Il mio pensiero sull’Anarchia e gli Anarchici
Cominciamo da una parola che tutti usiamo e quasi nessuno ha mai guardato da vicino. Quando diciamo «in classe c’è anarchia», «in quell’ufficio regna l’anarchia», intendiamo confusione, baraonda, ciascuno che fa come gli pare. Quando in televisione compare la notizia di un ordigno o di un incendio doloso e qualcuno anticipa «sarà opera degli anarchici», immaginiamo un uomo vestito di nero con una bomba in mano.
Ebbene: questa è la caricatura. L’anarchia che hanno pensato, discusso e a volte praticato centinaia di migliaia di persone in due secoli è quasi il contrario del caos. Per capirlo non servono né simpatia né antipatia. Serve un po’ di pazienza, e la voglia di guardare le cose con i loro nomi giusti. Proviamo a farlo insieme, un passo alla volta.
Una parola che nasce dal greco, e che dice meno di quanto crediamo
Anarchia viene dal greco an-archía: an-, un prefisso che significa «senza», e archè, parola bellissima e scivolosa, che vuol dire insieme «principio, origine» e «comando, potere». Ne conosciamo bene la parentela: mon-archia è il potere di uno solo; olig-archia è il potere di pochi; ger-archia è il «comando sacro», cioè la scala di gradini in cui ciascuno ha qualcuno sopra di sé (il termine nacque nel linguaggio della Chiesa, per ordinare gli angeli e poi i preti). Anarchia, dunque, alla lettera, è la condizione di chi vive «senza arché»: senza qualcuno che comandi, sopra di lui, per diritto proprio.
Fermiamoci un istante, perché qui sta il nodo. Il greco non dice «senza regole». Dice «senza un padrone», senza un sovrano, senza una cima della piramide. Sono due cose diversissime, e tutta la storia che stiamo per raccontare gira intorno a questa differenza: una regola può nascere da un accordo tra persone che si guardano in faccia, oppure può cadere dall’alto, imposta da chi ha la forza di imporla. L’anarchico non dice: «niente regole». Domanda: chi le fa, con quale diritto, e posso discuterle?
Pëtr Kropotkin, un principe russo diventato geografo e poi rivoluzionario, scrisse nel 1910 la voce «Anarchismo» per la celebre Encyclopaedia Britannica: una società in cui l’armonia nasce non dall’obbedienza alla legge o a un’autorità, ma da liberi accordi tra gruppi, costituiti liberamente per produrre, scambiare, soddisfare i bisogni di ciascuno. Notiamo la parola armonia. Non disordine: armonia, ottenuta senza il bastone.
Petr Kropotkin (immagine frutto della fantasia ricavata da IA)
Il vecchio sospetto: senza padrone gli uomini si sbranano?
Per capire perché una simile idea facesse e faccia tanto effetto dobbiamo risalire a una domanda molto più antica: che cosa succederebbe se non ci fosse nessun governo? Il filosofo inglese Thomas Hobbes, nel Seicento, nel Leviatano diede la risposta che è rimasta nelle orecchie dell’Occidente: senza un potere che incuta timore, la vita umana sarebbe una guerra di tutti contro tutti, e dunque «solitaria, povera, brutta, brutale e breve». Il potere statale, per Hobbes, è il prezzo da pagare per non sbranarci. (Il suo Leviatano è il mostro biblico che egli sceglie come immagine dello Stato: terribile, ma meglio di niente.)
Gli anarchici rispondono, in sostanza: e chi lo dice? Chi ha dimostrato che gli esseri umani, lasciati a sé, non sappiano cooperare? Anzi: l’esperienza quotidiana dice il contrario. Chi aspetta il comando di un superiore per aiutare un bambino che cade? Quasi tutta la vita sociale, dal condominio alla squadra di calcio dell’oratorio, dalla cooperativa di paese alla società di mutuo soccorso, funziona perché le persone si mettono d’accordo, non perché qualcuno le obbliga. Il resto, dicono, è un’abitudine a obbedire che scambiamo per una necessità naturale.
Naturalmente questa è una scommessa, e dovremo vedere come è andata. Ma è importante capire che la scommessa è antropologica (riguarda la natura umana) prima che politica. Tutto il dibattito sull’anarchia si può riassumere in una domanda: quanto siamo capaci di governarci da soli?
