Bosnia-Erzegovina. Il laboratorio impossibile

Argomenti: storia dei Balcani – una strana Costituzione – il genocidio di Srebrenica

Questo articolo è il secondo di una serie dedicata a Sarajevo e all’area dei Balcani. Il primo — Sarajevo e i Balcani – La situazione attuale. Il passato sempre presente — ha percorso la storia della regione dall’attentato del 1914 alla dissoluzione della Jugoslavia, il dopo Tito fino alla competizione geopolitica tra Russia e Cina. Alcune questioni, per ragioni di spazio e di ritmo narrativo, sono rimaste in ombra nel primo articolo. Questo secondo articolo le affronta direttamente: la struttura istituzionale della Bosnia-Erzegovina, la peculiarità della sua forma di governo, la questione dell’identità plurale, il genocidio di Srebrenica, l’Islam europeo di Bosnia, e la domanda più ambiziosa — se questo Paese, con tutte le sue contraddizioni, possa offrire qualcosa al pensiero politico contemporaneo.

I. Un Paese che non dovrebbe esistere — e invece esiste

C’è una frase che gli studiosi di scienze politiche ripetono quando devono spiegare la Bosnia-Erzegovina agli studenti: “È uno Stato che non dovrebbe funzionare, e in effetti non funziona benissimo — ma esiste, e resistere è già un risultato straordinario.” È una battuta, ma contiene una verità.

La Bosnia-Erzegovina è uno Stato composto da tre popoli costitutivi — i bosgnacchi, ossia i musulmani di Bosnia, i serbi ortodossi e i croati cattolici — che non hanno scelto di stare insieme dopo la guerra, ma che la comunità internazionale ha deciso di tenere insieme con gli Accordi di Dayton del 1995. Un Paese nato non da un patto fondativo condiviso, ma da un cessate il fuoco.

Questo è il primo paradosso da tenere a mente: in quasi tutti gli Stati moderni, l’identità nazionale precede o accompagna la costruzione dello Stato. In Bosnia è il contrario. Lo Stato — nella forma attuale — è stato imposto prima che le ferite della guerra si rimarginassero, prima che le società avessero elaborato il trauma, prima che le tre comunità si fossero date una risposta comune alla domanda: vogliamo davvero stare insieme?

La risposta a quella domanda, trent’anni dopo, è ancora sospesa. E tuttavia Sarajevo esiste, la Bosnia funziona — male, lentamente, tra mille contraddizioni — e i suoi cittadini vanno al mercato, mandano i figli a scuola, si incontrano nei caffè. La coesistenza, che non è la stessa cosa della riconciliazione — la quale richiede verità riconosciuta, giustizia e memoria condivisa — è una pratica quotidiana ostinata. Questo non è poco. In altre parti del mondo, conflitti simili hanno prodotto pulizie etniche completate, partizioni definitive, guerre senza fine.

II. La Costituzione più strana d’Europa

La struttura istituzionale della Bosnia-Erzegovina è unica al mondo, e per comprenderla occorre un po’ di pazienza. Non è un’anomalia burocratica: è la materializzazione politica di un compromesso tra popoli che si erano appena fatti la guerra, mediato dalla diplomazia internazionale in ventuno giorni di negoziati serrati a Dayton, Ohio, nel novembre 1995.

Lo Stato è composto da due entità — termine tecnico del diritto costituzionale bosniaco, che indica unità territoriali dotate di ampia autonomia senza essere Stati sovrani — la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (abitata prevalentemente da bosgnacchi e croati) e la Republika Srpska (a maggioranza serba). Vi è poi il Distretto di Brčko, una piccola area nel nord-est del Paese con uno statuto speciale di autogoverno, che non appartiene a nessuna delle due entità ed è sotto supervisione internazionale diretta.

Al vertice dello Stato c’è una Presidenza collegiale tripartita — un organo, cioè, formato da tre presidenti contemporaneamente in carica, uno per ciascun popolo costitutivo, eletti direttamente dai cittadini. Il bosgnacco e il croato vengono eletti nella Federazione; il serbo nella Republika Srpska. La presidenza ruota: ogni otto mesi uno dei tre membri assume la funzione di presidente di turno. Le decisioni si prendono per consenso, ma ciascun membro può invocare il veto per interesse vitale — un meccanismo di blocco che consente a qualsiasi dei tre di fermare una delibera che ritenga dannosa per il proprio popolo. Il risultato è che le decisioni strategiche vengono spesso paralizzate, e le riforme urgenti restano in attesa da anni.

