Prima di giudicare la violenza, proviamo a capire come ci si arriva
Una vetrina infranta si vede. Fa rumore, fa paura, finisce in apertura nei telegiornali. Poliziotti aggrediti, un negozio svuotato, una strada devastata sono fatti concreti, e l’indignazione che suscitano è legittima: chi subisce violenza ha diritto a protezione e a giustizia. Su questo non ci sono dubbi, e non vogliamo introdurne. Molti si lasciano andare, statim (all’istante), ad un “giudizio sommario” dopo aver visto le immagini sui Social, dopo aver ascoltato un commentatore nei salotti TV. E non vanno oltre. Altri vanno avanti e si ritrovano nella “polarizzazione”, in una realtà formata da sabbie mobili che contiene fazioni opposte.
La cosa è più complessa.
Esiste un altro genere di rotture, che non fa rumore. Una famiglia che non arriva alla fine del mese, un ragazzo che a scuola smette di sentirsi capace, un quartiere che i servizi pubblici hanno smesso di raggiungere, un’umiliazione quotidiana che nessuno registra. Non entrano nelle immagini dei telegiornali, eppure possono pesare molto prima che una vetrina si rompa.
Questo scritto prova a stare nello spazio fra i due piani. Non vuole assolvere nessuno e non vuole indicare un colpevole universale. Vuole fare qualcosa di più modesto e di più difficile: mostrare quanto sia importante capire come si arrivi a certi problemi, perché si può prevenire soltanto ciò che si è compreso. Lo faremo con alcune idee di grandi studiosi, con qualche dato verificato e con molti dubbi, che terremo apposta in vista.
Che cosa sappiamo di Milano, e che cosa no
Il 17 e il 18 ottobre 2026 il centro di Milano è stato teatro di due pomeriggi di scontri, danneggiamenti e saccheggi. Le convocazioni erano circolate sui social e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, non avevano chiare affiliazioni politiche. Il bilancio diffuso dalle forze dell’ordine il 19 ottobre parla di quattordici operatori feriti e di 271 persone portate in questura, di cui 220 minorenni e 60 senza cittadinanza italiana. Gli arrestati sono stati 48 nei due giorni, e 34 di loro avevano meno di diciotto anni.
Fermiamoci su ciò che questi numeri non dicono. Essere accompagnati in questura per l’identificazione non equivale a essere colpevoli. Non sappiamo, per la gran parte di quei ragazzi, quale storia familiare, scolastica o economica abbiano alle spalle. Secondo Il Post molti arrivavano da altre province lombarde e la maggioranza aveva la cittadinanza italiana. Un diciottenne arrestato ha dichiarato di essere andato a vedere per curiosità; alcune testimonianze riportate dalla stampa parlano invece di giovani attirati dall’idea di impossessarsi della merce dei negozi. Sono testimonianze utili, ma non bastano a stabilire il movente di tutti. Tenere distinte queste storie è già un primo atto di onestà intellettuale. Dietro ogni persona c’è una storia.
Sarebbe dunque scorretto affermare che quei ragazzi abbiano agito perché poveri. Ma sarebbe altrettanto scorretto lasciare che l’indignazione ci impedisca di porci una domanda più larga: quali condizioni rendono alcuni giovani più esposti alla frustrazione, al bisogno di appartenere a un gruppo, alla seduzione della trasgressione? Questa domanda non appartiene alla cronaca. Appartiene a una lunga storia del pensiero, che ora percorreremo insieme.
Capire non significa assolvere
Prima di cominciare conviene sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso. Spiegare un comportamento non vuol dire giustificarlo. Un medico che studia le cause di un’epidemia non è favorevole al contagio, e un giudice che ricostruisce la storia di un imputato non per questo lo manda assolto. Distinguere fra spiegare e giustificare è la condizione di ogni ragionamento serio.
