Dalle religioni alla scienza, dai sindacati alla cultura: perché le coscienze del mondo non riescono a fermare la violenza, e che cosa potrebbero fare per arrivare alla pace
Da tre anni, ogni giorno, guardiamo in Israele e nei territori palestinesi qualcosa che ci lascia senza parole: la politica che rinuncia a sé stessa. Con «politica» intendiamo l’arte di far convivere persone diverse senza ucciderle, cioè il dialogo, il rispetto delle minoranze e delle fedi, il diritto di ciascuno a vivere nella propria terra e nella propria casa. Al suo posto vediamo l’uso della forza come strumento ordinario. Vediamo il mancato rispetto di norme che i tribunali internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno più volte richiamato. Vediamo un esercito impiegato contro un nemico che abita dentro e accanto alla propria società. Le persone ritenute colpevoli vengono giudicate senza processo, senza accuse documentate sostenute da avvocati e discusse davanti a un giudice. Spesso, insieme a loro, muoiono i familiari che si trovavano vicino, e interi quartieri residenziali vengono colpiti con armi da guerra.
I numeri li conosciamo, o almeno ne conosciamo l’ordine di grandezza. I morti palestinesi dall’inizio della guerra sono, secondo le stime più citate, tra i settantaquattromila e i settantacinquemila. Su queste cifre c’è chi discute, e noi non possiamo verificarle una per una: diciamolo apertamente. Ma nessuna discussione sul dettaglio cambia la sostanza. Case, scuole, ospedali, università, chiese e botteghe sono stati ridotti in macerie. Le Nazioni Unite hanno provato a rendere comprensibile quella devastazione con un confronto: le macerie di Gaza sarebbero circa venti volte quelle di tutte le guerre combattute nel mondo negli ultimi diciotto anni. Il calcolo, riferito dal Corriere della Sera, parla di sessantuno milioni di tonnellate, e solo per rimuoverle servirà un decennio. Due milioni di persone vivono in uno spazio ridotto, molte sotto teli di plastica per il terzo inverno consecutivo.
Ha vinto, insomma, il principio che si può riassumere in una frase brutale: tu sei un mio nemico, e io distruggo te e la tua famiglia.
Prima del 7 ottobre
Ora dobbiamo fermarci su un punto che ci sta a cuore, perché è il più frainteso. Nel discorso pubblico, tutto sembra cominciare il 7 ottobre di tre anni fa. Quel giorno fu una cosa orribile, e lo scriviamo senza giri di parole: circa milleduecento persone uccise in Israele, duecentocinquantuno rapite, tra loro famiglie, bambini, giovani che ballavano a un festival musicale all’alba. Non esiste storia precedente che possa giustificare quei crimini. Chi tenta di farlo sbaglia, e sbaglia gravemente.
Ma il 7 ottobre non è l’anno zero. Quando facciamo partire un racconto da una data sola, scegliamo già, senza dirlo, chi è la vittima e chi il carnefice. Le malvagità erano nate prima, molto prima. Proviamo a ripercorrerle come si ripercorre un fiume risalendo verso la sorgente.
Nel 1917, in piena Prima guerra mondiale, il governo britannico con la Dichiarazione Balfour (una lettera con cui Londra si diceva favorevole a una «sede nazionale» per il popolo ebraico in Palestina) promise una terra già abitata da una popolazione in grande maggioranza araba. Il movimento sionista, che quel progetto sosteneva, nasceva anche da una realtà tragica: l’antisemitismo europeo, la persecuzione degli ebrei, che si sarebbe poi spinta fino alla Shoah, lo sterminio nazista. Due storie di dolore, dunque, si incontrarono su un lembo di terra, e nessuna delle due aveva torto nel dolore.
Nel 1947 le Nazioni Unite proposero di dividere il territorio in uno Stato ebraico e in uno arabo. Nel 1948 nacque Israele, scoppiò la guerra, e oltre settecentomila palestinesi fuggirono o furono cacciati dalle proprie case. I palestinesi chiamano quel momento la Nakba, parola araba che significa «la catastrofe»; per gli ebrei israeliani lo stesso anno è invece la conquista dell’indipendenza dopo secoli di persecuzioni. Qui sta il nodo: lo stesso anno è festa per gli uni e lutto per gli altri, e finché non impariamo a tenere insieme le due memorie, ogni discorso di pace resta sospeso nell’aria.
