Navi Pillay: la legge vale per tutti, senza eccezioni

Una scena piccola, a Norimberga

Cominciamo da una scena piccola, quasi domestica, che racconta più di molti discorsi. Venerdì 9 ottobre 2026, a Oslo, il presidente del Comitato norvegese per il Nobel annuncia il Premio per la pace e confessa, con un sorriso, di non essere riuscito a telefonare alla vincitrice per avvisarla. «Se vede una chiamata da un numero norvegese, la prego, risponda», dice ai giornalisti. Lei, intanto, si trova a Norimberga: la città dove, tra il 1945 e il 1946, si tenne il più celebre processo ai capi di un regime, quello ai gerarchi nazisti.

Poco dopo l’annuncio la vediamo entrare in una sala, accolta da un applauso lungo e caloroso. Lei sorride e scherza: se applaudite ancora un po’ più forte, dice, forse dividerò il premio con Trump. Poi si fa seria. Racconta che l’ultima cosa fatta è stata il rapporto su Gaza, e che molti, commentandolo, hanno lodato il suo coraggio. «Ma perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità?», si chiede, sinceramente sorpresa. E a chi le domanda, ormai da tempo, “quando pensi di fermarti?” risponde che ha compiuto ottantacinque anni il mese scorso e che no, non può smettere: è ancora giudice in un processo internazionale.

Una donna di ottantacinque anni che scherza, che non si ritira e che si stupisce di essere chiamata coraggiosa. Partiamo da qui, perché in queste poche battute c’è già il nocciolo di tutta la storia. Questo Nobel non premia una santa, né un’eroina da altare. Premia una giudice, cioè una persona il cui mestiere consiste nel guardare i fatti, applicare una regola e decidere senza chiedersi chi sia il più forte. E la regola che Navi Pillay ha servito per tutta la vita si può dire in una riga: nessuno sta al di sopra della legge.

Proviamo allora a raccontare chi è, che cosa ha fatto e, soprattutto, perché la sua vicenda riguarda anche chi non ha mai messo piede in un tribunale.

La bambina di Durban

Navanethem Pillay, per tutti Navi, nasce il 23 settembre 1941 a Durban, città portuale del Sudafrica, in una famiglia di origine tamil, cioè discendente di quegli indiani del Sud giunti nel paese generazioni prima. Stando a uno dei ritratti che abbiamo letto, il padre faceva l’autista di autobus: una famiglia modesta, dunque, non di quelle a cui le professioni aprono volentieri le porte.

Cresce sotto l’apartheid. La parola, in afrikaans (la lingua di origine olandese parlata da gran parte dei bianchi sudafricani), significa «separazione». Dal 1948 fu il sistema con cui lo Stato classificò gli esseri umani secondo il colore della pelle e assegnò a ciascuna classe diritti diversi. Non era un semplice pregiudizio diffuso, come l’antipatia che un vicino può nutrire per un altro. Era un edificio, costruito mattone su mattone con le leggi: stabiliva dove si poteva abitare, in quale scuola studiare, quale lavoro fare, quale porta aprire.

Per una ragazza non bianca studiare diritto era un percorso a ostacoli, perché le leggi segregazioniste pesavano sulla scuola come sassi in uno zaino. Eppure, ci riesce. Nel 1967 apre uno studio legale: è la prima donna a farlo nella sua provincia, il Natal. A quasi sessant’anni di distanza il gesto rischia di sembrarci piccolo, e non lo era affatto. Aprire uno studio, per lei, significava presentarsi ogni mattina in un mondo che aveva scritto sulla porta che lì non c’era posto.

L’avvocata che non girava la testa

Per circa trent’anni (ventotto, secondo una ricostruzione) Pillay esercita in quel Sudafrica. Difende gli oppositori del regime. Lavora perché i prigionieri di Robben Island, l’isola-carcere dove era rinchiuso anche Nelson Mandela, possano almeno essere difesi e trattati secondo regole minime, e denuncia le torture. La motivazione del Nobel osserva che un filo unico lega quei primi processi, la difesa di Mandela e di altri che si opposero all’apartheid, all’attività di giudice nei grandi processi internazionali del nostro tempo.

Ma il suo campo non è soltanto il carcere politico. Si occupa di donne e di violenza domestica, contribuisce a creare servizi di ascolto e case-rifugio per chi la subisce, entra nel coordinamento delle donne che porterà le proprie richieste dentro la nuova Costituzione sudafricana, quella che vieta la discriminazione per razza, religione e orientamento sessuale. Fra le fondatrici di un’organizzazione internazionale per i diritti delle donne, conquista nel 1988 un dottorato in scienze giuridiche. Ha capito, a quanto pare, che una battaglia combattuta in una sola nazione può trovare una forza in più guardando oltre i confini.

