Come un ragionamento possa partire da una verità e arrivare a una conclusione pericolosa
Argomenti: I Ciompi – Machiavelli – violenze di piazza – Beccaria
C’è una pagina dell’Istorie fiorentine di Niccolò Machiavelli che meriterebbe di essere letta ad alta voce nelle scuole e nelle piazze. Non perché sia serena: è una pagina dura. Dovrebbe essere letta perché ci mostra, con una chiarezza rara, come un ragionamento possa partire da una verità e arrivare a una conclusione pericolosa, senza che chi ascolta si accorga del punto in cui il terreno cede.
Cominciamo dai fatti, perché senza fatti non si capisce nulla.
Firenze, estate del 1378
Firenze è una città ricca, orgogliosa e profondamente diseguale. Il motore della sua ricchezza è la lana: si lava, si carda (cioè si pettina per districare le fibre), si fila, si tesse, si tinge. A fare i lavori più pesanti sono moltissimi salariati, che chiamiamo Ciompi. Machiavelli, a dire il vero, questa parola non la usa mai: l’abbiamo adottata noi, e i curatori moderni lo ricordano a margine.
Questi lavoratori non contano nulla in politica. Il potere cittadino è nelle mani delle Arti, cioè le corporazioni di mestiere, vere e proprie associazioni di categoria che avevano anche poteri giudiziari e di governo. E qui sta il nodo: chi veniva maltrattato dal proprio datore di lavoro doveva rivolgersi alla magistratura dell’Arte della lana, cioè al tribunale dei padroni. Immaginiamo un dipendente che debba denunciare il suo capo davanti a un giudice scelto dal capo stesso. Possiamo chiamarla giustizia?
Tra giugno e agosto del 1378 la città si infiamma: si assaltano i palazzi, si incendiano le case dei nemici. Nel terzo libro dell’opera, al capitolo tredicesimo, Machiavelli ferma il racconto e fa parlare un rivoltoso, di cui non ci dà il nome.
Un discorso che convince
Dobbiamo subito fare una precisazione onesta. Quel discorso non è un verbale. Machiavelli scrive circa un secolo e mezzo dopo i fatti, su incarico dei Medici (il cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, glielo commissionò nel novembre del 1520), e mette in bocca al rivoltoso parole che con ogni probabilità sono sue: un procedimento letterario ereditato dagli storici antichi, per far parlare le ragioni di una parte. Quanto di ciò che l’anonimo dice sia stato realmente pronunciato, non possiamo saperlo. E nemmeno sappiamo con certezza quanto Machiavelli condivida quelle idee. Su questo punto torneremo, perché è decisivo.
Ascoltiamo intanto l’oratore, passo dopo passo.
Prima mossa: «ormai abbiamo cominciato». Se dovessero ancora decidere se prendere le armi, dice, forse converrebbe una povertà tranquilla. Ma il danno è fatto, e fermarsi significherebbe essere puniti. Quindi l’unica salvezza è andare avanti e vincere. Riconosciamo il meccanismo: chi ha già sbagliato fa del proprio errore la ragione per sbagliare ancora di più. Il male compiuto diventa l’alibi del male da compiere.
Seconda mossa: «i falli piccoli si puniscono, i grandi e gravi si premiano». Falli, nell’italiano di Machiavelli, sono le colpe. La frase è terribile e contiene una constatazione che molti di noi condividono: spesso chi ruba poco finisce in galera, chi ruba molto finisce nei salotti. Da qui l’oratore ricava un consiglio spietato: moltiplichiamo i delitti, coinvolgiamo molti compagni, perché una rivolta vittoriosa non si può punire.
Terza mossa: «spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili». È l’immagine più bella e più giusta del discorso. Vestiamo i poveri con gli abiti dei ricchi e viceversa, e vedremo i primi sembrare nobili e i secondi gente da poco. Quanto della distanza tra le persone dipende dagli abiti e dai cognomi, e quanto dal loro valore? Su questo l’oratore ha ragione da vendere.
Quarta mossa: le grandi ricchezze nascono dalla frode e dalla forza, e il tempo le fa passare per onorate. È un’accusa enorme. In parte può essere vera per alcuni casi, ma come regola valida per tutti nessuno potrebbe dimostrarla. Contiene però un fondo di verità che sentiamo: il successo e gli anni hanno il potere di rendere rispettabile ciò che all’origine non lo era.
Quinta mossa: gli uomini si divorano a vicenda, bisogna divorare per primi. I buoni restano servi, gli audaci si liberano. Perciò servono audacia, inganno e forza.
Dove si rompe il filo
Rileggiamo ora la sequenza con attenzione, perché è qui che si impara qualcosa.
