Fuori Classe: un libro nato dall’esperienza di una maestra

Nota biografica dell’autrice

Maura Ruffini è nata in provincia di Mantova nel 1951. Si è diplomata presso l’Istituto Magistrale della città. Ventenne ha spiccato il volo per Milano dove ha insegnato 19 anni come maestra. Tornata alla città di origine ha proseguito la sua occupazione per altrettanto tempo. È sposata e vive a Mantova dove esercita la professione di pensionata.

Presentazione del libro

Il titolo: Fuori Classe

È un manuale per la gestione del quotidiano nella scuola primaria.

Può interessare colleghi insegnanti, Genitori, Educatori e quanti si interessano di didattica.

Docente per anni nella scuola primaria, ho pensato di raccogliere alcune esperienze in un libro, direi piuttosto un manuale – rivolto in particolare alle maestre – che si caratterizza non tanto per i contenuti strettamente pedagogici, ma per una serie di accorgimenti finalizzati al benessere di bambine, bambini, insegnanti e famiglie nella gestione della giornata scolastica.

Penso che creare nella classe un ambiente favorevole con un po’ di magia e di ritualità nutra le emozioni giuste per aprire le menti dei ragazzi.  C’è bisogno anche di questo per imparare.

Sono convinta che lavorare sulla relazione e sullo star bene insieme aiuti a realizzare, in maniera naturale, percorsi didattici differenziati, rispettosi dei diversi ritmi di apprendimento e agevoli, al tempo stesso, i docenti nel loro impegno quotidiano.

Il benessere dei bambini nasce anche dal benessere degli insegnanti.

Sinossi

Accogliere la classe il primo giorno di scuola è un problema? Ci pensa il giardiniere!

È noioso cominciare la giornata nel solito modo? Cosa c’è di meglio di una bacchetta magica per una partenza ogni volta diversa?

Piove e non si può uscire in cortile per l’intervallo? Niente di più divertente che immergersi nella musica e ballare per sgranchirsi un po’ le gambe.

A fine lezione tutti corrono a prendere il cappotto? Il galateo ci soccorre e ci trasforma in veri gentleman.

In gita i bambini parlano a voce alta e si alzano dal loro posto? L’oroscopo su misura li renderà tranquilli e il gusto dell’attesa li farà sognare.

Ma c’è dell’altro: il circle time insegna il linguaggio delle emozioni e allena all’ascolto; un orto da coltivare con chi è meno fortunato di noi è un’occasione concreta per conoscere una realtà diversa; lavorare con i nonni del geriatrico ci avvicina in maniera più completa alla vita.

Piccoli espedienti che rendono la quotidianità più piacevole e magica, creano emozioni positive e costruiscono la giornata sull’attesa di riti che rassicurano e aiutano a crescere. Per tutti diventa più facile lavorare: il benessere dei bambini nasce anche dal benessere degli insegnanti. Spesso la creatività è vedere con occhi diversi quello che già conosciamo e se, come scrisse Plutarco, “insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco”, questa è una delle possibili strade per provarci.

Alcune pagine del libro

Il primo giorno di scuola

Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria rappresenta un momento molto delicato per tutti i bambini e le bambine. Un aspetto da non trascurare per una buona accoglienza credo sia quello di predisporre un luogo il più possibile rassicurante.

Con l’esperienza ho capito che il fattore sorpresa oltre ad indirizzare l’attenzione, aiuta ad allineare la mente e le emozioni e a dissipare l’ansia che spesso accompagna questo ingresso.

I bambini, il più delle volte, si aspettano di trovare un’aula organizzata in maniera classica: i banchi a ferro di cavallo o sistemati a piccoli gruppi o disposti su file. L’ hanno visto durante le visite fatte con le loro insegnanti. Entrando a scuola potrebbero pensare:

–Adesso dove mi siedo?

-Quale sarà il mio posto?

-Quale compagno di banco avrò?

Timori che non aiutano a inaugurare al meglio cinque anni di vita insieme, mille giorni di lavoro gomito a gomito.

La prima impressione è un ricordo che si imprime nella mente e non ho due volte la possibilità di fare una “buona prima impressione”. Cominciare col piede giusto mi sembra fondamentale.

Allora niente più banchi, nessuno sta davanti o dietro, lontano o vicino. lo spazio è organizzato con le sedie in cerchio, tutti i posti diventano uguali, non c’è un inizio e una fine, un primo e un ultimo.

