Gerard Manley Hopkins — La bellezza delle cose imperfette
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Principia
Coltivare esercizi spirituali significa dedicare tempo e pratiche alla cura del proprio modo di vivere. Regole interne: Non dominare gli altri, non lasciarsi dominare. La dignità comincia dall’autonomia della coscienza. Una lettura antica per interrogare il presente. Non cercare risposte definitive, ma imparare a formulare domande migliori.
Autore e fonte
Gerard Manley Hopkins (1844–1889): il poeta della singolarità
Gerard Manley Hopkins nacque in Inghilterra, nell’Essex, nel 1844. Studiò a Oxford, dove maturò una profonda ricerca intellettuale e religiosa. Nel 1866 si convertì al cattolicesimo e due anni dopo entrò nella Compagnia di Gesù. Divenne sacerdote nel 1877 e svolse attività di insegnamento e ministero pastorale, fino agli ultimi anni trascorsi a Dublino, dove morì nel 1889.
La sua vicenda presenta un contrasto significativo: attratto dalla poesia e dalla bellezza del mondo, temette a un certo punto che la vocazione letteraria fosse incompatibile con quella religiosa. Distrusse molti suoi versi giovanili, ma tornò successivamente a scrivere. Gran parte della sua opera rimase inedita durante la vita; fu l’amico Robert Bridges a pubblicarne una raccolta nel 1918. Tra i suoi componimenti più importanti ricordiamo God’s Grandeur, sulla presenza del divino in un mondo segnato dall’attività umana; The Windhover, dedicato al volo di un falco; e i cosiddetti sonetti terribili, nei quali emergono solitudine, angoscia e interrogativi spirituali. Non fu dunque soltanto il poeta dell’esultanza: conobbe anche le regioni oscure dell’esistenza.
Hopkins cercò una lingua capace di restituire l’energia irripetibile di ogni cosa. Sperimentò ritmi insoliti, accenti forti, ripetizioni di suoni e parole composte. Nella sua riflessione poetica sviluppò il concetto di inscape, termine con cui indicava la configurazione singolare che rende una cosa proprio quella cosa, distinta da tutte le altre. La poesia scelta, Pied Beauty (Bellezza screziata), composta nel 1877, è un breve inno religioso. Vi incontriamo cieli variopinti, pesci maculati, castagne, uccelli, campi coltivati, attrezzi e mestieri. Hopkins non descrive una bellezza ideale e immobile: celebra un mondo fatto di differenze.
La sua fede cristiana costituisce il cuore del componimento. Il lettore laico può accostarsi a questa voce senza doverne condividere la conclusione teologica, cercando di comprendere ciò che il poeta ha visto e il modo nuovo in cui ha imparato a guardarlo.
Testo da meditare
Pied Beauty — Bellezza screziata (1877)
(Testo originale inglese integrale, di pubblico dominio.)
Glory be to God for dappled things –
For skies of couple-colour as a brinded cow;
For rose-moles all in stipple upon trout that swim;
Fresh-firecoal chestnut-falls; finches’ wings;
Landscape plotted and pieced – fold, fallow, and plough;
And áll trádes, their gear and tackle and trim.All things counter, original, spare, strange;
Whatever is fickle, freckled (who knows how?)
With swift, slow; sweet, sour; adazzle, dim;
He fathers-forth whose beauty is past change:
Praise him.Traduzione italiana
Gloria a Dio per le cose screziate:
per i cieli di due colori, come il manto pezzato di una mucca;
per le macchioline rosate, disseminate sulle trote che nuotano;
per le castagne cadute, vive come carboni appena accesi; per le ali dei fringuelli;
per il paesaggio disegnato a pezze: pascoli, maggesi e arature;
per tutti i mestieri, con i loro arnesi, congegni e attrezzature.Per tutte le cose contrastanti, originali, essenziali, strane;
per tutto ciò che è mutevole, chiazzato (chi sa come?);
con il rapido e il lento, il dolce e l’aspro, lo splendore e la penombra;
tutto questo genera Colui la cui bellezza non conosce mutamento:
lodatelo.(Traduzione autonoma, orientata a conservare le immagini e il significato. La fitta musicalità dell’originale inglese non è interamente riproducibile.)