Su questo terreno poniamo quattro convinzioni, che invitiamo il lettore a sottoporre alla prova dei fatti e, se lo ritiene, a respingere. La prima: la povertà non determina il delitto, ma può restringere le opportunità, logorare la salute e aumentare l’esposizione al rischio. La seconda: la violenza non nasce sempre dalla miseria, perché contano anche le dinamiche di gruppo, il desiderio di riconoscimento, l’opportunismo, i modelli culturali e la responsabilità personale. La terza: comprendere non è assolvere, e un agente aggredito, un commerciante danneggiato e un ragazzo trascinato nella violenza meritano tutti attenzione, senza che la sofferenza dell’uno cancelli quella dell’altro. La quarta: una giustizia che si limiti a punire gli effetti, senza interrogarsi sulle cause, rischia di ritrovarsi davanti gli stessi effetti l’anno dopo.
Immagine di fantasia tratta dal romanzo I Promessi Sposi di A.Manzoni
Le cause lontane e le cause vicine
Quando un edificio crolla, nessuno si accontenta di sapere che cadde un martedì. Gli ingegneri cercano la crepa nelle fondamenta, il materiale scadente, la manutenzione trascurata, e distinguono la causa immediata, cioè ciò che ha dato il colpo finale, dalle cause remote, che hanno preparato il crollo per anni. Lo stesso vale per i fatti sociali. La causa vicina di una vetrina rotta è una scelta compiuta da qualcuno in un certo momento, con un sasso in mano e un gruppo intorno. Le cause lontane sono altre cose: la scuola abbandonata, la fiducia perduta negli adulti, i pomeriggi vuoti, il linguaggio dei social, la distanza fra ciò che si promette e ciò che si può avere.
Capire come si è arrivati a un problema serve a una cosa molto pratica: a non ripetere lo stesso errore. Una società che guarda soltanto la causa vicina si limita a presidiare le piazze, e deve ricominciare ogni volta che una piazza si riempie. Una società che cerca anche le cause lontane può agire dove costa meno e rende di più, cioè prima. È la differenza che passa fra spegnere un incendio e controllare l’impianto elettrico. Ci vuole più pazienza e meno spettacolo, ma i due compiti non si escludono, e un’amministrazione responsabile deve saper fare entrambi.
C’è infine un motivo più profondo, che riguarda la verità. Spiegare soltanto con la colpa dei singoli è comodo, perché ci assolve tutti e lascia le cose come stanno. Spiegare soltanto con le condizioni sociali è comodo allo stesso modo, perché toglie il peso della scelta. La verità sta di solito nel mezzo faticoso, dove le due spiegazioni si tengono insieme, e proprio per questo richiede studio, dati e un po’ di umiltà.
La lotteria della nascita
Nessuno sceglie dove nascere. Nessuno sceglie i genitori, il loro reddito, la loro istruzione, la casa dove trascorrerà l’infanzia. Immaginiamo due bambini nati lo stesso giorno. Il primo cresce in una famiglia agiata, frequenta buone scuole, riceve attenzioni e incoraggiamenti; se sbaglia, qualcuno lo aiuta a rimediare. Il secondo cresce nella precarietà, forse in un appartamento troppo piccolo, in un condominio alveare, con genitori assorbiti dalla sopravvivenza quotidiana. Può incontrare adulti amorevoli e capaci di sacrifici straordinari, ma dispone di meno risorse quando qualcosa va storto: un insuccesso scolastico, una malattia, la perdita di un lavoro in famiglia hanno per lui conseguenze più pesanti.
Da adulti la società li giudicherà soprattutto per ciò che avranno realizzato. Ma quanto dei loro risultati dipenderà dalle scelte personali e quanto dalle opportunità ricevute? Se lo chiese già Jean-Jacques Rousseau nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, del 1755. Il filosofo ginevrino distinse le differenze naturali, come l’età, la forza o la salute, dalle disuguaglianze morali e politiche, cioè quelle che nascono dai rapporti sociali e si consolidano per convenzione e per potere. Non tutto ciò che separa gli esseri umani, ci ricordava, è merito o colpa di ciascuno. E noi possiamo chiederci: chiameremmo pienamente giusta una gara nella quale i concorrenti partono da posizioni tanto diverse?
Attenzione, però, a non leggere in questa immagine un destino. La storia è piena di persone che hanno costruito vite straordinarie partendo da condizioni durissime. Quelle eccezioni sono preziose, ma non cancellano la regola statistica e non possono servire da alibi per ignorarla.