I primi pensatori: dall’ottimista inglese al tipografo francese
Alcuni scorgono tracce di pensiero libertario ovunque: negli stoici che predicavano la libertà interiore, in certe comunità cristiane radicali, nel taoismo cinese che consigliava al governante di governare il meno possibile. Sono intuizioni affascinanti, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiamare «anarchico» chi quella parola non avrebbe mai usato. Per trovare il primo vero pensiero politico moderno che vi somigli dobbiamo arrivare alla fine del Settecento, in un’Inghilterra scossa dalla Rivoluzione francese.
Lì, nel 1793, un ex pastore dissenziente di nome William Godwin pubblicò l’Enquiry Concerning Political Justice, una Ricerca sulla giustizia politica. La sua tesi era audace: i governi tengono gli uomini nell’ignoranza e nella dipendenza, e se gli esseri umani imparassero a ragionare e a convivere secondo giustizia, l’autorità politica diventerebbe via via superflua, come un’impalcatura che si toglie a casa finita. Godwin non si definì mai anarchico, ma i semi sono lì. Una curiosità: sposò Mary Wollstonecraft, che sarà una delle prime grandi femministe, e fu padre di Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein. Una famiglia da romanzo.
Il passaggio decisivo avviene nel 1840, a Parigi, e il protagonista non è un aristocratico ma un tipografo di origini contadine, Pierre-Joseph Proudhon, che si era istruito da solo, studiando il greco e il latino sui testi che stampava. Nel suo libro Che cos’è la proprietà? assume provocatoriamente per sé la parola che fino ad allora era un insulto: «Sono un anarchico». Da quel momento il nome cambia pelle. Smette di essere solo l’accusa rivolta a chi vorrebbe distruggere l’ordine e diventa il nome di una proposta politica.
Proudhon è celebre per una frase, «la proprietà è un furto», che è una delle più travisate della storia. Egli non voleva dire che nessuno possa avere una casa, un orto o gli attrezzi del proprio mestiere. Distingueva con cura due cose: la proprietà, che permette a qualcuno di vivere del lavoro altrui (come il padrone terriero che incassa l’affitto senza muovere un dito), e il possesso, cioè l’uso personale di ciò che serve a vivere e a lavorare. Il primo, per lui, era furto; il secondo, libertà. Era, insomma, contro la rendita, non contro il possedere. Aggiungeva che l’ordine vero nasce dalla libertà e non dall’obbedienza: la libertà, scrisse in sostanza, è madre dell’ordine, non sua figlia.
Proudhon ( immagine frutto della fantasia realizzata con IA)
La famiglia si allarga (e comincia a litigare)
Dopo Proudhon l’anarchismo diventa un movimento, e come tutte le famiglie numerose si divide. Non esiste un «vangelo dell’anarchia»: esistono voci in dialogo, spesso in polemica.
Michail Bakunin, russo, rivoluzionario di professione, fa dell’anarchismo una forza apertamente rivoluzionaria. Il suo grande scontro è con Karl Marx dentro la Prima Internazionale (l’associazione che nel 1864 riunì i lavoratori di vari paesi), e vale la pena capire di che cosa litigavano, perché è una discussione tutt’altro che archeologica. Marx pensava: conquistiamo il potere politico, usiamolo per trasformare la società, e a un certo punto lo Stato si estinguerà da solo. Bakunin rispondeva con una profezia inquietante: se conquisti lo Stato non lo estingui, lo erediti; e al posto dei vecchi padroni ne avrai di nuovi, magari meglio intenzionati ma altrettanto padroni. Nel 1872, al congresso dell’Aia, Bakunin fu espulso dall’Internazionale. Il Novecento si incaricherà di dire quanto quella domanda fosse seria.
Kropotkin, invece, il principe diventato geografo (esplorò la Siberia), si pose la questione che ogni critico fa agli anarchici: bene, abolito il governo, che cosa mettiamo al suo posto? La sua risposta è nel libro Il mutuo appoggio (1902), scritto in polemica con chi usava Darwin per giustificare la legge del più forte (quello che si chiama darwinismo sociale, l’idea che la società sia una gara in cui i deboli devono soccombere). Kropotkin osserva che nella natura, e tra gli esseri umani, la cooperazione è un fattore dell’evoluzione importante quanto la competizione: gli animali che si aiutano sopravvivono meglio, le società che si organizzano dal basso prosperano. Su questo egli costruisce l’immagine di una rete di associazioni volontarie, di comuni, di cooperative, di federazioni, senza un centro che comanda. Ecco, la sostanza di quell’anarchismo che molti di noi, senza saperlo, trovano più sensato: nessun padrone, nessun servo, e responsabilità verso gli altri.