Per me si tratta di un semplice spostamento di arredi, per i bambini è una piccola rivoluzione.

Una volta entrati, io e la collega, li invitiamo a sedere dove capita, un posto vale l’altro. Lo zaino viene custodito dai genitori che, altrettanto stupiti, decidono di restare in aula per capire che cosa accadrà.

Sul pavimento, all’interno del cerchio, c’è un telo verde: un bel prato. Noi due maestre, in piedi sul prato, annunciamo:

-Siamo delle giardiniere ed il nostro compito è quello di seminare e far crescere tanti fiori bellissimi.

Ci avviciniamo a ciascun bambino e lo facciamo accovacciare sul telo. Uno dopo l’altro i bambini occupano l’intero spazio facendosi piccoli piccoli. Noi passiamo da tutti sfiorando il loro corpo con le dita, delicatamente, per far sentire che ci siamo. Parliamo a bassa voce, ma di continuo per non lasciare tempi vuoti.

-E’ ora di mettersi al lavoro.

Giriamo con l’innaffiatoio dal quale escono tante strisce di carta colorata: un’acqua speciale per dei semini speciali. I bambini sbirciano e vedono tutto. Restano fermi e zitti, stanno al gioco in maniera spontanea come se conoscessero il copione a memoria.

Ben presto spuntano i primi fiori: crescono lentamente coi petali e le foglioline. Una pioggerella leggera li aiuta a sbocciare.

-Che profumo!

Passiamo accanto a ciascun bambino:

-Ecco un tulipano.

-Qui c’è una rosa.

-Che colore intenso questa violetta.

Quando il prato è colmo di fiori li cogliamo sollevandoli uno per uno per unirli al centro. Si lasciano trasportare sorridendo, con le braccia in alto come una corolla o sui fianchi come tenere foglioline: un contatto fisico naturale perché tutti siamo dentro al racconto, non ci sono più bambini né maestre, ma soltanto fiori e giardiniere.

Al centro del tappeto verde sono tutti vicinissimi, prendo un lungo nastro e li lego insieme in un bel mazzo colorato.

-Ecco i fiori della prima A!

Guardiamo i genitori: capiscono che la favola è finita. Un applauso spontaneo è una conclusione gradita.

Esco un attimo dall’aula per recuperare i bambini di quinta, nostri scolari da cinque anni.  Entrano con carta e colori e, come da accordi presi, si avvicinano ai piccoli.  Insieme, come fossero dei veri tutor, disegnano la storia. Si siedono a terra, la sedia diventa il banco, i piccoli si affidano ai grandi: è un passaggio di mano dai genitori ai nuovi compagni.

Mamme e papà capiscono che è giunta l’ora di salutarci, solo un cenno, un sorriso e senza dire nulla escono in silenzio dall’aula perché la favola possa continuare con altri personaggi.

Questa modalità di incontro, gestita in tempi precisi – 15/20 minuti – si presenta molto rassicurante per i bambini. Coinvolge inoltre i genitori in una scenografia che va al di là dei soliti schemi di approccio.

L’immagine percepita dall’esterno – riferitami più volte dalle famiglie – è quella di un’accoglienza molto calorosa accompagnata a competenza e professionalità.

Un inizio tanto speciale ci permette, nei giorni successivi, di lavorare agevolmente recuperando, per le varie discipline, parecchio materiale e spunti in quantità, tutti vivi e vissuti.

Il tempo del cerchio

Un bambino ascoltato sarà un adulto che ascolterà

Spesso i bambini si fanno attraversare dai sentimenti senza conoscerli e faticano nell’attribuire alle loro emozioni un nome o a trasformarle in pensieri.

In “cerchio” i bambini si esprimono liberamente senza il timore di essere giudicati, imparano ad entrare meglio in rapporto con sè stessi e possono riuscire a vivere con maggior consapevolezza le relazioni. L’insegnante si limita a offrire un’opportunità senza valutarli. Inoltre, il “cerchio” con la sua forma chiusa rende intuitivamente visibile il contenimento per quei bambini che sono più vivaci di altri.

Molta cura va posta sul metodo e su questo aspetto mi soffermo per elencare alcuni passaggi che ritengo importanti, desunti dalla mia esperienza.

Il lavoro, perché sia efficace, dovrebbe essere organizzato con una frequenza costante, ben programmata. Nel mio caso una cadenza settimanale, per altri potrebbe essere quindicinale. Una regola fondamentale è quella di non relegare l’attività nei ritagli di tempo, ma calendarizzarla per poter creare un rito e trasformare l’esperienza in un momento sempre molto atteso dalla classe.