Accompagnamento
La bellezza che non pretende uniformità
Hopkins apre la poesia con un ringraziamento rivolto a Dio, ma gli oggetti della sua lode sono sorprendenti. Non contempla soltanto cieli luminosi o paesaggi grandiosi: osserva le macchie delle trote, il manto irregolare di una mucca, le castagne cadute, gli strumenti dei mestieri. È come se volesse riscattare dalla nostra distrazione tutto ciò che abitualmente consideriamo secondario. La bellezza non appartiene soltanto alle forme perfette: si nasconde anche nelle superfici screziate, nei contrasti, nelle cose umili e quotidiane.
La parola inglese pied significa pezzato, variegato, composto di colori differenti. Ma Hopkins va oltre il colore. Nella seconda parte della poesia celebra ciò che è counter, original, spare, strange: contrastante, originale, essenziale, strano. Non sono soltanto qualità gradevoli. Alcune possono persino infastidirci, perché interrompono la regolarità alla quale siamo abituati. Il poeta ci introduce così a una domanda: perché siamo tanto inclini ad associare il bello all’uniforme, il giusto al conforme, il valore a ciò che riconosciamo immediatamente?
Anche la lingua della poesia partecipa a questa scoperta. I versi inciampano felicemente in suoni ripetuti, accelerano, rallentano, accostano parole inattese. Hopkins non vuole soltanto raccontare un mondo multiforme: vuole che il lettore ne avverta la varietà nel ritmo stesso della lettura. La parola diventa quasi una materia da ascoltare e toccare. Per questo vale la pena soffermarsi sull’originale inglese, anche senza comprenderne ogni termine: i suoni sembrano riprodurre l’energia delle cose nominate.
Particolarmente significativa è l’espressione who knows how?, «chi sa come?». In mezzo alla sicurezza dell’inno compare una piccola domanda. Il poeta ammira la varietà della natura, ma non pretende di spiegarne ogni dettaglio. La meraviglia conserva uno spazio per ciò che non sappiamo. È una disposizione intellettuale preziosa anche per chi non condivide la sua fede: osservare con precisione senza pretendere che ogni mistero debba essere immediatamente risolto.
Il contrasto più profondo arriva però negli ultimi versi. Le cose cambiano continuamente: sono rapide e lente, dolci e aspre, splendenti e opache. Dio, invece, nella visione di Hopkins, possiede una bellezza che non muta. Il poeta riconosce dunque il movimento del mondo e lo riconduce a un principio eterno. Qui la sua prospettiva religiosa si manifesta pienamente. Un lettore laico può interrogarsi su questa tensione senza cancellarla: la bellezza delle cose nasce forse proprio dal loro mutare, dalla loro fragilità, dal fatto che nessuna forma rimane identica per sempre?
La meditazione può infine raggiungere il nostro modo di guardare gli esseri umani. Anche una persona è fatta di sfumature, contrasti e caratteristiche che non si lasciano racchiudere in una sola definizione. Chi appare forte può conoscere la fragilità; chi è riservato può custodire una ricchezza inattesa; chi pensa diversamente da noi può mostrarci un aspetto della realtà che non avevamo considerato. Riconoscere la varietà non significa dichiarare buona ogni differenza né ignorare le contraddizioni che richiedono un giudizio morale. Significa evitare che il primo giudizio diventi l’ultimo.
Hopkins ci consegna così una possibilità: imparare a vedere senza pretendere che tutto debba somigliare a ciò che già conosciamo. Forse una parte della maturità consiste proprio in questo: conservare criteri e convinzioni, ma lasciare che la realtà, nella sua inesauribile varietà, continui a sorprenderci.
Quante volte considero difetto ciò che è soltanto differenza? E quali forme di bellezza, nelle cose e nelle persone, potrei scoprire se imparassi a guardare senza esigere uniformità?

Non tutto ciò che è diverso è bello, ma la bellezza è molto più varia di quanto il nostro sguardo abituale sappia riconoscere.
Credo che il punto più fecondo di questa meditazione stia in una distinzione: accogliere la varietà non significa rinunciare al discernimento. Significa affinare lo sguardo prima di formulare il giudizio.
Chiusa
Ogni giorno provo a fermarmi su una voce, un anelito e a ricavarne una riflessione: lo faccio anzitutto per me e la condivido con chi desidera farmi compagnia. Chi vuole approfondire troverà nei testi originali parole, sfumature e domande che questa pagina può soltanto introdurre.
Nulla dies sine linea — Nessun giorno senza una linea.
(Il motto proverbiale nasce dal racconto di Plinio il Vecchio sul pittore Apelle, che si esercitava ogni giorno tracciando almeno una linea.)