Il Parlamento è bicamerale: la Camera dei Rappresentanti e la Camera dei Popoli. Quest’ultima — dove siedono cinque delegati per ciascun popolo costitutivo — è lo strumento principale di tutela delle minoranze, ma anche il principale ingranaggio che inceppa la macchina legislativa, perché ogni gruppo può bloccare le leggi che considera lesive del proprio interesse vitale.

Nel 2009 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza storica nel caso Sejdić e Finci — che prende il nome da Jakob Finci, ebreo, e Dervo Sejdić, rom, entrambi cittadini bosniaci che non si identificano con nessuno dei tre popoli costitutivi e che per questo non possono candidarsi alla Camera dei Popoli né alla Presidenza. La Corte ha accertato che la Costituzione bosniaca contrasta con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, perché discriminatoria verso chi non è bosgnacco, serbo o croato. La sentenza è passata in giudicato. Sedici anni dopo, non è stata ancora applicata. Le istituzioni bosniache continuano a funzionare sulla base di una Costituzione che la più alta Corte europea ha dichiarato incostituzionale rispetto ai diritti fondamentali.

Questo è il paradosso di Dayton in miniatura: un accordo che ha fermato la guerra ma che ha costruito le sue istituzioni sull’identità etnica come categoria politica fondamentale, incentivando i partiti nazionalisti a perpetuare la divisione, perché la divisione è la loro ragione d’essere.

III. L’Alto Rappresentante: un proconsole nel cuore d’Europa

Tra le peculiarità della Bosnia-Erzegovina c’è una figura quasi unica nel mondo contemporaneo: l’Alto Rappresentante della comunità internazionale — una sorta di governatore civile nominato dal Consiglio per l’implementazione della pace, un organismo creato dagli Accordi di Dayton che riunisce i principali Paesi e organizzazioni internazionali coinvolti nel processo di pace bosniaco.

L’Alto Rappresentante non è un funzionario eletto dai bosniaci. Non risponde al Parlamento bosniaco. Non può essere rimosso dal governo bosniaco. Ha però il potere, conferito dai Poteri di Bonn — così chiamati perché furono formalizzati alla conferenza di Bonn del 1997 — di imporre leggi per decreto e di rimuovere funzionari eletti dalla carica, inclusi ministri e presidenti di entità, se ritiene che stiano ostacolando l’implementazione degli Accordi di Dayton o minacciando la stabilità del Paese. È una forma di potere esecutivo straordinario che non ha equivalenti in nessuno Stato europeo democratico.

Questi poteri sono stati usati decine di volte. Nel 2004 l’Alto Rappresentante Paddy Ashdown rimosse sessanta funzionari serbo-bosniaci che ostacolavano la cooperazione con il Tribunale penale internazionale dell’Aia. Nel 2006 impose la legge sulla trasmissione radiotelevisiva. Negli anni Duemila furono rimossi sindaci, ministri, giudici. Il dibattito su questa figura divide i giuristi e i politologi: per alcuni è una necessità imposta dalla fragilità delle istituzioni bosniache e dalla mala fede di una parte delle élite politiche; per altri è un’anomalia democratica che ha finito per infantilizzare la classe politica locale, abituata a sapere che qualcuno dall’esterno avrebbe risolto le crisi più acute.

Nel 2026 l’Alto Rappresentante è ancora in carica. La sua esistenza, a trent’anni dalla fine della guerra, è di per sé una diagnosi: la Bosnia non è ancora considerata abbastanza stabile da poter fare a meno di una tutela internazionale. Eppure, la sua presenza è anche uno degli ostacoli simbolici all’integrazione europea: l’Unione Europea non può accogliere uno Stato che non governa pienamente sé stesso.

IV. Dodik e il gioco della secessione permanente

Per capire la politica bosniaca degli ultimi vent’anni è impossibile non fermarsi su Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska e figura dominante del panorama politico serbo-bosniaco. Dodik è il leader dell’SNSD — Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti, il nome è fuorviante: non ha nulla di socialdemocratico nel senso classico del termine — ed è l’esponente più visibile di una linea politica che mette sistematicamente in discussione la legittimità dello Stato bosniaco.