Nel tempo del “cerchio” devo garantire una situazione spazio-temporale protetta perché ciò che avviene in quel momento si carica inevitabilmente di significati esclusivi. Il “cerchio” è una cornice all’interno della quale accade qualcosa di magico che si realizza soltanto lì e non altrove ed è bene che non ci siano interruzioni come l’ingresso di qualcuno in aula. Cerco di evitare che ciò avvenga avvisando i collaboratori scolastici.

Meglio non programmare l’attività nella prima ora di lezione, non è il momento ideale per creare l’attesa: ognuno arriva da realtà differenti e qualcuno è ancora un po’ addormentato. È preferibile lavorare durante la mattinata. Per non dover spostare i banchi e sistemare le sedie, è consigliabile, ma non vincolante, trasferirsi in uno spazio già opportunamente allestito.

Altre regole precise garantiscono la buona riuscita dell’incontro: i bambini devono sedersi alternandosi maschi con femmine fino a quando ciò è possibile. Il gruppo risulta più equilibrato ai fini dell’attività e si evitano distrazioni per la caccia al compagno preferito. I bambini, da subito, accettano questo senza difficoltà.

Ora cominciamo:

-L’incontro di oggi avrà la durata di 40 minuti circa, quando saremo prossimialla conclusione vi avviserò e se qualcuno fosse ancora incerto, potrà decidere se prenotarsi per intervenire.

È importante che mi organizzi al fine di contenere il lavoro entro tempi precisi: i bambini hanno una resistenza fisiologica limitata e devo assolutamente evitare che un rito si trasformi in una routine. La ritualità tranquillizza. Spengo le luci, un ambiente più raccolto aiuta.

-Oggi parleremo di come ci si sente quando si viene rifiutati dai compagni di gioco.

Ho visto, nel tempo, che la cosa migliore è annunciare l’argomento quando tutti siamo pronti, come una tavola apparecchiata a festa sulla quale compare un buon piatto profumato ed invitante.

Scelgo l’argomento tra quelli proposti dai bambini stessi in un momento diverso dal “cerchio” o suggerito da me in riferimento alle dinamiche della classe. Non chiedo mai al gruppo quale tema trattare, sarebbe un grosso errore. Il gruppo deve sentirsi “leggero” non gravato da responsabilità di scelta.

-Vi ricordo che ognuno può decidere se parlare o ascoltare: parlare e ascoltare sono entrambe attività importanti. Chi vuol parlare deve prenotarsi alzando la mano. Io scriverò il suo nome. Ricordo anche che non si può rispondere ad un compagno se non ci si prenota. Se si vuole replicare o integrare ciò che ha detto qualcuno è necessario prenotarsi ed intervenire in un secondo tempo.

Questa regola è di estrema importanza perché evita di creare un dibattito a due, ma   soprattutto evita che un dialogo si trasformi in un duello. Spostare in avanti la risposta lascia decantare parte dell’emotività che l’accompagna e le parole diventano più gestibili, efficaci ed utili per tutto il gruppo.

– Bene ora cominciamo . . .

Solitamente molti bambini intervengono e anche più volte: scrivo i loro nomi e soltanto se intuisco che servirà più tempo per ascoltare tutti, avviso che l’argomento potrebbe essere ripreso in un incontro successivo.

F. – Quando voglio giocare con un compagno e lui mi dice di no, mi offendo, ci resto male e me ne vado.

G. -Io quando dico di no a qualcuno glielo spiego così non diventa triste.

S. -Se chiedo di entrare in un gruppo per giocare e mi accettano sono contenta.

L. -Quando dico che non voglio qualcuno è perché so già che si comporterà male e non voglio litigare. R.  vuole sempre comandare invece bisogna mettersi d’accordo.

Sottolineo:

-L. ha esposto il suo pensiero ed ha fatto bene ad esprimerlo, se R. vuole rispondere potrà farlo prenotandosi.

