Mencio — Il bambino che sta per cadere nel pozzo
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Principia
Coltivare esercizi spirituali significa dedicare tempo e pratiche alla cura del proprio modo di vivere. Regole interne: Non dominare gli altri, non lasciarsi dominare. La dignità comincia dall’autonomia della coscienza. Una lettura antica per interrogare il presente. Non cercare risposte definitive, ma imparare a formulare domande migliori.
Incipit
La compassione nasce con noi oppure dobbiamo impararla? Un antico filosofo cinese ci invita a riconoscere i primi germogli della bontà.
In un mondo attraversato dalla guerra, un pensatore propone un esperimento semplicissimo: immaginiamo di vedere un bambino sul punto di cadere in un pozzo. Che cosa proveremmo, prima ancora di avere il tempo di ragionare?

Autore e fonte
Cina, IV secolo avanti Cristo. I regni combattono per il predominio, i sovrani cercano consiglieri capaci di rafforzare il loro potere e i filosofi discutono su come governare gli uomini.
Il nostro autore è Mencio, conosciuto anche come Mengzi, vissuto approssimativamente tra il 372 e il 289 a.C. Appartiene alla tradizione di Confucio, del quale sviluppò soprattutto gli insegnamenti morali e politici. Visse durante il Periodo degli Stati Combattenti, un’epoca segnata da conflitti, trasformazioni sociali e intensa elaborazione filosofica. Mencio sosteneva una tesi impegnativa: la natura umana possiede una disposizione originaria verso il bene.
Non intendeva affermare che tutti gli esseri umani si comportino bene. La storia del suo tempo sarebbe bastata a smentirlo. Riteneva piuttosto che ciascuno possedesse alcune inclinazioni morali che, se coltivate, possono svilupparsi in virtù. Per spiegare questa convinzione ricorse all’immagine dei germogli: una pianta non nasce già adulta, ma possiede la capacità di crescere, purché trovi condizioni favorevoli.
Il passo che leggiamo proviene dal Mengzi, libro II, parte A, capitolo 6, tradizionalmente indicato come 2A.6. È uno dei testi più celebri della filosofia morale cinese.
Testo da meditare
Un bambino, un pozzo, una domanda sull’umanità. Il cuore che non sopporta la sofferenza altrui
Mencio, Mengzi, 2A.6 — Testo integrale del capitolo.
Il testo cinese antico è di pubblico dominio. Quella che segue è una resa italiana dell’intero breve capitolo, confrontata con il testo originale e con la traduzione inglese di James Legge del XIX secolo.
Mencio disse:
«Tutti gli esseri umani possiedono un cuore che non sopporta di vedere soffrire gli altri. Gli antichi sovrani possedevano questo cuore e perciò governavano con compassione. Quando si governa con un cuore incapace di sopportare la sofferenza altrui, amministrare il mondo diventa facile come muovere qualcosa nel palmo della mano. Ecco perché affermo che tutti possiedono questo cuore.
Immaginiamo che qualcuno veda improvvisamente un bambino sul punto di cadere in un pozzo. Proverà immediatamente allarme e compassione. Non perché desideri ottenere la riconoscenza dei genitori del bambino, né perché cerchi la lode dei vicini e degli amici, né perché gli risulti sgradevole udire le sue grida. Da ciò possiamo comprendere che chi è privo di compassione manca di qualcosa di essenziale all’umanità; lo stesso vale per chi non prova vergogna davanti al male, non conosce il rispetto verso gli altri o non distingue il giusto dall’ingiusto.
La compassione è il germoglio dell’umanità benevola. Il sentimento di vergogna davanti al male è il germoglio della rettitudine. Il rispetto e la disposizione a cedere il passo sono il germoglio della corretta condotta. La capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto è il germoglio della saggezza.
Gli esseri umani possiedono questi quattro germogli come possiedono quattro membra. Chi li possiede e afferma di non poterli sviluppare danneggia sé stesso. Chi sostiene che il proprio sovrano non possa svilupparli danneggia il sovrano. Chi riconosce in sé questi quattro germogli deve saperli estendere e coltivare, come il fuoco che comincia ad ardere o una sorgente che inizia a sgorgare. Se saprà svilupparli pienamente, potrà proteggere tutti coloro che vivono fra i quattro mari. Se non saprà svilupparli, non sarà capace neppure di adempiere adeguatamente ai propri doveri verso i genitori».