Dodik non chiede formalmente la secessione. Gioca un gioco più sofisticato e più pericoloso: evoca continuamente la possibilità dell’indipendenza o dell’unione con la Serbia, senza mai renderla una proposta formale e definitiva. Mette in discussione la competenza delle istituzioni statali bosniache, nega la giurisdizione della Corte Costituzionale, ha avviato iter per ritirare la Republika Srpska dall’esercito comune e dalla struttura fiscale condivisa. Ha dichiarato pubblicamente che Srebrenica non fu un genocidio — una posizione in aperto contrasto con le sentenze dei tribunali internazionali.

Questo gioco ha una logica precisa. Finché la Republika Srpska resta formalmente dentro la Bosnia ma funziona come uno Stato quasi indipendente, Dodik mantiene tutto il potere di un leader nazionale senza dover affrontare le conseguenze diplomatiche e giuridiche di una vera dichiarazione di secessione. È una destabilizzazione controllata: abbastanza da tenere la Bosnia bloccata, non abbastanza da provocare un intervento internazionale risolutivo.

Mosca è il principale sponsor di questa strategia. Dodik ha incontrato Putin più volte, ha sostenuto pubblicamente la posizione russa sull’Ucraina, e si è opposto alle sanzioni europee contro la Russia. In cambio, la Russia usa il Kosovo e la Bosnia come argomenti retorici contro l’ordine internazionale occidentale: “Se l’Occidente ha permesso l’autodeterminazione in Kosovo, perché non dovrebbe valere anche per i serbi di Bosnia?” È un argomento sofistico — le situazioni non sono comparabili per cause, contesto e diritto internazionale — ma efficace nella propaganda.

Nel 2022 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni personali a Dodik per le sue azioni destabilizzanti. L’Unione Europea ha seguito con misure proprie. Dodik ha continuato. Il che pone una domanda scomoda: se le sanzioni internazionali non bastano a fermare un leader che controlla un’entità di quasi 1,3 milioni di persone con risorse proprie e appoggio russo, qual è lo strumento disponibile? La risposta onesta è che nessuno lo sa ancora con certezza.

V. Bosgnacchi, serbi, croati: tre identità dentro uno Stato

Una delle confusioni più comuni quando si parla di Bosnia è quella tra cittadinanza e identità nazionale — due categorie che nella tradizione dello Stato-nazione tendono a coincidere, ma che in Bosnia sono quasi sempre distinte.

Un serbo che vive a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, ha la cittadinanza bosniaca — ossia il passaporto dello Stato di Bosnia-Erzegovina — ma la sua identità nazionale è serba. Si sente parte della nazione serba, segue la politica di Belgrado, tifa per la Nazionale serba di calcio, ha parenti in Serbia. È un po’ come i tedeschi dell’Austria: parlano la stessa lingua, condividono molta storia, appartengono alla stessa tradizione culturale, ma sono cittadini di due Stati diversi. Nel caso serbo, il legame è ancora più denso, perché la separazione non è secolare ma è avvenuta con la violenza, trent’anni fa, nel corso di vite ancora vive.

I bosgnacchi — i musulmani di Bosnia — sono spesso la categoria più fraintesa. Non arrivarono dall’esterno: sono discendenti degli slavi meridionali che si convertirono all’Islam durante il periodo ottomano, tra il XV e il XIX secolo. Parlano la stessa lingua dei serbi e dei croati, con varianti dialettali minime. Abitano il territorio bosniaco da secoli. La loro identità nazionale è distinta, ma non ha nulla di “straniero” rispetto agli altri popoli della Bosnia. Il termine bosgnacco — in bosniaco Bošnjak — fu adottato ufficialmente negli anni Novanta proprio per distinguere l’identità nazionale dall’appartenenza religiosa: si può essere bosgnacchi atei o non praticanti, così come si può essere serbi ortodossi non credenti.

Le scuole bosniache sono forse il termometro più preciso dello stato della convivenza. In molte città esiste il fenomeno delle “due scuole sotto uno stesso tetto”: bambini serbi e bosgnacchi che frequentano lo stesso edificio scolastico ma entrano da porte diverse, seguono programmi diversi, studiano su libri di testo diversi — con versioni divergenti della storia recente — e non si incontrano quasi mai. Non è apartheid formale: è la cristallizzazione istituzionale della divisione etnica, costruita e mantenuta dai partiti nazionalisti che hanno interesse a perpetuare comunità separate, perché le comunità separate votano in blocco.