Nel 1967 Israele occupò militarmente la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza. Da allora, l’occupazione, gli insediamenti, le restrizioni alla libertà di movimento e il diniego dell’autodeterminazione palestinese sono rimasti il problema irrisolto. Nel 1993 gli accordi di Oslo sembrarono aprire una strada: i due contendenti si riconobbero a vicenda. Ma non vennero sciolti i nodi veri: i confini, Gerusalemme, i profughi, le colonie, la sicurezza. Nel 1995 il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista ebreo che non voleva la pace. Lo ricordiamo perché dimostra una cosa che spesso dimentichiamo: i nemici della convivenza esistono in ogni campo, e da ogni parte hanno armato la mano contro chi tentava di costruirla.
Sono venuti poi gli attentati contro civili israeliani, le rivolte e le repressioni, le guerre regionali, il lento sfaldarsi del negoziato. E sono venute le colonie. Chiara Cruciati scrive sul manifesto che dal 7 ottobre 2023 in Cisgiordania si contano quasi sessantatremila attacchi di soldati e coloni contro palestinesi, terre e proprietà, e che sessantasei comunità sarebbero state cancellate; sono dati forniti da un organismo dell’Autorità nazionale palestinese, cioè da una parte in causa, e quindi da prendere con la cautela che si deve a ogni fonte interessata. Ma il quadro generale, l’espansione di insediamenti e avamposti e la violenza dei coloni, è documentato anche da inchieste giornalistiche indipendenti, tra cui una del Washington Post di pochi giorni fa.
Su questo la Corte internazionale di giustizia, l’organo giudiziario dell’ONU, ha espresso nel luglio 2024 un parere (consultivo, cioè non vincolante come una sentenza): la presenza prolungata di Israele nei territori occupati è illegale e le nuove attività di insediamento devono cessare. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Sottolineiamo la parola «presunti»: un mandato d’arresto non è una condanna, è un’accusa gravissima che attende di essere provata in un processo. La stessa Corte ha perseguito anche dirigenti di Hamas, e giustamente.
Se vogliamo essere onesti dobbiamo dunque tenere due frasi nella stessa mano. Spiegare storicamente una violenza non significa giustificarla. Ma condannarla senza comprenderne le radici significa rinunciare a capire che cosa potrebbe impedirne il ripetersi.
Quando la guerra prende il posto della giustizia
C’è una distinzione giuridica che non vogliamo tacere, perché sarebbe facile e disonesto semplificare. Il diritto internazionale umanitario (l’insieme delle regole che limitano la crudeltà in guerra) non impone un processo prima di ogni attacco contro un combattente nemico. Ma impone regole ferree: distinguere i combattenti dai civili, verificare gli obiettivi, non colpire di proposito le persone protette, evitare attacchi indiscriminati, rispettare la proporzionalità (cioè non causare danni ai civili sproporzionati rispetto al vantaggio militare atteso). Che un dirigente nemico si trovi in un edificio residenziale non rende lecito distruggere il palazzo e chi vi abita. E punire una famiglia per ciò che ha fatto uno dei suoi membri è una pratica vietata.
Non ogni morte civile è, di per sé, un crimine di guerra. Ma nemmeno dire «abbiamo colpito un terrorista» basta a rendere legittimo un bombardamento. Come stiano davvero le cose in ogni singolo caso lo possono dire solo indagini indipendenti e processi, ed è proprio questo che da tre anni viene a mancare.
C’è poi la voce di chi quella guerra l’ha eseguita. Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze di ventiquattro militari e agenti dell’intelligence israeliana. Giovanni De Mauro, su Internazionale, ne ricava un’osservazione che ci ha colpiti: sono giovani di sinistra, delle classi agiate di Tel Aviv, «proprio quelli che i liberal israeliani vedono quando si guardano allo specchio». Dicono di aver fatto ciò che andava fatto, ciò che la società chiedeva. Qui sta forse la lezione più amara: il male di massa raramente nasce da mostri; nasce dalla pressione sociale che spinge persone ordinarie a fare ciò che da sole non vorrebbero, offrendo loro l’alibi degli ordini ricevuti. Anna Foa, sulla Stampa, vi legge anche altro: il rimorso, il risveglio doloroso dopo quella che chiama l’ubriacatura di sangue. E Etgar Keret nota il paradosso che i due autori, per aver girato un film, si siano visti chiedere dal ministro della Cultura la revoca della cittadinanza.