La povertà non è soltanto mancanza di denaro
Quando il denaro non basta, ogni scelta diventa più difficile. Un problema di salute viene rimandato, una spesa imprevista si trasforma in crisi, gli studi si interrompono, la casa smette di essere un rifugio e diventa una preoccupazione. Da oltre vent’anni l’Organizzazione mondiale della sanità studia i cosiddetti determinanti sociali della salute, cioè le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano e invecchiano: reddito, istruzione, abitazione, occupazione. Il risultato è chiaro. Queste condizioni incidono sul rischio di ammalarsi e sulla durata della vita. La sofferenza, dunque, non è sempre una sventura privata: a volte ha cause sociali riconoscibili e, almeno in parte, modificabili.
I numeri italiani aiutano a non restare nell’astratto. Secondo l’Istat, che li ha pubblicati il 15 ottobre 2026, nel 2025 vivevano in povertà assoluta, cioè sotto la soglia di spesa necessaria per acquistare i beni e i servizi considerati essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile, oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% dei residenti. Tra i minorenni sono oltre un milione e 136 mila, il 12,5%, con un’incidenza che nel Mezzogiorno sale al 15,2%. Il quadro è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente: la povertà non cresce, ma nemmeno arretra. E c’è un particolare che colpisce. Il 14,3% degli operai, pur lavorando, risulta in povertà assoluta. Avere un impiego, dunque, non basta sempre a proteggere, anche se l’Istat indica nell’istruzione e nel lavoro due fattori di protezione.
Questi dati non dimostrano che la povertà abbia provocato gli scontri di Milano, e non lo sosteniamo. Dimostrano però che un problema sociale esteso esiste e non può essere liquidato come somma di difetti individuali. Soprattutto non autorizzano nessuno a considerare i poveri una classe pericolosa. La grande maggioranza di chi vive in povertà lavora, si sacrifica per i figli e non commette mai violenza. La povertà non è una colpa e non è una diagnosi morale.
Anomia: quando le regole non tengono
Nel 1893, in La divisione del lavoro sociale, e poi nel 1897 in Il suicidio, il sociologo francese Émile Durkheim usò una parola greca per dare un nome a un fenomeno nuovo: anomia, cioè assenza di norma. Intendeva il momento in cui le regole e i legami che tengono insieme una società si indeboliscono, e la persona si ritrova senza bussola, incerta su che cosa possa aspettarsi dagli altri e su che cosa gli altri si aspettino da lei. La sua scoperta più inquietante fu che anche le vicende apparentemente più private e dolorose mostrano regolarità che dipendono da quanto una società integra e regola i propri membri.
Attenzione a un fraintendimento frequente: anomia non è sinonimo di povertà. Una persona può non essere povera e vivere nell’anomia, e una comunità povera ma ricca di legami può averne meno. Il concetto indica una crisi dell’integrazione, cioè dell’essere dentro un gruppo che ci riconosce, e della regolazione, cioè dell’avere limiti e mete condivisi.
Più di quarant’anni dopo, nel 1938, lo statunitense Robert K. Merton riprese la parola in un saggio, Social Structure and Anomie, e le diede un’applicazione più precisa. Ogni società, osservò, propone a tutti gli stessi obiettivi: il successo, il benessere, la considerazione, il possesso di beni desiderabili. Nello stesso tempo stabilisce i mezzi legittimi per raggiungerli: lo studio, il lavoro, l’iniziativa personale. Che cosa accade quando gli obiettivi vengono esaltati senza sosta e i mezzi per raggiungerli sono distribuiti in modo diseguale? Nasce una tensione. Merton ne ricavò una piccola mappa delle risposte possibili. C’è chi si conforma e continua a rispettare le regole. C’è chi innova, cioè cerca strade nuove, talvolta illecite, per arrivare alla meta. C’è chi si rifugia nel rito, rispettando le forme senza più credere nello scopo. C’è chi rinuncia e si ritira. C’è chi si ribella e propone altri obiettivi.