Eppure, a Sarajevo come a Mostar, esistono matrimoni misti, amicizie che attraversano i confini etnici, luoghi comuni — i caffè, i mercati, i concerti — dove la coesistenza è una pratica quotidiana silenziosa. Non è sufficiente per parlare di riconciliazione. È però sufficiente per dire che la separazione non è totale, e che una generazione nata dopo la guerra sta costruendo, lentamente, un’esperienza della Bosnia che non coincide con quella dei padri.

VI. L’Islam europeo di Bosnia: né esotico né fondamentalista

L’Islam bosniaco è una delle realtà più originali e meno conosciute del panorama religioso europeo. Non è un Islam importato: è nato e si è formato dentro l’Europa, sotto l’Impero Ottomano, poi sotto l’Impero Austro-Ungarico, poi sotto il socialismo yugoslavo. Ha assorbito secoli di convivenza con il cattolicesimo e l’ortodossia, di contaminazione culturale, di secolarizzazione. Il risultato è una tradizione islamica profondamente radicata ma strutturalmente diversa dall’Islam del Medio Oriente o del Maghreb.

La Comunità Islamica di Bosnia-Erzegovina è un’istituzione autonoma con radici che risalgono al periodo ottomano, riformata e consolidata nel corso dei decenni. Ha una propria struttura gerarchica, le proprie scuole teologiche, la propria rivista. Ha sempre mantenuto una linea teologica moderata, legata alla tradizione hanafita — una delle quattro scuole giuridiche principali dell’Islam sunnita, storicamente associata a un approccio più flessibile e contestualizzato all’interpretazione della legge islamica. L’Islam bosniaco è tradizionalmente tollerante del sufismo, delle pratiche locali, della musica sacra. Le donne in molte famiglie bosniache non portano il velo.

La guerra degli anni Novanta ha introdotto una perturbazione. Tra il 1992 e il 1995, migliaia di volontari provenienti dal mondo arabo arrivarono in Bosnia per combattere al fianco dei bosgnacchi, portando con sé un Islam wahhabita — una corrente teologica rigida, purista, diffusa soprattutto dall’Arabia Saudita, che rifiuta le tradizioni locali e le pratiche non strettamente coraniche. Alcuni di questi combattenti si stabilirono in Bosnia dopo la guerra, e nelle zone rurali delle aree centrali del Paese sorsero comunità con pratiche religiose estranee alla tradizione locale: donne completamente velate, rifiuto della musica, separazione dei sessi.

Quanto questo fenomeno sia reale e quanto sia gonfiato dai media e dai servizi di sicurezza occidentali è difficile da stabilire con certezza. I ricercatori che lo hanno studiato con più rigore tendono a concludere che la presenza wahhabita in Bosnia è marginale, monitorata e non rappresentativa della comunità islamica nel suo insieme. La Comunità Islamica ha attivamente contrastato le infiltrazioni wahhabite, e i bosgnacchi in media si identificano con un Islam aperto, europeo, incompatibile con le versioni fondamentaliste.

Rimane però una domanda aperta: in un contesto di povertà, frustrazione e marginalizzazione come quello di alcuni quartieri bosniaci, quanto a lungo l’Islam tradizionale riesce a reggere la concorrenza di messaggi più radicali? È una domanda che vale per la Bosnia, ma anche per molte periferie europee. In questo senso, la Bosnia non è un’eccezione esotica: è uno specchio anticipato di tensioni che l’Europa sta affrontando anche altrove.

VII. Srebrenica: il genocidio che non si può non nominare

Il primo articolo ha menzionato Srebrenica. Questo articolo le dedica uno spazio più ampio, perché Srebrenica non è solo un fatto storico: è una ferita aperta nella coscienza europea, un punto di verità che non si può aggirare se si vuole capire perché la Bosnia è quello che è.

Nel luglio 1995, le forze dell’Esercito della Republika Srpska, sotto il comando del generale Ratko Mladić, entrarono nell’enclave di Srebrenica — una città dichiarata “area protetta” dalle Nazioni Unite, presidiata da un contingente di caschi blu olandesi, la Dutchbat. In pochi giorni, tra l’11 e il 17 luglio, oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi — dai dodici ai settant’anni — furono separati dalle donne, deportati e fucilati in esecuzioni di massa. I corpi furono sepolti in fosse comuni, poi riesumati e spostati in fosse secondarie per ostacolare le identificazioni.

