Un inno babilonese di un Poeta sconosciuto – Il fiume che rende possibile la città
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Principia
Coltivare esercizi spirituali significa dedicare tempo e pratiche alla cura del proprio modo di vivere. Regole interne: Non dominare gli altri, non lasciarsi dominare. La dignità comincia dall’autonomia della coscienza. Una lettura antica per interrogare il presente. Non cercare risposte definitive, ma imparare a formulare domande migliori.
Autore e fonte
Un autore babilonese di cui ignoriamo il nome compose un inno per celebrare Marduk, il suo tempio, Babilonia e i suoi abitanti. Il testo, di datazione incerta, ci è giunto attraverso tavolette e frammenti di epoche diverse. Gli studiosi Anmar A. Fadhil ed Enrique Jiménez ne hanno pubblicato una ricostruzione nel 2025, grazie anche a strumenti digitali capaci di individuare corrispondenze fra copie disperse. Una parte dell’inno descrive l’Eufrate e la fertilità delle terre attraversate dalle sue acque. Nel linguaggio religioso dell’autore, il fiume è legato a Nudimmud, nome del dio Ea. Possiamo accostarci a questi versi rispettandone la voce antica e lasciandoci interrogare da ciò che mostrano: una città vive grazie a qualcosa che la precede e la alimenta.
Testo da meditare
«L’Eufrate è il suo fiume – stabilito dal saggio signore Nudimmud –
disseta i prati, irriga i canneti,
scarica le sue acque nella laguna e nel mare,
i suoi campi fioriscono di erbe e fiori,
i suoi prati, in brillante fioritura, fanno spuntare l’orzo,
da cui, raccolti, i covoni vengono ammucchiati,
mandrie e greggi giacciono su pascoli verdeggianti,
ricchezza e splendore – ciò che si addice all’umanità –
sono concessi, moltiplicati e regalmente donati.»«Non umiliano gli stranieri che vivono fra loro». (verso 135 dell’inno)
Dall’inno a Babilonia e ai Babilonesi; resa italiana del passo divulgato dalla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco.
Accompagnamento
Proviamo a seguire l’acqua. Scorre nel fiume, raggiunge i prati, penetra nei campi, fa crescere l’orzo. Poi vengono la raccolta, i covoni, gli animali al pascolo. In pochi versi il poeta rende visibile una catena di dipendenze: ogni cosa riceve da un’altra la possibilità di esistere. Anche la città più orgogliosa deve bere. Possiamo compiere lo stesso percorso davanti a un pezzo di pane. Risalire dal pane alla farina, dalla farina al grano, dal grano alla terra e all’acqua. E incontrare, lungo il cammino, le persone che hanno seminato, raccolto, trasportato, impastato. Un oggetto quotidiano diventa allora una piccola scuola di attenzione. Ci abitua a riconoscere quanto della nostra vita sia sostenuto da presenze che vediamo poco, da lavori che conosciamo appena, da condizioni naturali che nessuno di noi ha creato. Questa consapevolezza può generare gratitudine. Una gratitudine concreta, capace di modificare il comportamento: usare con cura l’acqua, rispettare chi lavora, domandarsi come vengono prodotte le cose che consumiamo. Sentirsi debitori della vita comune può aiutarci anche a giudicare diversamente la ricchezza. Nell’inno l’abbondanza accompagna i campi, i raccolti, gli animali: possiamo raccogliere questa immagine e chiederci quanto del benessere di una società arrivi davvero alle persone che la abitano. La prosperità diventa una domanda sulla distribuzione, sulla dignità, sulla possibilità di vivere senza essere continuamente schiacciati dal bisogno. C’è poi una bellezza particolare nel gesto del poeta: celebra la propria città soffermandosi sull’acqua che la nutre. Amare un luogo può significare imparare a vedere ciò che permette agli altri di abitarlo. Una fontana funzionante, un campo custodito, una scuola, qualcuno che assiste una persona fragile: anche attraverso queste cose una comunità merita di essere amata.
Oggi la nostra spiritualità si può esercitare così: scegliere una cosa semplice che ci sostiene e risalire, con il pensiero, alle sue sorgenti. Cercare l’acqua dentro il pane, il lavoro dentro un oggetto, la cura dentro una giornata tranquilla. Poi compiere un piccolo gesto che restituisca qualcosa a quella rete di cui facciamo parte.
L’inno loda i Babilonesi perché “non umiliano gli stranieri che vivono fra loro”. Nel contesto, spiegano gli studiosi, si tratta di sacerdoti stranieri residenti nella città. È un riferimento circoscritto, che offre tuttavia uno spunto alla nostra meditazione: fra le qualità di cui una comunità può andare orgogliosa compare il modo in cui tratta chi viene da fuori. Possiamo raccogliere quelle parole e allargarne oggi la domanda: sappiamo convivere senza umiliare chi è diverso da noi?
Proprio così, l’inno celebra anche il rispetto degli abitanti verso gli stranieri. È significativo che, per lodare una città, si parli del modo in cui vengono trattate le persone che arrivano da fuori. Accanto alla fertilità dei campi compare così una qualità della convivenza: la capacità di riconoscere un essere umano anche quando non appartiene alla propria comunità. Il poeta ci consegna un ideale nel quale Babilonia desiderava riconoscersi. Possiamo raccoglierlo come una domanda rivolta anche a noi: di quali comportamenti vorremmo che la nostra città potesse andare orgogliosa?
Chi arriva da fuori conosce meno le consuetudini, può faticare a comprendere la lingua, dispone spesso di pochi legami. Una parte della sua sicurezza dipende da come gli altri useranno questo vantaggio: potranno approfittarne oppure aiutarlo a orientarsi. Il rispetto prende forma proprio in questa scelta quotidiana. Dare un’indicazione con pazienza, ascoltare senza umiliare, riconoscere il lavoro di una persona, evitare che la sua provenienza diventi una colpa sono gesti attraverso i quali la convivenza acquista consistenza. La coesione di una comunità cresce quando le persone possono sentirsi partecipi di una vita comune. Richiede regole comprensibili, responsabilità reciproche e una dignità riconosciuta a ciascuno. Le differenze possono creare difficoltà e incomprensioni: attraversarle domanda tempo, ascolto e giustizia. Anche il senso di appartenenza matura così, nell’esperienza di essere rispettati e di poter contribuire. Il fiume descritto dall’inno ci offre allora un’immagine su cui meditare: l’acqua raggiunge terre diverse e le rende fertili. Possiamo domandarci se anche i beni della città — protezione, istruzione, cura, possibilità di essere ascoltati — riescano a raggiungere chi vive ai suoi margini. Il rispetto dello straniero diventa una prova concreta della cura che una comunità sa avere per gli esseri umani.
Oggi, incontrando qualcuno che sentiamo estraneo, possiamo fermarci un istante prima di definirlo. Lasciare spazio a un nome, a una voce, a una storia. Ogni incontro contiene la possibilità di correggere qualcosa del nostro sguardo.
Una città diventa più umana quando chi arriva può esservi riconosciuto.

Abbi cura di ciò che ti permette di vivere.
Chiusa
Ogni giorno provo a fermarmi su una voce, un anelito e a ricavarne una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.
Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.
(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)