Pensiamo ora alla nostra epoca. La pubblicità ci invita a possedere, i social mostrano vite apparentemente perfette, il successo economico viene presentato come misura del valore di una persona. Chi non riesce ad arrivare non si sente soltanto escluso dal benessere, ma sconfitto nella propria identità. Il desiderio di un paio di scarpe non giustifica certo il furto, e Merton non lo sostiene. Egli cerca di spiegare perché una struttura sociale possa esercitare pressioni che rendono più probabili certi comportamenti. Il punto sul quale vale la pena fermarsi è che, quando il valore di un essere umano sembra dipendere da ciò che possiede, chi non possiede rischia di sentirsi senza valore.
Questa chiave non basta a spiegare una vetrina rotta, e ci guardiamo dal dirlo. Mostra però perché il rapporto fra aspirazioni e opportunità reali sia una questione pubblica, e non soltanto una faccenda privata di ogni famiglia.
Quando la sofferenza non diventa ribellione
Sarebbe un errore immaginare un cammino automatico dalla povertà alla violenza. Simone Weil, la filosofa francese che per capire la condizione operaia volle lavorare in fabbrica, comprese qualcosa che spesso ci sfugge. L’oppressione, quando è continua e senza via d’uscita, può produrre non la rivolta ma il suo contrario: stanchezza, sottomissione, rinuncia. Nei suoi scritti, tra cui La prima radice, parla di sradicamento, cioè della condizione di chi è stato strappato da ogni appartenenza che dava senso alla vita, e considera l’umiliazione fra le ferite più profonde, anche più della privazione materiale.
Le conseguenze cambiano da persona a persona. Qualcuno si impegna di più. Qualcuno cerca solidarietà e si dedica agli altri. Qualcuno si chiude, si ammala nell’animo, cerca sollievo in condotte dannose. Qualcuno, in certe circostanze e dentro certi gruppi, arriva alla rabbia e all’aggressività. Entrano in gioco la storia personale, le relazioni, le occasioni, le scelte, la forza del branco. Per questo due errori speculari vanno evitati. Il primo è trasformare tutti i giovani in difficoltà in potenziali delinquenti. Il secondo è attribuire a chiunque commetta violenza una storia di povertà che non conosciamo. Non dobbiamo chiederci perché i poveri siano violenti, domanda sbagliata e offensiva. Dobbiamo chiederci quali condizioni rendano alcune persone più esposte alla sofferenza e quali circostanze possano trasformarne una parte in comportamento distruttivo.
La violenza che non vediamo
Nel 1969 il sociologo norvegese Johan Galtung, studioso dei conflitti e della pace, introdusse l’espressione violenza strutturale. Con essa indicava le condizioni sociali che producono sofferenze evitabili, riducendo le possibilità delle persone di svilupparsi e di vivere dignitosamente, anche quando non c’è un aggressore da indicare. Un bambino malnutrito, un malato che non riesce a curarsi, un lavoratore la cui salute si consuma nelle condizioni di lavoro sono esempi di danni con cause sociali.
Il concetto va maneggiato con precisione. Un’aggressione è l’atto di una persona, che ne risponde davanti alla legge. Un’ingiustizia strutturale non è lo stesso tipo di violenza e non crea di per sé una responsabilità penale individuale. Le due forme non vanno confuse. Eppure, resta una domanda che ci riguarda: perché siamo prontissimi a riconoscere il danno di una pietra lanciata contro una vetrina e così poco attenti a quello di anni di privazioni evitabili? Non si tratta di scegliere quale sofferenza meriti attenzione. Si tratta di non escludere dal nostro sguardo quella meno spettacolare.
C’è poi un aspetto forse più insidioso: le disuguaglianze si riproducono anche in modi quasi invisibili. Pierre Bourdieu, sociologo francese, aveva studiato a lungo come i vantaggi si trasmettano attraverso il cosiddetto capitale culturale, cioè le conoscenze, le abitudini, il linguaggio e le relazioni che una famiglia consegna ai figli senza che nessuno se ne accorga. Nel 1993 diresse La misère du monde, un libro costruito sulle testimonianze di persone comuni nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro. Karl Marx, da un’altra angolatura, aveva indicato nei rapporti di proprietà e di produzione una radice delle disparità di potere e di ricchezza. Non occorre condividere la sua lettura della storia per riconoscere la domanda che pone: le disuguaglianze dipendono soltanto da comportamenti individuali, o anche dal modo in cui organizziamo il lavoro, la proprietà e la distribuzione delle risorse?