I caschi blu olandesi non intervennero. La base ONU di Potočari — dove si erano rifugiati migliaia di civili — fu abbandonata alle forze di Mladić. Le donne e i bambini furono deportati. Gli uomini in età da combattimento furono portati via. I soldati olandesi assistettero alle separazioni senza opporsi efficacemente, in parte per mancanza di ordini chiari, in parte per la consapevolezza che un intervento militare senza supporto aereo avrebbe significato il loro stesso massacro.

Nel 2004 il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia ha definito gli eventi di Srebrenica genocidio — cioè sterminio sistematico di un gruppo umano con l’intenzione di distruggerlo in quanto tale. Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato questa qualificazione. Radovan Karadžić, presidente della Republika Srpska durante la guerra, è stato condannato all’ergastolo. Ratko Mladić, il comandante militare, è stato condannato all’ergastolo.

Eppure, la Republika Srpska nega ancora. La sua Assemblea nazionale ha adottato risoluzioni che contestano la qualificazione di genocidio. Dodik ha definito Srebrenica “una bugia fabbricata dall’Occidente”. Nel 2024 le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata internazionale di commemorazione del genocidio di Srebrenica — il 23 maggio — con una risoluzione contro cui Russia e Cina hanno posto il veto.

Il negazionismo di Srebrenica non è ignoranza storica: è una scelta politica consapevole. Riconoscere il genocidio significherebbe riconoscere la responsabilità delle istituzioni della Republika Srpska — che non è lo stesso che caricare ogni serbo di una responsabilità collettiva — e quindi mettere in discussione la legittimità morale del progetto politico che Dodik rappresenta. Finché il negazionismo è politicamente conveniente, non verrà abbandonato.

Questo è il nodo più duro della Bosnia. Non ci può essere riconciliazione senza verità condivisa. Non ci può essere verità condivisa se una parte degli attori politici ha interesse a negare i fatti. E non ci può essere un futuro comune se il passato resta una guerra anche nella memoria. Srebrenica non è solo storia: è la domanda su cosa la Bosnia voglia essere.

VIII. Sarajevo come metafora: la convivenza è una pratica, non un principio

Dopo il viaggio nella complessità istituzionale, nella politica di Dodik, nel genocidio di Srebrenica, tornare a Sarajevo è necessario. Perché Sarajevo è l’argomento più forte contro il pessimismo.

La città ha un centro storico che si cammina a piedi in venti minuti: in quel raggio si trovano la moschea di Gazi Husrev-beg, costruita nel XVI secolo dagli ottomani; la Cattedrale del Sacro Cuore, cattolica; la Cattedrale della Natività di Cristo, ortodossa; la Sinagoga Sefardita, una delle più antiche d’Europa. Non è un museo del pluralismo: è una città viva. I fedeli di queste quattro tradizioni abitano gli stessi quartieri, lavorano negli stessi uffici, siedono agli stessi bar.

La Biblioteca Nazionale — il Vijećnica, il palazzo in stile moresco costruito dagli austriaci alla fine dell’Ottocento — fu incendiata il 25 agosto 1992 dalle forze serbo-bosniache. Bruciarono milioni di libri, manoscritti, documenti d’archivio. Non fu un danno collaterale: fu un atto deliberato di distruzione culturale, un tentativo di cancellare la memoria plurale della città. Oggi il Vijećnica è stato restaurato ed è aperto al pubblico. Non è una vittoria retorica: è una scelta di ricostruzione consapevole, che dice qualcosa sulla volontà della città di esistere come era.

Il mercato di Markale è il luogo dove, il 5 febbraio 1994, un colpo di mortaio sparato dalle postazioni serbo-bosniache sulle colline uccise 68 persone e ne ferì oltre 140. Oggi è di nuovo un mercato. La gente ci compra le verdure. Ci sono ancora delle lapidi. Accanto alle lapidi ci sono i banchi dei venditori. Questa coesistenza tra memoria e vita quotidiana — il dolore che non impedisce il pane — è forse la cosa più autentica che Sarajevo ha da insegnare.

