Esercizi spirituali laici dell’11 ottobre 2026

Un laico sincero non domanda «chi parla?»; chiede «che cosa posso imparare?»

Coltivare esercizi spirituali significa dedicare tempo e pratiche alla cura del proprio modo di vivere

AUTORE E FONTE

Guglielmo di Saint-Thierry visse, secondo le date più accreditate, tra il 1080 circa e il 1148. Fu abate benedettino, cioè guida di una comunità di monaci che seguono la regola di san Benedetto, nell’abbazia di Saint-Thierry, vicino a Reims. A un certo punto lasciò l’incarico e scelse una vita più raccolta tra i cistercensi, i monaci riformati del «ritorno al rigore», nell’abbazia di Signy. Il passaggio avvenne intorno al 1135, ma sulla data esatta non possiamo essere certi al cento per cento. Fu amico di Bernardo di Chiaravalle, il grande abate cistercense, e visse tutta la vita tra libri, preghiera e discussioni teologiche.

L’opera che oggi leggiamo si chiama Epistola ad fratres de Monte Dei, la «Lettera ai fratelli del Mont-Dieu». La conosciamo come Lettera d’oro, per la stima che l’accompagnò nei secoli. Fu scritta per i monaci della certosa di Mont-Dieu, nelle Ardenne. La certosa è la forma più silenziosa di vita monastica: celle singole, poche parole, molta solitudine. La data di composizione non è sicura. Si pensa alla metà degli anni Quaranta del XII secolo. Per molto tempo il testo circolò con il nome di Bernardo di Chiaravalle, e la critica moderna lo restituì a Guglielmo. Nei paragrafi 120-123 egli parla della lettura come di una pratica che coinvolge memoria, esperienza e attenzione. Non è un metodo di studio, è un modo di abitare le parole.

TESTO DA MEDITARE

Guglielmo scrive: «Et in omni scriptura tantum distat studium a lectione quantum amicitia ab hospitio». Lo traduciamo così: «Nella lettura della Scrittura, lo studio dista dalla semplice lettura quanto l’amicizia dall’ospitalità» (§ 121). Per capire la frase dobbiamo fermarci su due parole.

La lectio, la «lettura», è il passaggio degli occhi sulla pagina: si prende ciò che il testo offre, e si va oltre. Lo studium, lo «studio», in latino non è solo il compito scolastico. Indica lo zelo, l’applicazione, il desiderio di restare presso qualcosa che ci interessa. Hospitium significa accoglienza di chi passa, il tetto offerto per una notte. Amicitia è il legame che si costruisce nel tempo. Guglielmo dice che leggere senza studio equivale a ospitare una pagina. Leggere con studio significa farne un’amica.

Poco dopo egli invita a deporre ogni giorno qualcosa nella memoria: «aliquid cotidie in ventrem memoriae demittendum est», «qualcosa va calato ogni giorno nel ventre della memoria» (§ 122). L’immagine è corporea. La memoria non è un archivio, è uno stomaco: ciò che vi entra viene lavorato e trasformato. Le frasi latine sono citazioni autentiche.

Guglielmo prosegue con la figura della digestione. Ciò che abbiamo letto può essere richiamato e «ruminato» più volte. Ruminare, come fanno i bovini, significa riportare il boccone alla bocca e masticarlo ancora, per ricavarne più nutrimento. Una parola incontrata al mattino torna mentre lavoriamo, camminiamo o ascoltiamo qualcuno. A ogni ritorno possiamo comprenderla un poco diversamente. Questa è una parafrasi del suo invito, che nel testo originale appartiene alla lettura orante della Scrittura, cioè alla lettura fatta in preghiera, quella che la tradizione monastica chiama lectio divina.

ACCOMPAGNAMENTO AL TESTO

La somiglianza fra studio e amicizia è sorprendente. Un ospite di passaggio riceve accoglienza, e domani non sappiamo più nulla di lui. Un amico, con il tempo, trova posto nella nostra vita, e ci chiede anche qualcosa: pazienza, ritorni, qualche discussione. Così una pagina può offrirci un’impressione immediata, ma rivela di più quando le concediamo domande e perfino resistenze. Un’amicizia vera non nasce dall’accordo continuo. Nasce dal restare, anche quando l’altro ci mette in difficoltà.

Pensiamo a quante cose leggiamo in un giorno: notizie, messaggi, titoli. Le ospitiamo tutte, nessuna diventa amica. Guglielmo non ci chiede di leggere di più. Ci chiede di scegliere meno e di restare di più. Colpisce anche che il consiglio venga da un uomo che passò la vita tra codici manoscritti, quando i libri erano rari e preziosi. Eppure, insiste su ciò che di un libro rimane dentro, non su quanti se ne sono letti.

La Lettera d’oro suggerisce un piccolo esercizio: scegliere oggi una sola frase, ricordarla senza fretta e domandarsi, più tardi, se illumina un’esperienza concreta. Forse cambierà il modo in cui guardiamo quella frase; forse cambierà il modo in cui guardiamo l’esperienza. Forse cambieremo noi. Guglielmo rivolgeva questo consiglio a monaci in cerca di Dio. Estenderlo alle letture e alle giornate di ciascuno di noi, credenti e non credenti, è una proposta di questa meditazione, non una pretesa del testo.

Per chiudere la meditazione sceglierei queste parole di Guglielmo:

«Che una parola letta oggi continui ad accompagnarti domani.»

Ogni giorno provo a fermarmi su una voce, un anelito e a ricavarne una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.

Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.

(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)

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