Hávamál — L’uomo è la gioia dell’uomo
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Principia
Coltivare esercizi spirituali significa dedicare tempo e pratiche alla cura del proprio modo di vivere. Regole interne: Non dominare gli altri, non lasciarsi dominare. La dignità comincia dall’autonomia della coscienza. Una lettura antica per interrogare il presente. Non cercare risposte definitive, ma imparare a formulare domande migliori.
Autore e fonte
Un viandante smarrito scopre di essere diventato ricco quando incontra un altro essere umano. Dall’antica Scandinavia, una riflessione sul valore della compagnia e sulla generosità delle piccole cose.La ricchezza di un incontro.
Nell’antica Scandinavia, quando la vita era segnata da lunghi inverni, viaggi difficili e comunità spesso isolate, circolavano racconti e insegnamenti che venivano tramandati oralmente, di generazione in generazione. Alcuni di questi confluirono nell’Hávamál, il cui titolo significa approssimativamente I detti dell’Altissimo, uno dei componimenti più importanti dell’Edda poetica. L’opera, anonima, raccoglie insegnamenti attribuiti alla voce di Odino, divinità della mitologia nordica associata, fra le altre cose, alla sapienza e alla conoscenza. La composizione delle diverse parti è difficile da datare. Il testo ci è stato trasmesso soprattutto attraverso il Codex Regius, un manoscritto islandese della seconda metà del XIII secolo, che conserva materiali poetici appartenenti a tradizioni più antiche.
L’Hávamál non è un trattato filosofico sistematico. È una raccolta di consigli, osservazioni e ammonimenti sulla vita umana. Parla di ospitalità, prudenza, amicizia, generosità, conoscenza, ricchezza e rapporti fra le persone. Non presenta un’umanità idealizzata. Conosce l’inganno, l’egoismo, la diffidenza e la fragilità delle relazioni. Ma proprio in questo mondo difficile colloca un insegnamento sorprendentemente semplice. Un uomo racconta di aver viaggiato da solo, di essersi smarrito e di aver ritrovato la strada incontrando un’altra persona. In quell’incontro si è sentito ricco.
Testo da meditare
La ricchezza che viene dagli altri. (Hávamál, strofa 47).
Testo originale in norreno antico, di pubblico dominio:
Ungr var ek forðum,
fór ek einn saman,
þá varð ek villr vega;
auðigr þóttumk,
er ek annan fann,
maðr er manns gaman.Traduzione italiana
Un tempo ero giovane,
viaggiavo completamente solo
e smarrii la strada.
Mi sentii ricco
quando incontrai un altro uomo:
l’uomo è la gioia dell’uomo.Traduzione italiana privata.
L’ultimo verso merita di essere conservato nella lingua originale:
Maðr er manns gaman.
L’essere umano è la gioia dell’essere umano.
Poco più avanti, nella strofa 52, incontriamo un pensiero complementare.
Hávamál, strofa 52.
Mikit eitt
skal-a manni gefa;
oft kaupir sér í litlu lof,
með halfum hleif
ok með höllu keri
fekk ek mér félaga.Traduzione italiana
Non occorre offrire grandi doni;
spesso anche una piccola cosa
procura riconoscenza.
Con mezzo pane
e una coppa inclinata
mi procurai un compagno.Traduzione italiana privata.
Due brevi componimenti, due immagini quotidiane: un viandante che incontra qualcuno e un uomo che condivide il poco che possiede. Non troviamo grandi imprese, conquiste o ricchezze straordinarie, troviamo un incontro e mezzo pane.
Accompagnamento
Quando un altro essere umano diventa una ricchezza
Il viandante dell’Hávamál è solo. Non conosciamo la sua destinazione, né sappiamo perché abbia intrapreso il viaggio. Sappiamo soltanto che ha smarrito la strada. Poi incontra qualcuno.
Il testo non ci dice che l’altro sia ricco, potente, sapiente o particolarmente generoso. Non sappiamo nemmeno se diventeranno amici. Eppure, il viandante afferma di essersi sentito ricco, è una definizione della ricchezza che merita attenzione. Nella vita quotidiana siamo abituati ad associare questa parola al possesso: possedere denaro, beni, proprietà, strumenti, conoscenze. Il poeta nordico ci propone un’altra possibilità.
Possiamo essere arricchiti anche da ciò che non possediamo: la presenza di un’altra persona.
Non perché quella persona ci appartenga, ma perché il suo incontro modifica la nostra condizione. Prima eravamo soli. Ora non lo siamo più. Prima eravamo smarriti. Ora possiamo condividere il cammino.
Il significato di mezzo pane
La seconda strofa aggiunge qualcosa di importante: non occorrono grandi doni per costruire una relazione. Il poeta racconta di aver trovato un compagno condividendo mezzo pane e una coppa. Nella concretezza dell’immagine possiamo riconoscere una forma elementare di ospitalità. Non viene offerto il superfluo di una grande abbondanza, ma qualcosa che appartiene alla vita quotidiana. Il pane viene diviso. Questo gesto può apparire insignificante a chi possiede molto. Può diventare importante quando le risorse sono limitate. Ma il valore del dono non dipende soltanto dalla sua quantità.