Il testo originale cinese comincia con queste parole:
人皆有不忍人之心
Rén jiē yǒu bù rěn rén zhī xīn.
«Tutti possiedono un cuore che non sopporta la sofferenza altrui».
Accompagnamento
Prima del ragionamento, Mencio ci chiede di immaginare una scena. Un bambino si avvicina pericolosamente al bordo di un pozzo. Sta per cadere. Lo vediamo. Che cosa accade dentro di noi?
Il filosofo sostiene che la nostra prima reazione sarebbe un sentimento improvviso di allarme e compassione. Non abbiamo ancora calcolato le conseguenze di un eventuale intervento. Non sappiamo chi siano i genitori, se riceveremo una ricompensa o se qualcuno assisterà al nostro gesto. Eppure, qualcosa si muove dentro di noi. Per Mencio, questa reazione rivela una disposizione morale originaria.
Prima ancora di domandarci quale vantaggio possiamo ottenere, siamo capaci di riconoscere la sofferenza di un altro essere umano.
È un’intuizione affascinante. Ma dobbiamo considerarla per ciò che è: un argomento filosofico, non una dimostrazione scientifica dell’esistenza di una bontà innata universale. Le persone non reagiscono tutte nello stesso modo. La paura, l’indifferenza, le esperienze precedenti e le circostanze possono influenzare profondamente i nostri comportamenti. Inoltre, provare compassione non significa necessariamente intervenire. Possiamo essere commossi dalla sofferenza e tuttavia rimanere immobili. Mencio ci invita dunque a riflettere non soltanto su ciò che proviamo, ma su ciò che facciamo dei nostri sentimenti.
I quattro germogli
L’immagine più significativa del testo è quella dei germogli: una pianta nasce da qualcosa di piccolo e apparentemente fragile. Il germoglio non è ancora un albero. Può crescere, ma può anche seccarsi. Ha bisogno di nutrimento, acqua, luce e condizioni favorevoli. Mencio immagina che qualcosa di simile accada nella vita morale. La compassione può svilupparsi in un’attenzione stabile verso gli altri. Il disagio che proviamo davanti a un comportamento ingiusto può diventare un senso più maturo della giustizia. La disposizione a rispettare gli altri può trasformarsi in una condotta abituale. La capacità di distinguere il bene dal male può affinarsi attraverso l’esperienza e la riflessione. Nessuna di queste qualità raggiunge spontaneamente la propria maturità.
Possedere una disposizione al bene non equivale a essere già buoni.
Questo particolare rende il pensiero di Mencio meno ingenuo di quanto potrebbe apparire. Il filosofo non ignora l’esistenza del male. Cerca di spiegare perché, nonostante la presenza del male, gli esseri umani possano educarsi alla virtù. La bontà non sarebbe un dono definitivamente acquisito, ma una possibilità da coltivare.
La compassione selettiva
C’è una difficoltà che il racconto del bambino permette di mettere in evidenza. È relativamente facile provare compassione davanti a una sofferenza immediata, soprattutto quando la vittima è innocente e riconoscibile. Ma che cosa accade quando la sofferenza è lontana? Quando riguarda persone delle quali non conosciamo il volto, la lingua o la storia? Quando appartengono a un popolo che consideriamo ostile, a una religione differente o a una comunità politica con la quale siamo in conflitto? La nostra compassione conserva la stessa intensità?
Non sempre.
Possiamo commuoverci profondamente per una vittima e rimanere quasi indifferenti davanti a un’altra che subisce una sofferenza simile. Possiamo riconoscere immediatamente l’ingiustizia quando colpisce persone vicine a noi e diventare esitanti quando riguarda coloro che percepiamo come avversari. Questa selettività non dimostra necessariamente l’assenza di compassione.
Mostra però che il sentimento spontaneo, da solo, non garantisce un giudizio morale imparziale.
Per questo abbiamo bisogno anche della ragione, della conoscenza dei fatti e di principi che non cambino secondo l’identità delle persone coinvolte. La compassione può essere il principio della vita morale, ma non basta a completarla.