Sull’altro versante, quello della coscienza individuale, c’è Lev Tolstoj, il grande romanziere di Guerra e pace, che negli ultimi decenni di vita, leggendo i Vangeli alla lettera, concluse che ogni violenza, quella dello Stato, della guerra, della pena di morte, del servizio militare, è incompatibile col messaggio di Cristo. Nel Regno di Dio è in voi (1894) propose la «non resistenza al male» come via di trasformazione. Quel libro colpì profondamente un giovane avvocato indiano, Mohandas Gandhi, che lo ricordò come un testo che lo «sopraffece» e per un anno, fino alla morte di Tolstoj nel 1910, gli scrisse e ne ricevette risposte. Da qui un’avvertenza che spesso si dimentica: anarchismo non vuol dire ateismo. Bakunin arrivò all’anarchia contro Dio; Tolstoj vi arrivò attraverso Cristo. Si incontrano nella diffidenza verso ogni autorità che pretenda obbedienza cieca.
E c’è chi, dentro l’anarchismo, va nella direzione opposta alla solidarietà: Max Stirner, filosofo tedesco, che in L’unico e la sua proprietà (1844) esalta l’individuo contro ogni causa collettiva. È l’anarchismo individualista, il più vicino all’«ognuno per sé». Ma, attenzione, è una voce minoritaria e molti anarchici lo hanno criticato. Esiste anche un uso moderno del termine «libertario», soprattutto negli Stati Uniti, per indicare chi vuole lo Stato minimo e il mercato libero; ma l’anarchismo classico (quello di Proudhon, Bakunin, Kropotkin) era anticapitalista: voleva togliere il potere ai padroni economici come a quelli politici. Curiosità: la parola francese libertaire fu coniata nell’Ottocento proprio come sinonimo di anarchico. Il senso nel tempo è slittato: è una di quelle buche in cui è facile cadere se non lo si sa.
Tolstoj ( immagine frutto della fantasia realizzata con IA)
Il filo che li unisce
Che cosa hanno in comune voci così diverse? Basterebbero poche domande da farsi. Chi ha dato a quest’uomo il diritto di comandarmi? Posso discutere la regola, o devo solo eseguirla? Chi controlla chi comanda? Si può organizzare la vita comune senza che qualcuno diventi padrone degli altri? E poi una convinzione: che la libertà non sia un affare privato, perché, diceva Bakunin, si diventa davvero liberi soltanto nella misura in cui lo sono anche gli altri.
Da qui discendono alcune idee ricorrenti, che la tradizione ha declinato in mille modi: l’autogestione (le fabbriche, le scuole, i quartieri amministrati da chi ci lavora o ci vive); il federalismo dal basso (il comune si federa con altri comuni, e questi con altri ancora, invece di una piramide che scende dallo Stato al cittadino: la piramide capovolta); il mutualismo (aiutarsi a vicenda, con casse comuni, cooperative, società di mutuo soccorso); l’antimilitarismo, perché l’esercito è l’obbedienza organizzata, dove un uomo può essere comandato di uccidere. E soprattutto il principio che la forma anticipa il fine: non si costruisce una società libera con metodi da caserma.
Quanto all’uguaglianza, gli anarchici sostengono che chi ha il potere di affamarti ha il potere di comandarti: la libertà politica senza una certa uguaglianza economica è, per loro, un guscio vuoto. Per questo il movimento anarchico fu spesso intrecciato al movimento operaio e sindacale.
La bomba: da dove viene l’immagine
Veniamo alla domanda che sta sotto tutte le altre. Perché l’anarchico, nell’immaginario, ha in mano una bomba?
La risposta onesta comincia così: non è tutta un’invenzione. Dobbiamo dirlo con chiarezza, perché far finta di niente sarebbe scorretto, e perché solo chi guarda in faccia la parte scomoda ha l’autorità di difendere il resto.