Da questi anni ricaviamo la prima lezione. Pillay ha visto da vicino una legge perfettamente regolare e profondamente ingiusta: come un orologio che funziona alla perfezione e segna l’ora sbagliata. Ne ha tratto una convinzione che non l’abbandonerà più: il diritto non vale perché è scritto, ma per ciò che protegge. Se difende soltanto l’ordine esistente è un recinto; se difende la dignità della persona, anche contro lo Stato che lo scrive, diventa una garanzia.

La stanza che era vietata

Nel 1994 il Sudafrica vota per la prima volta senza distinzioni di colore e Mandela diventa presidente. L’anno seguente chiama Pillay a fare la giudice: è la prima donna non bianca nell’Alta Corte del paese. Una cronaca ci regala un particolare che vale un romanzo: da avvocata, in quanto non bianca, non le era consentito nemmeno entrare nella stanza di un giudice. La prima volta che vi entrò, quella stanza era la sua.

Avrebbe potuto fermarsi lì, e nessuno glielo avrebbe rimproverato. Ma ciò che era accaduto in Sudafrica non era un incidente della storia. In molti paesi il potere, armato e organizzato, può trasformarsi in uno strumento di persecuzione. Servono allora tribunali capaci di accertare le responsabilità anche quando gli Stati non vogliono, o non possono, giudicare i propri governanti. È a questo lavoro che Pillay dedicherà il resto della vita.

Il Ruanda e la parola che mancava

Nel 1994, in Ruanda, piccolo paese dell’Africa centrale, centinaia di migliaia di persone, in gran parte appartenenti alla minoranza tutsi, vengono massacrate in pochi mesi. L’ONU istituisce un tribunale apposito, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, per giudicare i responsabili. Pillay fece parte del collegio giudicante che pronunciò la storica sentenza Akayesu.

Il processo che la rende celebre è quello contro Jean-Paul Akayesu, ex sindaco di una località ruandese. Per capirne la portata dobbiamo ricordare che cosa sia il genocidio: non il semplice uccidere molte persone, ma il compiere certi atti con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Ecco il punto decisivo. Nella sentenza si afferma che lo stupro e le violenze sessuali, quando sono commessi con quell’intenzione, possono essere atti di genocidio.

Oggi ci sembra una frase ovvia. Per secoli non lo fu. La violenza sulle donne in guerra veniva trattata come un bottino, una conseguenza triste e inevitabile dei combattimenti, come la polvere che si alza dopo una battaglia. La sentenza dice che non è polvere: è un’arma, puntata contro i corpi per cancellare un popolo. Una sentenza, a volte, non cambia la realtà, ma ci insegna a vedere ciò che prima non vedevamo. È ciò che Pillay ha fatto: rendere visibile, davanti alla legge, una sofferenza che per troppo tempo era rimasta senza nome.

La voce delle vittime

Dal 2003 al 2008, secondo una delle ricostruzioni, Pillay è giudice della Corte penale internazionale (CPI), il tribunale permanente con sede all’Aia, nei Paesi Bassi. Il trattato che la istituisce, lo Statuto di Roma del 1998, le dà un compito preciso: giudicare le singole persone accusate dei crimini più gravi, come un generale o un capo di governo, quando gli Stati non lo fanno. A differenza dei tribunali di Norimberga o del Ruanda, nati per un caso solo, è una corte che resta. Le cronache dicono che Pillay abbia contribuito alla sua nascita battendosi perché i diritti delle donne vi fossero codificati e perché il termine «sesso» fosse sostituito da «genere»; il dato l’ho letto e scrivo con prudenza.

Dal 2008 al 2014 è Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, la carica più alta dell’ONU in questo campo. È un lavoro molto diverso: non pronuncia sentenze, ma vigila, denuncia, richiama i governi alle loro responsabilità. Lei lo interpreta come una voce permanente delle vittime. Le cronache ricordano che non ha fatto sconti a nessuno: ha criticato lo Sri Lanka per i massacri di civili tamil, la comunità internazionale per l’inazione davanti alla guerra civile siriana, perfino il Canada quando una sua provincia ha limitato il diritto di protesta degli studenti. Nel 2015 entra anche nella Commissione internazionale contro la pena di morte.

Ci interessa questa lista, perché dice qualcosa sul carattere.