Una precisazione su una parola pesante. Alcuni autori che abbiamo letto, tra cui De Mauro e, citando David Grossman, la stessa Foa, parlano di «genocidio». È un termine che ha una definizione giuridica precisa (l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico o religioso) e che solo un tribunale può accertare. Noi riportiamo che questa parola viene usata da voci autorevoli, anche israeliane, senza poterne stabilire noi la fondatezza giuridica. Ma una cosa possiamo dire con certezza: quando una società viene privata di case, scuole, ospedali, luoghi di culto e lavoro, non viene colpita solo la sua sicurezza immediata. Viene colpita la possibilità stessa di continuare a esistere e a trasmettere la propria cultura.
Il peso del 7 ottobre, il peso di Gaza
Tra le voci che abbiamo ascoltato, alcune ci hanno insegnato qualcosa che nessun saggio di geopolitica riesce a insegnare. Moran Stella Yanai è stata ostaggio di Hamas per cinquantaquattro giorni. Oggi racconta, a Fabiana Magrì sulla Stampa, che ricordava i rumori della città per scandire il tempo: il canto di due bambine al mattino, un asino, i bambini che giocavano a pallone. Una sera sentì una madre palestinese gridare dopo un’esplosione, e pianse per quel dolore; il suo carceriere derise entrambe. Non perdona Hamas e non assolve chi l’ha rapita. Ma dice: «non sarà l’odio una delle cose che porterò con me». E aggiunge una frase che vorremmo incisa in ogni aula di scuola: mi dispiace che si senta ancora il bisogno di usare una tragedia per cancellarne un’altra.
Il cardinale Matteo Zuppi, nella sinagoga di Roma per ricordare il 7 ottobre, ha raccontato di aver conosciuto a Gerusalemme Rachel Goldberg Polin, madre di Hersh, un ostaggio poi ritrovato ucciso. Gli disse di non volere che il suo dolore producesse altro dolore: non c’è una classifica del dolore. Samer Sinijlawi, palestinese, arrestato a quindici anni durante la prima Intifada (la rivolta popolare palestinese di fine anni Ottanta), ha lasciato Fatah e fondato un nuovo partito; dopo il 7 ottobre è andato a Kfar Aza, uno dei kibbutz colpiti, per portare solidarietà ai superstiti, e ha condannato Hamas senza mezzi termini. Nessuno dei due popoli, dice, può sconfiggere l’altro: insieme possono sconfiggere la spirale di guerra.
Questi non sono gesti decorativi. Sono la prova vivente che riconoscere il dolore dell’altro non equivale a tradire il proprio.
Che cosa si può fare?
Non basta rispondere che manca la buona volontà. Ci sono ostacoli strutturali, e conviene guardarli in faccia.
Il primo è l’asimmetria del potere: Israele è uno Stato sovrano con un esercito organizzato, una grande capacità tecnologica, alleanze potenti; i palestinesi non hanno una sovranità equivalente né un’autorità unificata capace di governare insieme Gaza e Cisgiordania. Il secondo è la sicurezza, vissuta in modi opposti: per molti israeliani è la paura di attentati e rapimenti; per i palestinesi è l’occupazione, lo sfollamento, i bombardamenti. Sono due esperienze reali, ma non equivalenti per capacità di esercitare potere. Il terzo è l’intreccio tra politica e religione: quando un territorio viene proclamato possesso sacro, promesso da Dio, ogni compromesso suona come tradimento. Il quarto è la convenienza politica del nemico, che consolida consensi e giustifica misure eccezionali. Michele Giorgio sul manifesto lo scrive per Netanyahu, osservando che ha ricostruito la propria immagine puntando sulla «guerra senza fine»; Etgar Keret avverte che per questo il 7 ottobre rischia di non finire mai. Lo stesso meccanismo, in forme diverse, può agire anche sul versante palestinese. Il quinto, infine, sono gli altri Stati: le scelte di Stati Uniti, Europa, Paesi arabi e potenze regionali pesano sugli equilibri, sugli aiuti, sulle pressioni.