Serve però cautela anche nella direzione opposta. Non ogni disuguaglianza nasce da sfruttamento o da discriminazione, e soltanto una ricerca rigorosa può dire quali meccanismi operino in un caso concreto. Un sistema può riprodurre ingiustizia attraverso meccanismi ordinari, senza complotti e senza un unico colpevole. Compito di una critica seria è rendere visibili i rapporti che producono svantaggi ingiustificati, e distinguere quelli che possiamo modificare.
Tre responsabilità, non una
A questo punto sentiamo arrivare un’obiezione seria: se attribuiamo tanto peso alle condizioni sociali, non rischiamo di cancellare la responsabilità personale? Il rischio c’è, se si ragiona male. Chi aggredisce un poliziotto deve rispondere delle proprie azioni. Chi saccheggia un negozio deve rispondere del danno. La giovane età e lo svantaggio sociale non cancellano automaticamente la colpa, e chi subisce la violenza non può diventare un personaggio secondario in nome di una spiegazione sociologica.
Ma la responsabilità personale non esaurisce le responsabilità possibili. Ne esistono almeno tre, di natura diversa. C’è quella individuale, di chi compie l’atto. C’è quella collettiva, di una comunità che crea o tollera condizioni di esclusione, nei quartieri che lascia degradare e nelle disuguaglianze che accetta come naturali. E c’è quella istituzionale, di chi ha il dovere di prevenire, proteggere, educare e garantire giustizia: scuola, servizi sociali, sanità, politica. Quest’ultima non è sempre una responsabilità giuridica e non va attribuita indistintamente a tutti. Va accertata guardando le decisioni prese, le omissioni, le risorse disponibili e i risultati ottenuti.
Possiamo chiedere a un ragazzo perché abbia commesso un reato. Possiamo anche chiedere agli adulti e alle istituzioni quali possibilità gli siano state offerte prima, quali segnali di difficoltà siano stati colti, quali interventi siano mancati. Le due domande non si escludono. Una società può chiedere conto a ciascuno delle proprie azioni senza rinunciare a chiedere conto a sé stessa delle proprie omissioni.
Dalla punizione alla prevenzione
Nel 1764 Cesare Beccaria, milanese, appena ventiseienne, pubblicò in forma anonima Dei delitti e delle pene, che diventò una delle opere fondative della civiltà giuridica moderna. Nel capitolo dedicato alla prevenzione si trova una frase tanto semplice quanto esigente, qui nella grafia dell’epoca:
«È meglio prevenire i delitti che punirgli.»
Beccaria aggiunge che questo è il fine principale di ogni buona legislazione. Non è un invito all’indulgenza: l’autore difende leggi chiare, pene proporzionate, una giustizia sottratta all’arbitrio. Ma ha capito che lo scopo di un buon ordinamento non è moltiplicare le sofferenze inflitte a chi sbaglia, bensì rendere possibile una convivenza nella quale i delitti siano meno frequenti.
Dopo oltre due secoli e mezzo la domanda rimane aperta. Quanto spazio diamo alla prevenzione rispetto a quello che riserviamo alla punizione? Sappiamo distinguere la severità necessaria dall’esibizione della severità? E quando una politica annuncia nuove pene, ci chiediamo se renderanno davvero la società più sicura?
Per immaginare uno sbocco concreto ci aiuta Amartya Sen, economista e filosofo indiano, che in Lo sviluppo è libertà propone di misurare il benessere non soltanto dal reddito, ma da ciò che una persona è realmente in grado di fare e di essere, le cosiddette capacità. Non basta dire che tutti possono studiare, se alcuni ragazzi non hanno le condizioni materiali per farlo. Non basta riconoscere il diritto alla salute, se l’accesso alle cure resta diseguale. Non basta proclamare la libertà di scegliere il proprio futuro, se le alternative realistiche sono pochissime.