«L’imparzialità di un giudice si misura anche dalla capacità di applicare gli stessi principi indipendentemente dall’identità e dal potere delle persone coinvolte».

Pillay, almeno nel quadro che abbiamo davanti, ha rivolto lo stesso metro a paesi lontani e vicini, deboli e forti, nemici e alleati dell’Occidente.

I rohingya e i due tribunali dell’Aia

Oggi Pillay è giudice ad hoc, cioè chiamata per quel solo processo, nel caso che il Gambia ha aperto contro il Myanmar (la ex Birmania) davanti alla Corte internazionale di giustizia. Le accuse riguardano il genocidio dei rohingya, minoranza musulmana perseguitata e cacciata dalle proprie terre. Per questo, dice, non può ancora riposare.

Conviene qui un chiarimento, perché i giornali a volte confondono le due istituzioni, entrambe all’Aia. La Corte penale internazionale giudica le persone: chiede conto a un uomo di ciò che ha ordinato o compiuto. La Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario dell’ONU, decide invece le controversie tra Stati: dice se uno Stato ha violato i suoi obblighi. Sono due mestieri diversi, come quello del giudice penale e quello del giudice civile, accomunati da un’idea: che la forza non basti a giustificare sé stessa.

Gaza: la parola più pesante

Arriviamo alla parte più delicata, e vogliamo affrontarla con calma, senza alzare la voce. Pillay ha presieduto la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sui Territori palestinesi occupati, Gerusalemme Est compresa, e su Israele. Quanto sia durato esattamente il suo incarico non possiamo dirlo con certezza, perché le fonti che abbiamo recuperato parlano soltanto di un lavoro svolto «fino a poco tempo fa». Il 16 settembre 2025 la Commissione ha presentato il suo rapporto, e la conclusione è netta: Israele è responsabile di genocidio a Gaza.

Vediamo su che cosa si fonda. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, approvata dall’ONU nel 1948 dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, elenca cinque tipi di atti che possono costituire genocidio se compiuti con l’intento di distruggere un gruppo: uccidere i suoi membri, causare loro gravi danni fisici o mentali, imporre condizioni di vita pensate per distruggerlo, impedire le nascite, trasferire con la forza i bambini. Secondo il rapporto, almeno quattro di questi cinque atti sarebbero stati commessi a Gaza, e l’intento di distruggere i palestinesi della Striscia, in quanto gruppo, sarebbe evidente. Pillay stessa ha scritto, nel giorno della pubblicazione, che comprende il significato della parola e non la usa con leggerezza.

«La parola genocidio richiama inevitabilmente la tragedia della Shoah. Ma la memoria di quello sterminio non può sottrarre alcuno Stato all’applicazione del diritto internazionale. Le responsabilità devono essere accertate sulla base dei fatti e delle norme, senza attribuire colpe collettive a popoli o comunità religiose. Giudicare le decisioni di un governo non significa giudicare un popolo».

È una parola che brucia, e ci costa pronunciarla pensando a un popolo che ha conosciuto lo sterminio nazista. Ma proprio per questo la regola vale per tutti: i governi vanno giudicati per ciò che fanno, non per ciò che sono né per la storia che portano. E condannare gli atti di un governo non significa mettere in discussione l’esistenza di un popolo e il suo diritto di vivere in sicurezza.

Detto questo, dobbiamo tenere ferme alcune cose, per onestà. La prima: quella della Commissione è la conclusione di un organo d’inchiesta, non la sentenza di un tribunale. L’ultima parola sulla responsabilità di uno Stato spetta alla Corte internazionale di giustizia, davanti alla quale, secondo una delle cronache, il Sudafrica ha portato Israele.

Il rapporto della Commissione è una valutazione autorevole, ma non rappresenta una sentenza e non equivale a una decisione pronunciata da tutti gli organi delle Nazioni Unite.

La responsabilità internazionale dello Stato israeliano è oggetto di un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Come finirà quel procedimento non lo sappiamo, e chi pretende di saperlo oggi parla più di tifo che di diritto.

La seconda: il governo israeliano respinge l’accusa e sostiene che la sua azione militare è diretta contro Hamas. La terza, che nessuno dovrebbe dimenticare: il 7 ottobre 2023 Hamas ha ucciso e rapito civili israeliani, e quei crimini vanno giudicati con lo stesso rigore. La gravità di un delitto non dà a nessuno il diritto di commetterne un altro.