Le prime tre mosse sono, per larga parte, diagnosi: descrivono un male che esiste. La giustizia affidata ai padroni non è giustizia. Il successo può comprare l’impunità. Le differenze sociali sono in buona parte apparenza. Su tutto questo l’oratore ha ragione, ed è per questo che ci conquista.
Ma poi cambia argomento senza avvisare. Passa dalla diagnosi alla cura, dal «questo è ingiusto» al «quindi tutto ci è permesso». Questo secondo passaggio non è dimostrato da nulla. Anche ammettendo che una ricchezza abbia un’origine ingiusta, resta da stabilire quali mezzi siano giusti per rimediare. Il discorso evita accuratamente di porsi la domanda: ci tiene agganciati alla verità della prima metà per farci accettare, quasi di straforo, la seconda.
C’è poi una contraddizione più profonda. L’oratore comincia dicendo che gli uomini sono uguali, ma finisce descrivendo un mondo in cui qualcuno deve comunque comandare e qualcuno obbedire. Una liberazione che si riduce a uno scambio di posti non libera nessuno: cambia soltanto il padrone.
E Machiavelli, da che parte sta?
Sarebbe comodo, e sbagliato, rispondere: «dalla parte del Ciompo». A Machiavelli si attribuisce di solito la massima «il fine giustifica i mezzi». Per quanto abbiamo potuto verificare, quelle parole nei suoi scritti non ci sono: sono una sintesi posteriore, e chi l’abbia coniata esattamente non siamo in grado di dirlo con certezza. Nel diciottesimo capitolo del Principe c’è invece un passo vicino: nelle azioni di tutti gli uomini, e soprattutto dei principi, che non hanno un giudice a cui appellarsi, si guarda al risultato; perciò, il principe pensi a vincere e a mantenere lo Stato, e i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli. È una frase cinica, e non la dobbiamo addolcire. Ma è riferita alla ragion di Stato (l’idea che la sopravvivenza dello Stato venga prima delle regole morali ordinarie) e al modo in cui il potere viene giudicato dagli altri: farne un lasciapassare per qualunque fine, anche il più meschino, è una deformazione.
Quanto al racconto dei Ciompi, la storia prosegue, ed è la parte che più conta. Il 22 luglio 1378 la folla porta al vertice del governo, come gonfaloniere di giustizia (il capo dell’esecutivo cittadino, una sorta di sindaco con funzioni di guida e garanzia), un cardatore di lana: Michele di Lando. Machiavelli lo guarda con ammirazione, perché da uomo di quel mondo sa fermare i saccheggi e dare un ordine alla città. Sorprende, no? Nello stesso libro, accanto alla voce potente che grida «andiamo fino in fondo», Machiavelli mette un uomo che si ferma e ferma gli altri.
La fine della storia ci è nota a grandi linee: entro l’estate la corporazione dei Ciompi viene sciolta e il ciclo di quei governi si chiude del tutto nel 1382. Sulla sorte e sul giudizio da dare a Michele di Lando, invece, le fonti che abbiamo consultato non concordano. Alcuni storici lo vedono passare dalla parte dei ceti dominanti e ricompensato dai nuovi padroni, altri ricordano che fu poi allontanato dalla città o mandato a Volterra come capitano. Dichiariamolo apertamente: neppure il suo eroe è stato giudicato da tutti allo stesso modo, e proprio questo ci ricorda che giudicare richiede studio.
«Se loro picchiano, noi picchiamo più forte»
Veniamo a oggi. Quando le cronache ci portano scene di violenza di piazza, spesso con protagonisti giovanissimi, si sente rispondere con grande sicurezza: «se loro picchiano, noi li picchiamo con più forza!». Ascoltiamo la frase con le orecchie che ci ha dato il Ciompo. Suona come «ormai abbiamo cominciato, andiamo avanti», con la differenza che la pronunciano, a parti invertite, anche quelli dell’ordine. L’escalation (la salita di un gradino alla volta, ciascuno dei quali giustifica il successivo) ha sempre la stessa logica, da qualunque parte arrivi.
Tucidide, lo storico ateniese della Guerra del Peloponneso, racconta nel terzo libro la guerra civile di Corcira del 427 a.C. e nota che in quei tempi le parole cambiano significato: l’audacia sconsiderata veniva chiamata coraggio, la prudenza veniva chiamata viltà. Chi invita alla calma passa per debole, e questo basta a zittirlo.