Dipende anche dall’attenzione con la quale viene offerto e dal bisogno al quale risponde. Una persona può essere generosa senza essere ricca. E una persona ricca può donare molto senza riuscire a stabilire una relazione autentica. La generosità non si misura necessariamente con il valore economico di ciò che viene dato. Tuttavia, il testo contiene anche un elemento di realismo: il piccolo dono procura riconoscenza e favorisce la nascita di un legame. Nella società nordica antica, offrire e ricambiare doni contribuiva a costruire rapporti di fiducia e reciprocità. Non dobbiamo quindi attribuire al poeta un ideale di altruismo completamente disinteressato che il testo non esprime.
Possiamo però riconoscere un’intuizione: per avvicinare due persone, a volte basta un gesto modesto, purché sia autentico. L’uomo è davvero la gioia dell’uomo?
L’ultimo verso della strofa 47 è affascinante.
Maðr er manns gaman. L’uomo è la gioia dell’uomo.
Ma possiamo accettarlo senza riserve? Gli esseri umani non sono soltanto fonte di gioia gli uni per gli altri. Possono provocare sofferenza, umiliazione, paura e distruzione. La storia della stessa Scandinavia medievale, con le sue guerre e rivalità, non offre certo l’immagine di una convivenza sempre pacifica. Il poeta lo sapeva. Eppure, proprio all’interno di una tradizione che conosceva la durezza dei rapporti umani, compare questo riconoscimento della gioia che nasce dalla compagnia. Non è necessario trasformarlo in una legge universale. Possiamo leggerlo come la testimonianza di una possibilità. L’altro essere umano non è inevitabilmente un concorrente, un nemico o un ostacolo. Può essere qualcuno che ci aiuta a ritrovare la strada.
La solitudine e la compagnia
Non ogni solitudine è una privazione. Esiste una solitudine cercata, necessaria allo studio, alla riflessione e alla conoscenza di sé. Possiamo desiderare di rimanere soli senza essere infelici. Esiste però anche una solitudine subita. È quella di chi non trova ascolto, di chi viene escluso, di chi attraversa una difficoltà senza avere qualcuno con cui condividerla. Le due condizioni non devono essere confuse. Il viandante dell’Hávamál non ci invita a temere ogni momento di solitudine. Ci ricorda piuttosto che l’incontro con un’altra persona può trasformare radicalmente un’esperienza. A volte non abbiamo bisogno di qualcuno che risolva tutti i nostri problemi. Abbiamo bisogno di qualcuno che riconosca la nostra presenza. Qualcuno che ci ascolti, ci accompagni per un tratto di strada o condivida con noi mezzo pane.
Un pensiero laico: la fraternità comincia dalle cose piccole
Quando parliamo di fraternità, solidarietà e convivenza, possiamo essere tentati di immaginare soltanto grandi principi morali. Sono principi importanti. Ma nessuno di essi vive esclusivamente nelle dichiarazioni, la fraternità prende forma anche nei comportamenti ordinari. Nel modo in cui accogliamo una persona sconosciuta, ascoltiamo qualcuno che pensa diversamente da noi, riconosciamo la dignità di chi possiede meno. Non è necessario idealizzare ogni incontro umano. Esistono rapporti che dobbiamo interrompere, persone dalle quali è prudente prendere le distanze e situazioni nelle quali la fiducia deve essere conquistata. La disponibilità verso gli altri non richiede ingenuità. Ma possiamo evitare che la prudenza diventi una diffidenza universale. Il viandante nordico ci suggerisce una possibilità che attraversa i secoli.
Un altro essere umano può rappresentare una ricchezza anche quando non ha nulla da offrirci, se non la propria presenza.
E il mezzo pane ci ricorda che non dobbiamo necessariamente aspettare di possedere molto per cominciare a condividere qualcosa. Forse la fraternità non nasce dalle grandi parole. Comincia quando riconosciamo che il cammino può essere meno difficile se qualcuno lo percorre con noi.
Il pensiero da trattenere
Maðr er manns gaman. L’essere umano è la gioia dell’essere umano.
Non è una promessa che ogni incontro sarà felice. È il riconoscimento che nessuna persona è necessariamente condannata a percorrere da sola la propria strada.
Quando incontro un’altra persona, riesco ancora a riconoscere nella sua presenza una possibile ricchezza, oppure mi domando soltanto che cosa possa offrirmi, quanto mi somigli e quale utilità possa avere per me?

Giustizia e libertà sempre e per tutti
Chiusa
Ogni giorno provo a fermarmi su una voce, un anelito e a ricavarne una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.
Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.
(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)