È una delle rare volte, se non l’unica, in cui intervengo durante tutto il lavoro. Metto in atto la sospensione della risposta: chi è chiamato direttamente in causa da un compagno non può rispondere subito. In attesa del suo turno di parola filtra l’impulso della risposta immediata e la trasforma in pensiero. Il mio ruolo, in questo caso, è quello di raccogliere ciò che è stato detto facendo capire a tutti, ma soprattutto al destinatario del giudizio espresso, che quello è soltanto un punto di vista. Inoltre, nominando R. lo prendo in considerazione, lo accolgo e gli ricordo che può sempre intervenire. Non è mio compito valutare ciò che viene detto perché, quando una persona parla chiede soltanto di essere ascoltata. Non devo giudicare o fare ramanzine, non in questo momento, quello che devo fare è semplicemente garantire il diritto di parola a chi vuole esprimersi. La sospensione della risposta spoglia le parole dai toni caldi, dalla rabbia ed ogni bambino viene invitato a comunicare ciò che sente, ciò che prova e quali sono i suoi pensieri in proposito. Il parlare dei propri sentimenti predispone all’ascolto l’interlocutore liberandolo da una posizione difensiva. Il “cerchio” diventa così uno spazio strutturato in cui è possibile lamentarsi esprimendo i propri malumori con pacatezza. La lamentela assume una valenza positiva, produce ascolto interessato e diventa un momento importante per dichiarare al compagno ciò che si vorrebbe da lui. I bambini chiedono direttamente:

-Mi piacerebbe che tu facessi . . .

-Sarei contento se tu . . .

Il lavoro procede in maniera lineare ogni volta sino alla fine: qualche minuto prima avverto che siamo in chiusura.

Scaduto il tempo, rilancio al gruppo alcune parole-chiave scelte tra quelle dette dai bambini, ma senza commentarle. Ora posso farlo perché sono parole lontane da chi le ha pronunciate, parole utili da ricordare senza essere per questo immediatamente associate alla persona che le ha pronunciate.

Con l’esperienza ho capito l’importanza di dare un segno di “chiusura” anche emotiva per aiutare a scaricare piccole tensioni o possibili disagi, come se tracciassimo un grande cerchio finale che ci abbraccia tutti. Chiedo ai bambini, a turno, di dire una parola che corrisponda al loro stato d’animo. A volte un colore o il nome di un fiore col quale identificare il lavoro svolto. Una parola è sufficiente, è un distillato in cui ognuno si identifica in quel momento. Decido io da chi inizia il giro, li chiamo uno ad uno. Chi non vuole parlare può non farlo. Anch’io dico la parola magica quando il giro mi tocca.

Di tanto in tanto, a fine incontro, – soprattutto quando il lavoro è riuscito particolarmente bene e si è creato un ottimo clima – ricordo alla classe che il “cerchio” è un’attività speciale, che non tutti i bambini hanno l’opportunità di sperimentare a scuola e che aiuta a . . .  di volta in volta evidenzio un aspetto importante che sia ben compreso dalla classe (vedi “suggerimenti”).

-Per oggi questo lavoro è concluso.

Sistemiamo i banchi al loro posto o ritorniamo nella nostra aula.

Considerazioni

Queste indicazioni, esposte una di seguito all’altra, possono sembrare troppo severe, ma è una rigidità soltanto apparente. Col tempo, le regole diventano l’ossatura portante del lavoro e si configurano in maniera naturale. Il fissare ogni volta il giorno, l’ora, la disposizione, le modalità di introduzione, di intervento e la conclusione, permette al gruppo di concentrarsi su ciò che accadrà durante la conversazione e di liberarsi da motivi di ansia e di distrazione.

Gli incontri, organizzati una volta la settimana, tutte le settimane dell’anno scolastico, per circa trenta settimane all’ anno, per cinque anni, diventano veramente una pratica di vita.

Se insegnare significa “lasciare un segno” di questo lavoro qualcosa resterà sicuramente nel cuore e nella mente di tutti.

“Suggerimenti” per presentare di volta in volta alla classe, in maniera semplice, gli aspetti positivi del “cerchio”.

Questo progetto vi aiuta a:

·      conoscervi un po’ di più. Dovrete e dovremo vivere insieme mille giorni

·      avere più fiducia in voi stessi

·      capire quali sono le emozioni che si vivono di volta in volta

·      dare un nome ai vostri sentimenti

·      capire che non basta volersi bene ma che è altrettanto importante dirselo

·      confrontarvi con i compagni e scoprire che anche loro possono provare le stesse emozioni

·      esprimervi in maniera che gli altri vi capiscano

·      allenarvi all’ascolto

·      essere curiosi per ciò che possono dire gli altri: ogni volta è una piccola sorpresa e la sorpresa mette in moto le emozioni

·      imparare a gestire meglio i litigi con i compagni

·      vivere la vita di gruppo in maniera più ricca

·      sapere attendere con tranquillità il proprio turno di parola senza voler prevaricare

·      creare relazioni più sane che vi aiutino a crescere

·      parlare serenamente perché sapete che non siete giudicati per quello che dite

·      copiare dai compagni gli atteggiamenti positivi che vi piacciono

·      accogliere, in maniera diversa, nuovi bambini che arrivano in classe.