Nel 1876, a un congresso a Berna, due italiani, Errico Malatesta e Carlo Cafiero, dichiararono che l’atto insurrezionale compiuto per affermare con i fatti i principi socialisti era la forma di propaganda più efficace, perché non inganna e non corrompe le masse come le parole. Fu l’origine di quella che si chiamò propaganda del fatto (o «dell’azione»): l’idea che un gesto clamoroso, un’insurrezione, un atto esemplare, potesse accendere le coscienze meglio di mille opuscoli. Nell’aprile 1877 Malatesta, Cafiero e una trentina di compagni misero in pratica l’idea sulle montagne del Matese, vicino a Benevento: occuparono qualche paese, bruciarono i registri delle tasse, spiegarono ai contadini la rivoluzione sociale. Furono sorpresi dalla neve e dai soldati e arrestati. Fu un fallimento quasi poetico: un gruppo di sognatori armati che pretendeva di far insorgere l’Italia dalle campagne del Sannio.
Poi, negli anni Novanta dell’Ottocento, l’espressione cambiò di significato e si legò agli attentati. Ci furono, in Francia, Ravachol, Vaillant, Émile Henry; nel 1894 l’italiano Sante Caserio pugnalò a morte il presidente francese Sadi Carnot; nel 1900 Gaetano Bresci, un operaio tessile emigrato negli Stati Uniti, tornò in Italia e uccise a Monza il re Umberto I. (Bresci voleva vendicare i morti del 1898 a Milano, dove il generale Bava Beccaris aveva fatto sparare i cannoni sulla folla affamata. Fu trovato impiccato nella sua cella nel maggio 1901: la versione ufficiale parlò di suicidio, e ancora oggi c’è chi ne dubita.) Furono gesti reali, con vittime reali, e non serve nasconderlo.
Ma qui interviene un ragionamento che dobbiamo imparare a fare ogni volta, con qualunque idea: alcuni anarchici hanno commesso attentati, dunque l’anarchismo è una dottrina terroristica. È una conclusione che non regge. Faremmo lo stesso errore se attribuissimo a un’intera religione tutti i crimini commessi da chi si è richiamato ad essa, o a un’intera ideologia i delitti dei suoi seguaci. Il giudizio si dà sui fatti e sulle persone, non sulle etichette.
E c’è di più: gli anarchici stessi litigarono furiosamente sulla violenza. Malatesta, che aveva giocato a fare l’insurrezionale da giovane, ci ripensò. Nel 1924, in pieno fascismo nascente, scrisse parole che stupiscono chi associa automaticamente anarchia e terrorismo: l’anarchia significa non violenza, non dominio dell’uomo sull’uomo, non imposizione con la forza della volontà di uno o di pochi sugli altri. Per lui ciò che distingue l’anarchico da tutti gli altri è proprio l’orrore della violenza e il proposito di toglierla dai rapporti umani. Non era un pacifista assoluto: ammetteva la violenza solo come difesa e liberazione dall’oppressione, e riteneva che gli schiavi siano sempre in stato di legittima difesa. Ma condannava, scrisse, gli atti ciechi e irrazionali, anche quando commessi da veri anarchici, esasperati dalla persecuzione o accecati dal dolore per le sofferenze altrui. Chi mette una bomba tra la gente innocente non diventa «anarchico» perché si dichiara tale.
Così la storia anarchica ha nel suo interno un ventaglio che va da Tolstoj, nonviolento radicale, a Bakunin e agli insurrezionalisti, passando per Malatesta, ideale nonviolento ma realista. E accanto ci sono migliaia e migliaia di anarchici di cui nessuno parla, perché non fanno rumore: quelli che scelsero il sindacato, le cooperative, le scuole libertarie, l’obiezione di coscienza, le società di mutuo soccorso, e non fecero mai male a nessuno.
Il caso di un avvocato che cantava
Per spezzare uno stereotipo basta a volte una canzone. Probabilmente conosciamo tutti Addio a Lugano, uno dei canti più amati della tradizione popolare italiana. L’autore fu Pietro Gori, e la sua biografia contraddice ogni cliché: avvocato, laureato, poeta, conferenziere, difensore in tribunale. Nel 1894 aveva difeso a Milano Sante Caserio, il pugnalatore di Carnot, e poi gli aveva scritto. Quando il governo Crispi varò le leggi speciali contro gli anarchici (luglio 1894), la stampa lo accusò di essere l’ispiratore morale dell’omicidio. Per evitare il carcere riparò in Svizzera, a Lugano; nel gennaio 1895 fu arrestato con altri esuli, trattenuto per un paio di settimane ed espulso dal paese. Dall’amarezza di quell’espulsione nacque il canto che ricordo si intonava nelle osterie: gli esuli «cavalieri erranti», scacciati «senza colpa», se ne vanno con la speranza in cuore, sicuri che la loro idea sia «solo idea d’amor».