Alla notizia del Nobel la risposta del ministero degli Esteri israeliano è stata particolarmente dura: ha parlato di «grottesca strumentalizzazione» del premio, di menzogna, e ha evocato Joseph Goebbels, il ministro della propaganda di Hitler, immaginandolo applaudire «dall’inferno». Un paragone così dice molto sull’asprezza dello scontro e poco sui fatti. Contestare un rapporto non è confutarlo: per confutarlo bisogna discutere gli elementi raccolti, i criteri giuridici usati, le responsabilità indicate, uno per uno.

Che cosa premia, davvero, il Nobel

Leggiamo allora con attenzione che cosa ha detto il Comitato. Il Premio va a una persona che, con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada verso un ordinamento giuridico globale più completo e inclusivo, e che ha avuto un ruolo determinante perché i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti. Il presidente Frydnes ha aggiunto che le istituzioni a difesa del diritto internazionale sono oggi sotto «enormi pressioni, sanzioni e attacchi», e che il premio è un messaggio a chi le attacca e le mina. Ha anche riconosciuto, con una franchezza che apprezziamo, che il diritto internazionale non è riuscito a fermare molti conflitti: non è mai stato perfetto, ha detto, ma stabilisce gli standard, cioè le misure con cui giudicare ciò che accade. Interrogato sul perché premiare una persona e non un tribunale, ha risposto che Pillay è stata per decenni in prima linea.

Resta un punto su cui dobbiamo essere sinceri sulla nostra incertezza. Le cronache non concordano: una sostiene che il Comitato abbia di fatto messo la propria firma accanto a quella di Pillay sulla definizione di genocidio; un’altra riferisce che il presidente avrebbe precisato che il premio non equivale a condividere l’accusa a Israele. Non avendo la trascrizione integrale della conferenza stampa, non possiamo dire quale racconto sia fedele. Ci pare però più prudente, e più vicino alla motivazione (che cita la Commissione solo come uno dei molti incarichi di una lunga carriera), leggere il Nobel come il riconoscimento di una vita e di un principio, non come una sentenza.

È un atto politico? Sì, nel senso che ogni Nobel per la pace sceglie da che parte stare davanti al mondo. Ma qui la scelta non è per un partito o per un governo: è per una regola. E, a scanso di illusioni, nessun premio ferma le guerre. C’è chi ricorda, non senza ragione, quanto spesso questo riconoscimento sia stato un conforto più che una forza. Eppure, un simbolo ha una funzione: ci indica che cosa vogliamo continuare a guardare, quando tutto spinge a girare la testa.

La Corte sotto assedio

A dimostrare quanto il messaggio fosse necessario ci hanno pensato i fatti, a distanza di poche ore. Il presidente statunitense ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale, e il segretario di Stato l’ha definita «fuorilegge». Secondo una cronaca, le misure erano in preparazione da mesi e scatteranno tra sei mesi: chi avrà rapporti con la Corte finirà in una lista nera, con i beni congelati. Già a settembre, davanti all’Assemblea dell’ONU, il presidente americano aveva invitato gli Stati ad abbandonarla.

Aggiungiamo un dato che spiega molto. Gli Stati Uniti, come Israele, non sono Stati parte della Corte Penale Internazionale. Washington firmò lo Statuto di Roma il 31 dicembre 2000, durante la Presidenza Clinton, ma non lo ratificò. Nel 2002 comunicò formalmente alle Nazioni Unite di non voler aderire al trattato.

«L’esistenza di un tribunale internazionale capace di esercitare la propria giurisdizione anche nei confronti di cittadini di Stati non aderenti incontra forti resistenze, spesso motivate richiamando il principio della sovranità nazionale».

«Le sanzioni rischiano di ostacolare gravemente il funzionamento della Corte, limitandone l’accesso ai servizi bancari, assicurativi e informatici necessari alla sua attività».

Per fortuna otto Stati, tra cui l’Italia, la Germania, la Francia e il Regno Unito, hanno ribadito il loro sostegno incrollabile all’indipendenza della Corte. Chi rappresenta le vittime palestinesi davanti alla Corte chiede all’Unione europea di fare di più, attivando uno strumento che impedisca alle imprese europee di piegarsi alle sanzioni straniere. Ricordiamo che parla da parte in causa, e riportiamo la sua opinione come tale.

Perché tutto questo riguarda noi

Fin qui abbiamo raccontato una donna e le sue battaglie. Ora dobbiamo rispondere alla domanda che davvero ci interessa: che cosa c’entra tutto questo con chi vive a Mantova, a Torino o a Palermo e non ha mai visto un’aula dell’Aia?