Sommario del libro

Prefazione

Il primo giorno di scuola

La bacchetta fiorita

Il tempo del cerchio

Arricchiamo il testo

Il voto non sono io

La tv di cartone

Ascolto e disegno

Che bello questo incarico

Il gruppo di lavoro

La macchina elettorale

Il cappottino gentile

Teatro: entrare nel personaggio

A chi consiglio questo libro

Mamme sarte

Mamme e papà cantanti

In gita con l’oroscopo

La storia e il teatro

Maestra, cosa faccio?

Il piatto ride

I colloqui con le famiglie

Un intervallo tutto nostro

Gli ospiti del “Fondo Ostie”

Nonni speciali

Conclusione

Prefazione

Ho conosciuto Maura quando già era maestra. O meglio, ci eravamo conosciuti in gioventù, ma le ero solo passato accanto e, a me, era rimasto il desiderio.

Vinto il concorso a Milano nel 1971, aveva poi insegnato in varie scuole del capoluogo e della provincia. Dopo 19 anni, aveva chiesto il trasferimento a Mantova. Anni fa l’essere maestra suscitava ancora compiacenza e riconoscimento. Lei non ostentava quel titolo, ma si sentiva che era a suo agio nel presentarsi, nel portarlo, come si indossa un cappotto che calza a pennello. Il mondo dell’insegnamento le apparteneva e anche questo ha giocato la sua parte nell’attrarmi. Prima di lei il mondo scolastico ed educativo lo avevo immaginato fondato su alcuni modelli, Socrate, Abramo Lincoln attraverso la lettera all’insegnante di suo figlio, don Lorenzo Milani.

Con Maura ho scoperto il dietro le quinte e udito il ronzio delle api operaie. Ho anche compreso il concetto di “formazione continua”, ovvero, dopo la lezione al mattino con gli allievi cominciava il bello. Pomeriggi, sabati, domeniche dedicati allo studio, alle correzioni e preparazione delle lezioni, partendo dalle idee e arrivando a fare fotocopie, incollare scatoloni e confezionare bacchette magiche.

Qualcosa di forte la motivava. Certamente il dovere statale, lo svolgere bene il programma ministeriale, ma c’era dell’altro. Non saprei spiegare altrimenti l’entusiasmo di 38 anni vissuti in mezzo ai bambini e alle bambine, per ore e ore tutti i giorni, con la consapevolezza di doverli accompagnare tutti ad avere le conoscenze di base, a imparare a utilizzare gli strumenti per apprendere, ad acquisire la passione per le lettere e per i numeri e, piano piano, per la storia, la musica, l’arte, la natura e tutto il resto non meno importante. Spesso mi ha ripetuto che quei primi cinque anni sui banchi sono fondamentali per far crescere la pianta diritta e sana. Ha cercato negli anni tutte le leve immaginabili per far scattare in ogni bambino la curiosità, la meraviglia, per provare la gioia e il divertimento a scuola, per farli sentire accolti e non giudicati, per dare un senso all’empatia come la si studia sui libroni. Ma non solo. C’erano anche autodifesa e i trucchi per evitare stress, voci alte e musi lunghi. Il benessere dei bambini nasce dal benessere degli insegnanti. E posso dire che ci siamo fatti delle belle risate quando le venivano nuove idee e immaginavamo come sarebbero state accolte, o quando tornava e le brillavano gli occhi perché lo “spettacolo” era riuscito anche quella mattina. Perché Maura, se devo dirla tutta, è un’attrice, e sa muoversi sulla scena anche se questa è un’aula della scuola Pomponazzo. Ho fatto quello che ho potuto per risponderle quando mi chiedeva un parere o un consiglio, e non essendo un tecnico mi sono affidato al buon senso e al rasoio di Occam. Così anche io ho imparato tanto da lei.

E anche l’ultimo atto ho apprezzato. Quando ha sentito che le pile si stavano esaurendo ha salutato tutti, senza drammi e rammarico.

Luciano

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