Poi c’è un dato su cui conviene restare cauti, perché i numeri vanno maneggiati con onestà. Un sondaggio citato da Giorgio dice che due terzi degli ebrei israeliani si collocano a destra, e tre su quattro tra i giovani che voteranno per la prima volta. Sono dati riportati da un solo articolo, e non possiamo verificarli noi. Se confermati, indicano che la questione non è soltanto un governo, ma un clima. Nello stesso tempo ci sono israeliani che non si riconoscono in quel clima, e li incontreremo tra poco.
Ecco allora la domanda che dovremmo porci al posto di «perché non c’è la pace?»: chi dispone del potere di cambiare le condizioni, e chi trae vantaggio dal fatto che restino quelle che sono? Non significa che ogni governo voglia la guerra. Significa che bisogna studiare le decisioni concrete e gli interessi, e non accontentarsi delle dichiarazioni a favore della pace.
Il dialogo che esiste già, e quello che manca
Le persone di buona volontà esistono, anche sul terreno più infuocato, e conviene conoscerle. Standing Together è un movimento di cittadini ebrei e arabi di Israele per la pace e l’uguaglianza. Parents Circle – Families Forum riunisce famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i loro cari e scelgono di raccontarsi a coppie, senza vendetta. Rabbis for Human Rights accompagna i contadini palestinesi alla raccolta delle olive per proteggerli dalle aggressioni dei coloni: dichiara oltre centosettanta rabbini e studenti rabbinici e più di milleduecento volontari nella scorsa stagione, ma è un dato che l’organizzazione fornisce di sé. Luca Foschi su Avvenire ha raccontato i volontari di Let’s talk Democracy, che a Gerusalemme regalano un fiore ai passanti e iniziano una conversazione sui principi del vivere insieme: sono, riferisce, almeno trecento in oltre quaranta banchetti, e quello che scoprono è che le persone dicono in pubblico cose più radicali di quelle che pensano. Alla domanda «davvero pensi questo?», la risposta è quasi sempre no.
Eppure, e qui serve franchezza, l’esistenza di questi gruppi non prova che siano abbastanza, né che pesino abbastanza. Un reportage dell’Associated Press, di pochi giorni fa, descrive una società in cui il trauma del 7 ottobre ha irrigidito molti atteggiamenti e dove la sofferenza palestinese riceve poca attenzione. Non abbiamo dati affidabili per quantificare chi si oppone alla guerra e chi sostiene la coesistenza, e sarebbe scorretto inventare percentuali. Sappiamo soltanto che finora questi movimenti non hanno cambiato abbastanza le politiche territoriali e militari. La domanda giusta non è se i giusti esistano, ma quanti siano, quanto potere abbiano e perché non riescano a incidere.
Gerusalemme, le religioni, e la domanda dei fratelli
Veniamo allora alla domanda che ci tormenta di più. Gerusalemme è la città in cui ebraismo, cristianesimo e islam si incontrano; tre tradizioni che riconoscono, ciascuna a modo suo, Abramo come padre, e che custodiscono insegnamenti sulla giustizia, sulla misericordia, sul valore della vita. Se siamo tutti fratelli, che cosa impedisce di esserlo a Gerusalemme? Perché i capi religiosi non possono avviare, ufficialmente, un percorso di riconciliazione che dalle gerarchie scenda fino ai fedeli?
La risposta non è che le religioni abbiano tradito sé stesse, o non soltanto. La religione può essere una forza di riconciliazione, ma può anche diventare una fonte di legittimazione del potere. Quando una comunità identifica la propria sicurezza e il proprio destino con il controllo esclusivo di un territorio, rinunciarvi appare una profanazione. C’è poi un problema pratico di autorità: il cattolicesimo ha un centro riconoscibile nel Papa; l’ebraismo e l’islam non hanno un’unica autorità mondiale che possa impegnare tutti i fedeli. Un accordo firmato da alcuni rabbini, imam e patriarchi non vincolerebbe né le comunità né, soprattutto, gli Stati.
Ma sarebbe falso dire che nulla si muove. Nel luglio 2025 i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno condannato insieme l’attacco alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, in cui morirono tre persone. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha tenuto una lectio magistralis (lezione solenne) alla Scuola Superiore Sant’Anna, intitolata «L’umanità dell’altro», in cui sostiene che l’umanità dell’altro non è un limite alla nostra libertà e sicurezza, ma la condizione della nostra stessa umanità; che la tentazione del nostro tempo è costruire libertà e sicurezza senza l’altro, con la forza, e che di quella forza si resta ostaggi. Dice anche che il linguaggio violento partecipa al conflitto, perché rende accettabili comportamenti e abitua a pensare che alcune vite meritino meno attenzione. E ha chiesto che le ingiustizie vengano chiamate per nome, anche quando questo disturba le nostre appartenenze. Il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, parla della necessità di uscire dalla «logica del dominio» e sostiene, per la Terra Santa, la soluzione dei due Stati.
