche la distanza che talvolta separa le convinzioni dal comportamento. Dire che ogni essere umano possiede dignità può essere facile; riconoscere quella dignità quando interferisce con un ordine ricevuto, un interesse o un’abitudine richiede qualcosa di più. La convinzione entra allora nella vita e incontra una resistenza. È lì che scopriamo quanto siamo disposti a sostenerla.
La persona venduta rimane quasi senza voce nel racconto. Proprio questa assenza merita attenzione. Gli uomini discutono, lavorano, concludono un affare; la vita sulla quale stanno decidendo appartiene a qualcuno che non dispone della stessa libertà di parola e di scelta. La meditazione può cominciare dal tentativo di spostare lo sguardo: che cosa accade se consideriamo la scena dalla parte di quella donna, una schiava? Le giustificazioni di chi scrive conservano lo stesso peso?
Una lettura laica può accogliere questa domanda rispettando la fede da cui nasce il testo. Woolman riconosce nella coscienza una chiamata religiosa; un lettore può riconoscervi anche l’esigenza di rispondere della propria partecipazione a ciò che accade agli altri. Ci incontriamo sul terreno di una responsabilità concreta, pur arrivandovi attraverso percorsi differenti.
Il suo episodio invita inoltre a distinguere il rimorso dalla maturazione. Il rimorso può trattenerci a lungo davanti all’immagine di noi stessi che abbiamo deluso. La maturazione ci chiede che cosa fare diversamente alla prossima occasione. Riconoscere un cedimento acquista valore quando prepara una decisione, una parola, un limite più chiaro.
Non possiamo controllare tutte le conseguenze delle nostre azioni, né comprendere immediatamente ogni rapporto nel quale siamo coinvolti. Possiamo però coltivare l’attenzione. Quando scopriamo qualcosa che prima ignoravamo, la scoperta modifica la domanda: adesso che lo so, quale gesto posso cambiare? La risposta può essere piccola e richiedere tempo; deve però avere una forma riconoscibile.
Nella meditazione attuale scegliamo una sola situazione nella quale sentiamo una distanza fra ciò che riteniamo giusto e ciò che facciamo. Osserviamola senza cercare subito un’assoluzione e senza trasformarla in una condanna di tutta la nostra persona. Chiediamoci chi ne riceve le conseguenze, quale ostacolo ci trattiene e quale primo cambiamento sia possibile. Potrebbe essere una domanda rivolta con chiarezza, una verifica, una richiesta di spiegazioni, il rifiuto di una parola umiliante, una decisione rimandata finché non avremo capito meglio.
La coscienza cresce quando impariamo a darle seguito. Nel racconto di Woolman vediamo un uomo che comincia ad assumere la responsabilità della propria mano. È un esercizio che resta aperto anche per noi.

«La schiavitù comincia quando un essere umano si attribuisce il diritto di possederne un altro: nessuna legge, nessun profitto, nessuna benedizione può rendere giusto quel diritto.»

Proprio così…!!!!!.mi riferisco alle ultime tre righe ……..Grazie Maura e Luciano……buona serata