Intorno a lui c’era un clima di caccia. In quegli anni scienziati come Cesare Lombroso, fondatore della cosiddetta antropologia criminale (la teoria, oggi screditata, secondo cui si nasce criminali e lo si legge dalla forma del cranio), contribuirono a fissare nell’opinione pubblica il tipo dell’anarchico-delinquente. Stampa popolare, vignette, processi: tra il 1880 e il 1914 l’equazione anarchico = bombarolo si incise nell’immaginario europeo. E sopravvisse molto più a lungo della stagione che l’aveva generata.

(Immagine frutto della fantasia realizzata con IA)
Quando la legge dice una cosa e la paura un’altra
Qui c’è un punto che oggi conviene avere chiaro. In Italia essere anarchico non è un reato. La Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero e il diritto di associarsi liberamente, purché i fini dell’associazione non siano vietati dalla legge penale. La legge interviene sui comportamenti concreti: violenza, terrorismo, associazioni che si propongono atti violenti. L’articolo 270-bis del codice penale, per esempio, riguarda le associazioni con finalità di terrorismo o di eversione (cioè di rovesciamento violento) dell’ordine democratico.
Dunque: un’idea è un’idea, un reato è un reato. Non sono sinonimi. Il criterio corretto si dice in poche parole: responsabilità individuale e prove, non appartenenza ideologica. Non «gli anarchici hanno fatto», ma: Tizio e Caio, se le prove lo dimostrano, hanno fatto. Vale anche nell’altra direzione: esistono ancora oggi piccoli gruppi che si definiscono anarchici insurrezionalisti e giustificano sabotaggi e attentati; se le prove dimostrano che hanno commesso reati, ne rispondono come chiunque. Il rigore non è indulgenza né sospetto: è la stessa misura per tutti.
Una strage, un innocente caduto da una finestra
C’è un episodio italiano che rende questa lezione più concreta di qualunque ragionamento. Il 12 dicembre 1969, alle 16.37, una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano: diciassette morti, ottantotto feriti. Era l’inizio di quella stagione terribile che chiamiamo strategia della tensione (una serie di attentati che seminarono paura per spingere il paese verso soluzioni autoritarie).
Le indagini si orientarono subito sugli anarchici. Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, fu indicato come il colpevole e sbattuto in prima pagina come «il mostro». Giuseppe Pinelli, ferroviere e anarchico milanese, fu trattenuto e interrogato in questura, e nella notte tra il 15 e il 16 dicembre precipitò da una finestra del quarto piano e morì. L’inchiesta sulla sua morte si chiuse nel 1975 con un’archiviazione che parlò di «malore attivo», formula che resta famosa per la sua stranezza. Dario Fo ne trasse una commedia feroce, Morte accidentale di un anarchico.
La pista anarchica si rivelò falsa. Dopo un lunghissimo calvario di processi la Cassazione stabilì nel 2005 che la strage era stata opera di una cellula neofascista di Ordine Nuovo, capeggiata da Franco Freda e Giovanni Ventura; ma essi erano già stati assolti in via definitiva in un precedente giudizio e, secondo il principio per cui nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto (il ne bis in idem), non potevano più essere processati. Risultato amaro: in oltre trentacinque anni di processi non c’è stato un solo colpevole condannato in via definitiva.
Da qui una regola che dovrebbe valere per giornalisti, politici, magistrati e semplici cittadini: prima si accertano i fatti, poi si attribuisce una matrice politica; mai il contrario. Attribuire un attentato agli «anarchici» perché il sospetto torna comodo non è investigare: è pregiudizio.
Sacco e Vanzetti: una cautela
Un altro nome che torna sempre è quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani, un calzolaio e un venditore di pesce, davvero anarchici, arrestati nel 1920 e condannati negli Stati Uniti per una rapina finita in duplice omicidio. Furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927, nonostante le proteste di milioni di persone in tutto il mondo.