Sono voci alte e sincere. Ma dobbiamo chiederci, senza ipocrisia, se abbiano influenza sulle decisioni dei governi e degli eserciti. Gli esempi verificati dimostrano che quelle voci esistono, non che siano ascoltate dove si decide.
Una pista interessante la offre Gianni Vacchelli, che sull’Avvenire presenta il libro di Roberto Celada Ballanti, I dialoghi interreligiosi d’immaginazione, dedicato «ai bambini di tutte le guerre, vittime di un dialogo che non c’è stato». Il libro percorre sette dialoghi immaginari tra fedi, da Giustino a Lessing, e mostra quanto sia stato lungo e accidentato il cammino con cui l’Occidente ha imparato, a fatica, a pensare l’altro religioso. Il vertice è Nathan il Saggio di Lessing, con la parabola dei tre anelli: tre fratelli ricevono un anello identico dal padre, nessuno sa quale sia l’originale, e la verità si sposta dalla dottrina all’agire, a chi si dimostra migliore nel bene. Al frate che lo chiama «cristiano», Nathan, un ebreo che ha perso la famiglia in un pogrom e ne ha fatto accoglienza e non odio, risponde che ciò che lo rende cristiano agli occhi del frate lo rende ebreo agli occhi suoi. Non è sincretismo, cioè mescolanza indistinta delle fedi, né relativismo. È l’idea che l’incontro con l’altro non ci faccia meno noi stessi, ma ci trasformi.
Da Assisi a Gerusalemme
Qui si inserisce una storia che ci fa sperare. Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II riunì ad Assisi i rappresentanti delle religioni del mondo per una giornata di preghiera per la pace. Non fu, come tenne a precisare lui stesso, sincretismo: non si pregava insieme, ma si stava insieme per pregare, ciascuno nella propria fede, rispettando quella degli altri. Fu discusso, anche aspramente, dagli ambienti tradizionalisti. Ma fu un gesto profetico: il muro di Berlino era ancora in piedi. Da allora la Comunità di Sant’Egidio ha continuato ogni anno a organizzare incontri nello «spirito di Assisi», trasformando in amici persone che prima si guardavano con diffidenza.
Quest’anno, dal 25 al 27 ottobre, quarant’anni dopo, Assisi ospiterà un nuovo incontro internazionale intitolato Pace disarmata e disarmante. Sono attese cinquemila persone, ventiquattro forum e centocinquantacinque relatori. Fra loro il patriarca ecumenico Bartolomeo, l’arcivescovo di Canterbury, il grande imam della moschea Istiqlal di Giacarta, il rabbino capo di Francia, il rabbino capo di Roma, e un sindacalista come Maurizio Landini. Il Papa, Leone XIV, concluderà con la celebrazione finale. Tonio Dell’Olio, su Mosaico di pace, ricorda che l’incontro vero è guardarsi negli occhi, come Francesco e il sultano a Damietta ottocento anni fa.
Ecco allora la nostra proposta, e la presentiamo come tale, non come un fatto: non un organismo già esistente, ma un’idea da far maturare. E se da Assisi nascesse qualcosa di più di una giornata? Un processo permanente di riconciliazione, con una sede pubblica e riconoscibile a Gerusalemme, aperto a ebrei, musulmani e cristiani, ma anche a laici, non credenti, associazioni civili, familiari delle vittime, operatori umanitari. Con impegni concreti: una dichiarazione comune e senza ambiguità contro gli attacchi ai civili, la presa di ostaggi, le espulsioni forzate, la violenza dei coloni, l’antisemitismo e l’odio verso i musulmani; incontri nelle scuole, nelle sinagoghe, nelle moschee e nelle chiese; una rete indipendente di documentazione delle violazioni, fondata su prove verificabili.