Pensiamo ai semafori. Quando funzionano non li notiamo, ci sembrano perfino noiosi, e ci irritiamo se ci fanno aspettare. Solo il giorno in cui si spengono capiamo a che cosa servono: chi ha l’auto più grossa passa per primo. Il diritto internazionale è il semaforo del mondo. Ci sembra lontano e burocratico, finché non lo vediamo spegnersi. Un mondo senza regole comuni non è un mondo senza regole: ha una regola soltanto, che comanda il più forte.

Il diritto internazionale, lo sappiamo, è imperfetto. Non ha una polizia mondiale che imponga le sue decisioni, dipende dalla cooperazione degli Stati, subisce pressioni, si applica in modo selettivo, e le grandi potenze spesso ne restano fuori o lo ignorano. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma sarebbe ancora più pericoloso concludere che, siccome non riesce a impedire tutti i crimini, tanto vale buttarlo via. L’alternativa a un diritto imperfetto non è una giustizia perfetta. È nessun diritto.

C’è poi un rischio più sottile, che non riguarda soltanto i potenti ma tutti noi: l’abitudine. In questi anni ci stiamo abituando alla guerra come a un fatto inevitabile, un destino, un compito per cui bisogna sempre tenersi pronti. Ci abituiamo a un nemico esterno che serve anche a indicare un nemico interno, chiunque non si accodi alla propaganda. Ci abituiamo a un tempo in cui la verità è difficile da dire e facile da seppellire sotto le calunnie, e in cui «pace» e «giustizia» o diventano armi oppure sono derise come inganni. Una donna di ottantacinque anni che continua a lavorare e a ripetere che la verità si dice e basta è, in questo clima, un piccolo atto di resistenza.

E veniamo alla lezione più scomoda, quella che Pillay ci lascia nel mestiere stesso di giudice: l’imparzialità, cioè la regola che vale uguale per tutti, amici e nemici, grandi e piccoli. Un diritto che si applica solo agli avversari non è diritto, è vendetta con un timbro sopra. Chi oggi applaude Pillay perché ha messo sotto accusa un governo che non ama dovrà applaudirla anche quando quel metro toccherà un governo che ama, da Mosca a Washington, da Gerusalemme a qualunque altra capitale. Il rischio maggiore, soprattutto per chi si sente dalla parte del progresso, è celebrare Pillay in modo generico e dimenticare quanto sia faticoso e doveroso tenere insieme diritto, giustizia e pace.

Perché è questo il suo ultimo insegnamento: la pace non è soltanto il silenzio delle armi. Una pace senza giustizia somiglia a una stanza dove si è spento l’incendio ma non si è spenta la brace: sotto la cenere l’ingiustizia continua a covare, e prima o poi riprende. Dove un crimine resta impunito, cioè senza che qualcuno ne risponda, cresce il terreno per il crimine successivo. La pace vera, la «pace giusta», chiede che le vittime siano riconosciute e i colpevoli, chiunque siano, chiamati a rispondere.

Pensiamoci un momento in modo personale. Nessuno di noi sa che cosa gli riserverà la storia: potremmo essere un giorno una minoranza, dei profughi, i più deboli di una contesa. In quel giorno avremmo bisogno di un tribunale che non ci chieda di che colore sia la nostra pelle, in quale Dio crediamo, quanto sia potente il nostro avversario. Navi Pillay ha passato sessant’anni a costruire, mattone dopo mattone, quel tribunale. L’ha fatto per le vittime del Sudafrica, del Ruanda, del Myanmar e della Palestina. In realtà l’ha fatto per ciascuno di noi.

La domanda che resta

Il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel, a Oslo Pillay riceverà il premio. Non sappiamo che cosa dirà. Sappiamo però quale domanda ci ha già posto, ed è la più semplice di tutte: perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità?

In un mondo giusto un giudice non avrebbe bisogno di coraggio per accertare i fatti e applicare la legge: gli basterebbero la competenza, l’indipendenza, la coscienza. Se oggi il coraggio serve, vuol dire che qualcosa di essenziale nella nostra convivenza è in pericolo. Il Nobel a Navi Pillay non celebra una vittoria della giustizia. Ci ricorda che va difesa ogni giorno, anche quando sembra debole, anche quando i potenti la rifiutano, anche quando non riesce a fermare la violenza. E che nessuna pace è degna di questo nome se il diritto appartiene soltanto ai vincitori e la giustizia viene negata agli sconfitti.

Ritratto frutto della mia immaginazione, creato con strumenti digitali.

Un pensiero riguardo “Navi Pillay: la legge vale per tutti, senza eccezioni”

Lascia un commento