Ne discende una direzione pratica. Si comincia nella prima infanzia, con servizi educativi e sostegno alle famiglie. Si prosegue a scuola, contrastando l’abbandono e offrendo la possibilità di recuperare gli insuccessi. Servono servizi sociali accessibili, cure psicologiche quando occorrono, luoghi d’incontro, sport, cultura, formazione e lavoro dignitoso, ed educatori presenti nei quartieri più fragili, senza trattare chi vi abita come una popolazione sospetta. Serve infine una giustizia minorile credibile, che distingua le situazioni, protegga le vittime, esiga la riparazione del danno e offra percorsi veri di reinserimento, per evitare che una condotta grave diventi il primo capitolo di un’intera vita segnata dall’esclusione.
Nessuna di queste misure garantisce il risultato, e nessuna dispensa dall’applicare la legge. Ciascuna va valutata con i dati, verificando se riduce la sofferenza, la recidiva, cioè il ripetersi del reato da parte di chi l’ha già commesso, e il rischio di violenza. Proprio questa esigenza di verifica dovrebbe portarci oltre le parole d’ordine, da qualunque parte arrivino.
I dubbi che è giusto conservare
Un articolo che spiega dovrebbe anche lasciare qualche dubbio, e noi ne lasciamo almeno tre. Il primo: se molti dei ragazzi di Milano arrivavano da province e contesti diversi, e se tra loro c’era chi era andato per curiosità, quanto pesano davvero le condizioni economiche e quanto la forza di un gruppo, l’imitazione, l’eccitazione di trovarsi in mille? Non lo sappiamo, e dichiarare di saperlo sarebbe una finzione.
Il secondo: la prevenzione costa, richiede anni e produce risultati meno vistosi di un arresto. Una democrazia, che spesso ragiona su scadenze di pochi mesi, è disposta a pagarla? Il terzo: chi ha subito il danno, il commerciante che ha perso la merce e l’agente rimasto ferito, può ascoltare un discorso sulle cause senza sentirsi dimenticato? A questo dubbio rispondiamo con una condizione: nessun discorso sulle cause è onesto se non comincia riconoscendo le vittime.
La giustizia comincia prima del reato
La civiltà di una società si misura anche dalla capacità di proteggere chi subisce un’offesa e di applicare le proprie leggi. Ma non soltanto da questo. Si misura dalla possibilità concreta che offre ai suoi membri di vivere senza umiliazioni evitabili, di istruirsi, di curarsi, di partecipare, di sperare in modo ragionevole in un futuro.
La vetrina infranta deve essere riparata, il commerciante risarcito quando è possibile, l’agente aggredito tutelato, e chi ha commesso un reato deve risponderne secondo la legge. Ma dobbiamo anche domandarci che cosa si potesse riparare molto prima, nelle vite di chi cresce senza le opportunità necessarie.
Non tutte le ferite conducono alla violenza, e non tutte le violenze nascono da una ferita. Proprio per questo servono cause vere e non scorciatoie, risposte efficaci e non slogan. L’ingiustizia non comincia sempre quando qualcuno infrange la legge: talvolta precede di molti anni quel momento, silenziosa, tollerata, quasi invisibile. Riconoscerla non assolve chi fa del male. Ci ricorda che la responsabilità di una comunità non comincia quando deve giudicare un colpevole, ma molto prima, quando può ancora impedire che una vita venga abbandonata.
Forse la domanda che conta non è soltanto che cosa fare di chi ha rotto una vetrina. È che cosa avremmo potuto fare perché non si arrivasse a romperla.

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Chi vuole proseguire da solo può cominciare dal capitolo sulla prevenzione dei delitti nel libro di Beccaria, poi leggere il saggio di Merton, le pagine di Durkheim sull’anomia e Lo sviluppo è libertà di Sen. Per i dati, il rapporto dell’Istat La povertà in Italia – Anno 2025, pubblicato il 15 ottobre 2026. Per i fatti di Milano, le ricostruzioni de Il Post del 18 e del 20 ottobre 2026 e i bilanci delle forze dell’ordine riportati dai quotidiani.
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