Un programma così avrebbe un limite chiaro: non può sostituire i negoziati, la giustizia internazionale, le istituzioni democratiche. Potrebbe però aiutare a creare la società capace di sostenerli. E non dovrebbe mai chiedere alle vittime di rinunciare ai propri diritti in nome della riconciliazione: perché la riconciliazione non è dimenticanza, non è impunità, non è chiedere al più debole di accettare la sua condizione. Per funzionare servono verità, responsabilità, sicurezza e diritti, tutti insieme.
Dove sono gli scienziati, i medici, gli insegnanti, gli artisti?
C’è un’altra domanda che ci poniamo, e forse è la più originale. Non chiediamo soltanto perché i governi non facciano la pace. Chiediamo perché non nasca una forza morale internazionale capace di passare sopra i governi: scienziati, medici, professori, artisti, musicisti, sindacalisti, sportivi. Perché questo silenzio proprio nei campi in cui dovrebbe vincere l’umanità?
Prima di rispondere dobbiamo correggere la premessa, perché sarebbe ingiusto dire che tutti tacciano. I medici e le organizzazioni umanitarie hanno documentato le conseguenze sanitarie della guerra; studenti, docenti, artisti e sindacalisti hanno partecipato a manifestazioni, appelli, iniziative di solidarietà. Non esiste però una misurazione affidabile di quanti professionisti per categoria abbiano preso posizione e quanti no, e non vogliamo inventare percentuali. Quel che possiamo fare è chiederci perché la mobilitazione, pur esistente, non abbia prodotto risultati proporzionati alla tragedia.
Un precedente illustre ci aiuta. Nel 1955 Bertrand Russell e Albert Einstein, di fronte al rischio della guerra atomica, lanciarono un manifesto che si rivolgeva agli esseri umani prima che alle nazioni, invitandoli a riconoscersi come specie. La stessa intuizione, con differenze profonde, attraversa Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Lorenzo Milani. Perché oggi sembra così difficile?
Per tre motivi, a nostro avviso. Il primo è la frammentazione: un medico si occupa di salute, un professore di insegnamento, un sindacalista di lavoro, ciascuno con le proprie associazioni e i propri strumenti, e manca una struttura comune che trasformi interventi separati in una pressione pubblica continua. Il secondo è la paura delle conseguenze: chi si espone rischia ritorsioni, isolamento, accuse di faziosità; e nel conflitto israelo-palestinese pesa la confusione impropria tra critica allo Stato di Israele e antisemitismo, e tra difesa dei diritti palestinesi e sostegno ad Hamas. Le distinzioni sono indispensabili, non per limitare la critica ma per renderla precisa: criticare un governo israeliano non è accusare gli ebrei; condannare i crimini di Hamas non è negare ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione. Il terzo è la continuità: l’indignazione si spegne, l’organizzazione dura.
Qui il sindacalismo, curiosamente, ha una lezione da dare al pacifismo. Un sindacato non nasce per esprimere indignazione, ma per trasformare un principio condiviso in una forza organizzata capace di cambiare i rapporti di potere. Immaginiamo una rete stabile di medici, scienziati, università, sindacati e organizzazioni religiose, con obiettivi precisi e verificabili: protezione delle strutture sanitarie, libertà degli aiuti umanitari, rispetto delle sentenze e degli obblighi internazionali, tutela degli obiettori di coscienza (chi rifiuta di combattere per ragioni morali), ricostruzione delle scuole, diritto all’istruzione. Non appelli, ma iniziative pacifiche, coordinate, misurabili, durevoli.
Il nome dei morti
Tomaso Montanari, sul Fatto Quotidiano del 5 ottobre, scrive una cosa che ci ha fermati. Parte dalle parole di papa Leone XIV, «la pace si edifica con la verità», e osserva che la verità spetta ai giornali e alla politica (la demistificazione della propaganda dell’industria delle armi), ma ancora più profondamente agli artisti e agli scrittori, che sanno farci sentire perché la guerra sia il contrario della vita. Lo dice a proposito di La vasca. Atto unico sulla guerra di Franco Marcoaldi (Elliot), il cui personaggio, Giulia, vorrebbe compilare una «Enciclopedia dei Morti in Guerra», dando un nome a ciascuno. «Datemi i nomi, i nomi! E solo dopo avremo i numeri», grida alla radio che parla dei morti «all’ingrosso». Mentre lei conta, l’acqua della sua piscina si intorbida: la guerra non è fuori, è dentro, e avvelena la vita quotidiana.