Dal cuore individuale alla responsabilità politica
Il testo contiene un passaggio che potrebbe sfuggire a una prima lettura. Mencio non si limita a parlare del comportamento individuale. Comincia e conclude riferendosi al governo. La compassione, secondo lui, dovrebbe orientare anche le decisioni dei sovrani. È una considerazione importante. Un governante può mostrarsi personalmente gentile e tuttavia sostenere politiche che producono sofferenza. Può commuoversi davanti al bambino del pozzo, ma rimanere indifferente alle condizioni di migliaia di bambini che vivono nella miseria. Mencio invita a estendere il sentimento morale oltre la situazione immediata. Se riconosciamo il valore della vita di un bambino, perché dovremmo dimenticarlo quando prendiamo decisioni che riguardano molti bambini? Naturalmente, governare richiede anche competenze, valutazioni delle conseguenze, risorse e scelte difficili. La compassione non sostituisce la conoscenza. Ma una politica completamente priva di attenzione alla sofferenza umana rischia di considerare le persone soltanto come numeri, strumenti o ostacoli.
Il pensiero di Mencio suggerisce che la qualità morale del potere si misura anche dalla capacità di riconoscere la vulnerabilità di coloro sui quali viene esercitato.
È una riflessione che conserva valore anche fuori dalle monarchie dell’antica Cina.
Un pensiero laico: coltivare ciò che potrebbe crescere
Non siamo obbligati ad accettare la tesi secondo cui tutti gli esseri umani nascono naturalmente buoni. Possiamo nutrire dubbi ragionevoli. La storia offre testimonianze di generosità straordinaria, ma anche di crudeltà, indifferenza e violenza. La natura umana è complessa. Eppure, il pensiero di Mencio conserva un insegnamento prezioso anche per chi non ne condivide tutte le premesse.
La vita morale non dipende soltanto da ciò che siamo, ma anche da ciò che scegliamo di coltivare.
Possiamo esercitare la capacità di ascoltare, imparare a riconoscere sofferenze che prima ignoravamo, correggere i nostri pregiudizi e diventare più attenti alle conseguenze delle nostre azioni. Non è necessario immaginare che ogni persona custodisca una bontà perfetta e nascosta. È sufficiente riconoscere che molti comportamenti possono essere educati, modificati e migliorati. Un sentimento generoso può diventare un’abitudine. Un’abitudine può contribuire a formare il carattere. E un carattere attento agli altri può influenzare le relazioni e le comunità nelle quali viviamo. Rimane tuttavia una domanda difficile.
Se tutti possediamo almeno la possibilità di riconoscere la sofferenza, perché tante volte non interveniamo?
Forse perché il germoglio, come osservava Mencio, non cresce senza cure. O forse perché la compassione deve continuamente confrontarsi con altri sentimenti: paura, interesse, desiderio di appartenenza, ostilità e indifferenza. La meditazione non ci chiede di scegliere immediatamente una risposta. Ci invita a osservare ciò che accade dentro di noi quando incontriamo la vulnerabilità di un altro essere umano.
La mia compassione è altrettanto pronta quando a soffrire è una persona lontana, sconosciuta o appartenente a un gruppo che considero avversario? E soprattutto: quando riconosco una sofferenza, mi fermo al sentimento oppure cerco, nei limiti delle mie possibilità, di trasformarlo in un gesto concreto?
Oggi potrebbe bastare ascoltare con attenzione una persona, evitare una parola umiliante, offrire un aiuto o riconoscere un bisogno che abitualmente trascuro. Non per dimostrare a me stesso di essere buono, ma per esercitare una disposizione che desidero coltivare.

Un pensiero per accompagnare la giornata
«La compassione è il germoglio dell’umanità benevola».
— Mencio, Mengzi, 2A.6.
Un germoglio non promette che l’albero crescerà. Ci ricorda soltanto che qualcosa può crescere, se non viene abbandonato. Forse anche la bontà richiede questa pazienza: non basta riconoscerla come un valore, occorre darle spazio nella vita quotidiana.
Una parola da trattenere
惻隱之心 — Cèyǐn zhī xīn
Il cuore della compassione.
Nella tradizione di Mencio indica la disposizione a partecipare alla sofferenza altrui, il primo germoglio della benevolenza.
Chiusa
Ogni giorno provo a fermarmi su una voce, un anelito e a ricavarne una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.
Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.
(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)