Qui va chiamato in causa Cesare Beccaria. Nel 1764, in forma anonima (il libro era troppo esplosivo per firmarlo), pubblicò Dei delitti e delle pene, contro la tortura e la pena di morte. Dobbiamo però essere fedeli al testo, perché Beccaria non era un ingenuo: riteneva che la pena fosse necessaria, e voleva che fosse pubblica, pronta, proporzionata, dettata dalle leggi. Ammetteva persino la pena capitale in casi eccezionali. Ma sosteneva che uno dei più grandi freni al delitto non fosse la crudeltà delle pene, bensì la loro infallibilità, cioè la certezza di non farla franca. E scrisse una frase che oggi suona rivoluzionaria: il mezzo più sicuro, ma più difficile, di prevenire i delitti è perfezionare l’educazione. Questo Beccaria lo scriveva avendo davanti agli occhi, come ricordò in una lettera al suo traduttore francese, l’esempio di Machiavelli, di Galileo e di Giannone. Il filo che unisce i due è più stretto di quanto sembri.
Rispondiamo allora alla domanda: Beccaria non docet più? Docet eccome. Non ci dice di rinunciare alla giustizia: chi ha spaccato una vetrina o ferito un agente ne risponde, e chi ha subito il danno ha diritto a essere difeso. Ci dice di non fermarci lì. Un medico cura la ferita, ma non pensa di aver finito finché non ha capito che cosa l’ha prodotta. Punire è la risposta a ciò che è già accaduto; educare è l’unico modo per ridurre ciò che accadrà domani.
E allora possiamo parlare con i ragazzi? Dare loro ascolto, affetto, compassione è sbagliato? Ricordiamo che compassione viene dal latino cum-pati, «soffrire insieme»: non è un cedimento, è la capacità di stare accanto a chi soffre senza fingere che il suo gesto sia giusto. È la distinzione del Ciompo applicata a noi: comprendere perché qualcuno fa una cosa non ci obbliga ad approvarla, ci permette di giudicarla meglio. E sarebbe comodo credere che i ragazzi più difficili siano casi perduti: la Lettera a una professoressa dei ragazzi della scuola di don Milani ci ricorda quanto sia facile, per una scuola, trattare chi è in difficoltà come un malato da respingere invece che da curare.
Sappiamo inoltre che molti ci provano già. Nonni, genitori, preti, professori, educatori, volontari e magistrati cercano, spesso con pochi mezzi, strade per aiutare chi è giovanissimo. La nostra stessa giustizia minorile conosce strumenti pensati per questo, come la messa alla prova (la sospensione del procedimento in cambio di un percorso educativo): non abbiamo qui dati per dire quanto funzionino, e chi volesse scriverne con precisione dovrebbe cercarli. Quello che sappiamo è che il lavoro di queste persone è lento, poco spettacolare e facile da trascurare.
Machiavelli, per onestà, non era un pacifista: nel Principe scrive che non ci sono buone leggi dove non ci sono buone armi. Non pretendiamo dunque che si possa fare a meno della forza. Ci chiediamo però, e lasciamo la domanda aperta, dove una società scelga di mettere la prima moneta: nelle armi, o nelle mani di chi cerca di far crescere i ragazzi prima che diventino un problema di ordine pubblico?
Che cosa possiamo fare noi
Concludiamo con tre domande, semplici e alla portata di tutti, da portarsi a casa ogni volta che una frase ci colpisce.
Chi parla, a chi parla e perché? Il Ciompo parla a persone esasperate, in un momento in cui temono la punizione. Il contesto cambia il peso delle parole.
Che cosa è vero e che cosa è soltanto plausibile? Che la giustizia dei padroni sia parziale è un fatto. Che tutte le ricchezze siano frutto di frode è un’affermazione enorme, che andrebbe provata caso per caso.
Che cosa succede se continuo a leggere? Quasi sempre, la pagina dopo cambia il senso di quella prima. Chi si ferma alla frase più forte rischia di fraintendere l’autore e di farsi usare da chi quella frase ha scelto di sbandierare.
Per chi vuole proseguire, qualche porta d’ingresso: il terzo libro delle Istorie fiorentine, per leggere per intero il racconto dei Ciompi; il Principe, per misurare di persona che cosa Machiavelli dice davvero; la Guerra del Peloponneso di Tucidide, nella pagina su Corcira; Dei delitti e delle pene di Beccaria, che si legge in poche sere; la Lettera a una professoressa, per chi vuol capire che cosa significhi non lasciare indietro nessuno.
Non serve leggere tutto, e non serve leggere subito. Serve iniziare, con la disposizione di chi, prima di giudicare, vuole capire. Il Ciompo ci ricorda quanto sia facile farsi trascinare da chi parla bene. Machiavelli ci insegna a voltare pagina. Beccaria ci ricorda che, dopo averla voltata, c’è un lavoro paziente da fare con le persone.
Non finisce qui.

Machiavelli osserva il tumulto dei Ciompi. Immagine irreale frutto della mia fantasia. Realizzata con IA.
Giustizia e libertà sempre e per tutti