Montanari ricorda che contare e nominare le vittime di Gaza, una per una, è stata una forma di sumud, parola araba che indica la tenacia di restare, di resistere nella propria terra e nella propria memoria. E non solo Gaza: c’è chi cerca di dare un nome, attraverso il DNA, ai migranti inghiottiti dal Mediterraneo. Aggiungiamo noi: nominare è un atto politico ed etico insieme, perché riconosce che dietro ogni cifra c’è un volto. E nominare vale per tutti. Per Mohamed e Yara a Gaza, per Hersh Goldberg Polin e gli altri rapiti il 7 ottobre, per i ragazzi mandati a morire al fronte in Ucraina. Non esistono morti più degni di nome di altri.
E l’Ucraina?
Ci eravamo chiesti se il silenzio dipenda dalla guerra in Ucraina. Dobbiamo parlarne, perché un principio vale solo se vale per tutti. Non è lecito equiparare guerre diverse nelle origini e nelle responsabilità: la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, violandone la sovranità; il conflitto israelo-palestinese ha una storia diversa, segnata dall’occupazione. Ma esiste un principio comune: nessuno Stato può acquisire territori con la forza; nessuna esigenza di sicurezza autorizza attacchi indiscriminati ai civili; i crimini vanno documentati e giudicati con regole uguali per tutti. Un movimento per la pace che applica questi criteri solo ai governi che considera avversari perde credibilità.
Su come uscirne le voci sono divise, e le riportiamo come tali. Mao Valpiana, sul manifesto, propone di usare come garanzia di pace i duecentodieci miliardi di euro di beni della Banca centrale russa congelati in Europa: cessate il fuoco, negoziato, sicurezza condivisa, con la Russia che recupererebbe il patrimonio rispettando gli impegni. Aggiunge la campagna «Un’altra difesa è possibile», che ha raccolto cinquantasettemila firme per una legge sulla difesa civile non armata e nonviolenta. Carlo Rovelli, sul Corriere della Sera, sostiene che l’Europa debba dare priorità alla distensione, ricordando che le paure russe hanno radici storiche e che il rischio nucleare è molto alto; ma le sue tesi, come quella sulla debolezza economica russa che escluderebbe ambizioni egemoniche, sono contestate da molti, e non spetta a noi decidere. Il cardinale Parolin ricorda invece che non si può negare a un popolo il diritto di difendersi, e insieme chiede un cessate il fuoco immediato e completo e il rispetto del diritto umanitario.
Non possiamo pretendere di sciogliere qui un nodo così intricato. Possiamo però dire che il silenzio, in parte, nasce proprio da questa trappola: chi osa proporre vie diverse dalle armi viene accusato di essere filorusso o di aver rinunciato a difendere gli aggrediti, e chi difende gli aggrediti viene accusato di fare il gioco della guerra. Come avverte Valpiana, bisogna superare la logica binaria «armi sì» contro «armi no», che lascia intatta la logica della guerra. Esiste, tra la resa e la vittoria militare, un terzo campo di strumenti economici, diplomatici e civili che nessuno ha ancora seriamente provato.
Che cosa impedisce alle persone di buona volontà di unirsi?
Crediamo che gli ostacoli siano di tre nature diverse. Il primo è psicologico e culturale: la paura, il trauma, l’identificazione con le proprie vittime, la difficoltà di riconoscere umana la sofferenza altrui. In una società ferita, ascoltare il dolore dell’altro può sembrare un tradimento del proprio. Il secondo è politico: chi ha il potere non lo condivide volentieri, e chi si oppone alla violenza spesso non ha strumenti per tradurre la sua posizione in decisioni. Il terzo è organizzativo: le iniziative di pace sono divise per appartenenza religiosa, nazionale, professionale, ideologica.
La storia dice però che queste divisioni si possono superare. Non sempre, non facilmente. In Sudafrica la fine dell’apartheid, il regime di segregazione razziale, fu accompagnata da trasformazioni istituzionali e da pressioni interne e internazionali. In Irlanda del Nord l’Accordo del Venerdì Santo, nel 1998, nacque da negoziati durissimi, compromessi, cooperazione internazionale e coinvolgimento delle comunità. Sono vicende diverse, che non si possono trapiantare in Palestina; ma insegnano che riconciliazione e cambiamento politico devono procedere insieme. La buona volontà individuale è necessaria. Da sola, senza organizzazione e senza istituzioni, resta impotente.