Qui serve precisione, perché le formule semplici tradiscono. Dire «furono assassinati perché anarchici» è una frase emotiva, e ciò che sappiamo è più sottile e più forte. Il processo si svolse in un clima di fortissimo pregiudizio contro gli stranieri e gli estremisti: lo riconobbe, cinquant’anni dopo, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, che nel 1977 firmò un proclama in cui dichiarava che i due erano stati processati e condannati ingiustamente, e che ogni disonore doveva essere tolto dai loro nomi. Non fu una grazia né una proclamazione d’innocenza. Le perizie successive sull’arma di Sacco restarono discusse, mentre contro Vanzetti le prove furono sempre scarse. Dunque: un processo diventato emblematico di quanto la paura politica, la xenofobia e il pregiudizio possano piegare la giustizia. Più sobrio, ma più difficile da contestare.
Perché il potere ne ebbe paura
Se la bomba spiega una parte della paura, non spiega tutto. Perché l’anarchismo fece tremare chi comandava ben oltre i suoi attentati? Perché pone una domanda scomoda, e la pone prima di tutte le altre. Il riformista chiede salari più alti. Il socialista parlamentare chiede di conquistare il governo. Il liberale chiede di mettere limiti al governo. L’anarchico domanda: da dove nasce il tuo diritto di comandare?
Una domanda del genere minaccia ogni struttura verticale. Mette in discussione l’esercito permanente, la leva, il carcere, la polizia come strumento politico, i confini, la burocrazia che costringe. Per lo Stato è una sfida all’autorità; per il potere economico, che altro non è che un altro modo di comandare, è una sfida alla rendita, ai monopoli, ai grandi patrimoni ereditati. Per alcune Chiese istituzionali, ancora, è una sfida all’obbedienza in nome di Dio (ma, ricordiamolo, Tolstoj faceva il percorso inverso e trovava nel Vangelo il motivo per rifiutare il potere violento).
E c’è un fattore pratico: l’anarchismo è difficile da controllare per natura, perché non ha un partito unico, un capo riconoscibile, una gerarchia. Per un apparato di polizia un ambiente fatto di gruppi autonomi è più opaco di un’organizzazione con tessere e segretari. Da qui la tentazione, lo abbiamo visto con piazza Fontana, di sostituire le prove con l’appartenenza.
Il fascismo, naturalmente, fu il nemico più radicale. Esalta lo Stato, la nazione, il capo, la disciplina, l’obbedienza; l’anarchismo esalta l’autonomia, l’internazionalismo, l’antimilitarismo: sono due visioni speculari. Malatesta, che aveva trascorso la vita tra esilii e prigioni, nel 1924 riuscì a fondare a Roma una rivista, Pensiero e Volontà; il regime la soffocò con la censura fino alla soppressione, nel 1926. Egli morì a Roma nel 1932, vigilato dalla polizia.
Ma ha mai funzionato? Il test della Spagna
Una ragionevole obiezione è: sono belle idee, ma qualcuno le ha mai messe alla prova? La risposta è sì, e il caso più importante è la Spagna del 1936.
Quando, nel luglio di quell’anno, una parte dell’esercito si ribellò alla Repubblica e iniziò la guerra civile, in molte zone del paese, soprattutto a Barcellona, in Catalogna e nelle campagne dell’Aragona, i lavoratori, organizzati nel potente sindacato anarcosindacalista CNT (anarco-sindacalismo significa usare il sindacato non solo per ottenere salari migliori ma per gestire direttamente la produzione), presero in mano fabbriche, trasporti, servizi e terre. Si chiamò collettivizzazione: aziende gestite da comitati di lavoratori, campagne organizzate in comuni agricole. In certe zone la quota dell’economia amministrata dai lavoratori fu altissima.
Uno scrittore inglese, George Orwell, arrivò a Barcellona alla fine del 1936 e lo raccontò in Omaggio alla Catalogna: palazzi occupati dai lavoratori, bandiere rosse e nere, la gente che si dava del «compagno», niente mance, nessun servilismo. Orwell ne rimase colpito come da una città in cui, per la prima volta in vita sua, le classi sembravano scomparse. Ma il suo libro è prezioso anche perché racconta come tutto finì: schiacciato fra la guerra contro i franchisti, i dissidi tra le forze repubblicane, la forza crescente dei comunisti filosovietici e il ritorno di uno Stato centrale deciso a riprendere il controllo, con gli scontri di Barcellona del maggio 1937. Gli anarchici stessi, per il bisogno di una guerra da vincere, finirono per entrare nei governi, con una contraddizione che lacerò il movimento. Alla fine la Repubblica perse e Franco vinse.
Che cosa ci dice questa esperienza? Sarebbe falso dire che dimostra che l’anarchia «funziona» e sarebbe falso dire che dimostra il contrario. Ci mostra che lavoratori, in condizioni eccezionali, seppero organizzare produzione e servizi senza padroni, e che lo fecero in mezzo a una guerra; ci mostra anche quanto sia difficile difendere una società senza Stato dal nemico armato, e quanto la tentazione di ricostruire una gerarchia sia forte persino per chi la combatte. È un banco di prova reale, discusso ancora oggi dagli storici, e come tale va guardato: con ammirazione e con spirito critico.
Le obiezioni serie
Non sarebbe onesto chiudere senza guardare in faccia le domande più dure, che i migliori anarchici si posero loro stessi. Come si impedisce un delitto, se non c’è una polizia? Come ci si difende da un aggressore esterno? Come si coordinano milioni di persone, per fare un ospedale o una ferrovia, senza qualche forma di comando? Come si impedisce che un gruppo potente, spontaneamente, ricostruisca il dominio? E come si garantiscono i diritti di chi dissente, anche dentro una comunità libera, dove la pressione del gruppo può essere più soffocante di una legge?
Sono obiezioni serissime, e nessuno ha una risposta definitiva. Gli anarchici ne danno di varie: la federazione dal basso per coordinare, la responsabilità collettiva per prevenire, l’educazione e la solidarietà per ridurre alla radice le cause del crimine, la delega revocabile in ogni momento al posto del potere permanente. Altri pensatori, non anarchici, rispondono che senza istituzioni forti i deboli sono i primi a pagare. È una discussione aperta da due secoli, e non la chiudiamo qui. (Chi volesse osservare esperimenti contemporanei, discussi e contestati, può cercare le esperienze di autogoverno nel Rojava, nel nord-est della Siria, ispirate in parte al pensiero di un americano, Murray Bookchin; ma questa è un’altra storia, e merita un articolo a sé.)
Che cosa rimane
Che cosa porteremmo a casa, se dovessimo riassumere tutto in una pagina?
Primo: anarchia non è caos. È la ricerca, difficilissima, di un ordine senza padroni. Secondo: non c’è un solo anarchismo, ma una famiglia di idee spesso in contrasto, dalla nonviolenza di Tolstoj all’insurrezione di Bakunin, passando per la cooperazione di Kropotkin e il realismo di Malatesta. Terzo: una parte di questa storia contiene violenza, e va guardata in faccia senza pudori; ma non è tutta la storia, e le colpe di alcuni non si trasformano in una condanna di tutti. Quarto: prima si accertano i fatti, poi si attribuisce una matrice: piazza Fontana ci insegna a pagare un prezzo alto per averlo dimenticato.
E infine una domanda che resta, e che vale più di qualunque risposta preconfezionata: quanta parte della coercizione* che consideriamo inevitabile è davvero necessaria, e quanta esiste soltanto perché ci siamo abituati a obbedire? Si può rispondere «quasi tutta» o «molto poca»; ma chi non si è mai posto la domanda non ha ancora cominciato a pensare alla politica.
*(Coercizione significa, in generale, costringere qualcuno a fare o a non fare qualcosa contro la sua volontà, attraverso una minaccia, una sanzione, la forza oppure una situazione nella quale la possibilità reale di scegliere viene fortemente ridotta. Viene dal latino coercēre: contenere, frenare, tenere entro certi limiti.)
Se questa lezione ha acceso un po’ di curiosità, il modo migliore di proseguire non è un manuale ma un incontro diretto con gli autori. Per un italiano la porta d’ingresso naturale è Errico Malatesta: L’anarchia è breve e limpidissima, Al caffè è un dialogo in cui le obiezioni più ovvie vengono discusse a viso aperto, con una concretezza rara. Poi, a chi interessa l’idea di cooperazione, Il mutuo appoggio di Kropotkin; a chi interessa la dimensione morale e religiosa, Il regno di Dio è in voi di Tolstoj; a chi ama farsi raccontare la storia come un romanzo, Omaggio alla Catalogna di Orwell e, in chiave teatrale e feroce, Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo. Non servono tutti: ne basta uno, scelto con curiosità. E non serve credere a niente: basta voler capire.

(Immagine generata con IA)
Giustizia e libertà sempre e per tutti