E un’altra condizione ci pare ineludibile. Un processo di pace richiede almeno tre cose nello stesso momento: la cessazione delle violazioni (non si riconcilia nessuno mentre proseguono aggressioni, espulsioni e distruzioni); la responsabilità giuridica (il diritto deve tornare a essere il limite del potere, e le vittime hanno bisogno di verità, giustizia e riparazione, non di un generico invito al perdono); e un futuro politico credibile, in cui israeliani e palestinesi vedano nella pace una condizione di sicurezza e libertà e non una tregua prima della guerra successiva. Quale forma istituzionale dare a quel futuro, due Stati o altro, è discutibile; ma deve garantire autodeterminazione palestinese, sicurezza degli israeliani, uguaglianza di diritti, libertà religiosa, tutela delle proprietà.
Non siamo ingenui. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, secondo le agenzie internazionali, non ha chiuso i capitoli decisivi: il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano, la forza internazionale di stabilizzazione, la ricostruzione. Per ricostruire Gaza servirebbero almeno ottanta miliardi di dollari secondo gli esperti; ne sarebbero stati raccolti due e mezzo. A fine mese Israele va al voto e a novembre toccherà ai palestinesi, se le elezioni saranno confermate. Nessuno sa che cosa ne uscirà, e noi non lo diciamo.
Il silenzio che non è assenza di parole
Torniamo alla parola che abbiamo usato più volte: silenzio. Non viviamo in un mondo dove nessuno parla. Le guerre sono denunciate, i morti vengono contati, le organizzazioni umanitarie producono rapporti, i tribunali internazionali decidono, le piazze si riempiono, molti capi religiosi chiedono la pace. Eppure, la violenza continua.
Allora forse il silenzio che ci pesa non è l’assenza di parole. È un’altra cosa, più difficile da vedere: l’irrilevanza politica della parola pronunciata. Una denuncia può essere ascoltata senza essere accolta. Una sentenza può essere pronunciata senza essere eseguita. Una manifestazione può riempire una piazza senza cambiare una decisione. La nostra epoca sa tutto della sofferenza altrui, come nessuna prima: vediamo i bombardamenti quasi in diretta, ascoltiamo i sopravvissuti, leggiamo i documenti dei tribunali. È cresciuta la conoscenza. Non è cresciuta in proporzione la responsabilità.
Dobbiamo però distinguere, per non cadere nell’ingiustizia. Non è corretto mettere sullo stesso piano chi ordina un bombardamento e chi non firma un appello. Bisogna distinguere la responsabilità diretta, quella politica, quella istituzionale e quella morale. La responsabilità principale di fermare le violazioni resta di chi governa, comanda le forze armate, prende le decisioni. Ma a ciascuno di noi compete la propria parte: il medico può curare e testimoniare, lo scienziato documentare, il professore educare, il sindacalista organizzare, l’artista rendere visibile ciò che viene nascosto, il credente richiamare la propria comunità ai principi della fede. E chi legge, e vota, e parla, può rifiutarsi di abituarsi.
Per questo ritorniamo ad Assisi. Quarant’anni dopo il 1986, la domanda non è più se ebrei, cristiani, musulmani, credenti di altre tradizioni e persone senza fede possano incontrarsi e riconoscersi: sappiamo che possono, è già accaduto, accade ancora. La domanda più esigente è se siano disposti a trasformare quell’incontro in un impegno pubblico, permanente, verificabile, capace di opporsi all’ingiustizia anche quando questo è scomodo per la propria comunità, per il proprio governo, per i propri interessi.
Essere fratelli non significa dichiararlo. Significa riconoscere che nessuna casa, nessun figlio, nessuna vita diventano meno degni di protezione perché appartengono a un altro popolo. E Gerusalemme, la città dove tanti cercano Dio, potrebbe essere il luogo in cui cominciare a dimostrarlo.
Sono semi, quelli che abbiamo provato a deporre. Non sappiamo quali attecchiranno: lo ammettiamo senza finzioni. Ma una pianta non nasce da chi smette di seminare perché teme che il terreno sia duro.

Gerusalemme, cara a ebrei, cristiani e musulmani: sia ogni preghiera un ponte, ogni casa un rifugio, ogni vita ugualmente preziosa.