La generazione nata dopo la guerra — quelli che hanno tra i venti e i trent’anni nel 2026 — è la prima a non avere memoria diretta dell’assedio. Per loro Sarajevo non è solo la città che ha resistito: è la città in cui vivono, dove cercano lavoro, dove vogliono un futuro. Molti di loro emigrano, perché l’economia bosniaca non offre abbastanza. Quelli che restano portano una Bosnia diversa da quella dei padri: meno ossessionata dall’identità etnica, più interessata alle opportunità concrete. Non è una garanzia. Ma è un segnale.

IX. La Bosnia come laboratorio geopolitico: un modello esportabile?

La domanda più ambiziosa — e la più rischiosa — è se la Bosnia-Erzegovina possa offrire qualcosa al pensiero politico e geopolitico contemporaneo. Non come modello da replicare, ma come caso-studio da cui estrarre lezioni.

Il tentativo bosniaco ha prodotto una forma di governo che possiamo chiamare democrazia consociativa — un modello teorizzato dal politologo olandese Arend Lijphart negli anni Sessanta e Settanta, che indica quei sistemi in cui il potere è condiviso tra i gruppi di una società plurale attraverso meccanismi istituzionali di rappresentanza garantita, veto e autonomia. Lijphart aveva in mente paesi come Belgio, Olanda e Svizzera. La Bosnia ne è l’applicazione più estrema e più tormentata.

Il Libano è forse il caso più simile: un sistema confessionale in cui i principali gruppi religiosi — maroniti, sunniti, sciiti — si dividono le cariche dello Stato secondo una formula fissa, che risale al Patto nazionale del 1943. Il Libano ha prodotto decenni di guerra civile, corruzione strutturale e, nel 2020, il collasso economico più devastante della storia recente. È un avvertimento severo sugli esiti possibili della democrazia consociativa quando il sistema non è sorretto da istituzioni robuste e da una classe politica almeno minimamente responsabile.

La Macedonia del Nord è un caso più incoraggiante: dopo la guerra civile del 2001 tra la maggioranza macedone e la minoranza albanese, l’Accordo di Ohrid ha costruito un sistema di condivisione del potere che ha retto, sia pur con difficoltà. Il Kosovo, se mai arriverà a uno status definitivo, dovrà probabilmente costruire qualcosa di simile per garantire la minoranza serba del nord.

Cosa funziona del modello bosniaco, e cosa no? Funziona — nei limiti del possibile — la garanzia della rappresentanza: nessun gruppo è escluso dalle istituzioni. Funziona la prevenzione della violenza: dagli Accordi di Dayton a oggi, la Bosnia non ha conosciuto conflitti armati. Non funziona l’efficienza istituzionale: il Paese ha quattordici governi — uno statale, due di entità, dieci cantonali e quello del Distretto di Brčko — per meno di quattro milioni di abitanti, con una spesa pubblica per la burocrazia che assorbe risorse enormi. Non funziona la responsabilità politica: i meccanismi di veto etnico consentono a qualsiasi gruppo di bloccare qualsiasi riforma, rendendo la politica un gioco di ostruzione reciproca più che di costruzione comune.

Eppure, la lezione bosniaca non è solo negativa. È la prova che la convivenza non richiede l’assenza di conflitto, ma la sua istituzionalizzazione. Che popoli che si sono fatti una guerra possono coesistere in uno Stato comune, se le istituzioni garantiscono che nessuno prevalga sull’altro. Che la pace è un processo, non un evento. E che la riconciliazione — più lenta della pace, più difficile della coesistenza — richiede verità, giustizia e tempo, in quest’ordine.

In un mondo in cui i conflitti identitari, etnici e religiosi sono in aumento — dal Caucaso al Sahel, dai Balcani alle tensioni interne di molte democrazie occidentali — la Bosnia è un laboratorio imperfetto ma reale di qualcosa che il pensiero politico non ha ancora saputo costruire altrove: uno Stato plurale che sopravvive a sé stesso.

Conclusione: la domanda aperta

La Bosnia-Erzegovina è uno Stato che sfida le categorie. Non è uno Stato-nazione nel senso classico — un popolo, un territorio, uno Stato. Non è una federazione nel senso svizzero o tedesco — istituzioni forti, identità condivisa, storia comune elaborata. Non è un protettorato internazionale, anche se per trent’anni ha avuto qualcosa che ci somigliava. È qualcosa di diverso: un esperimento in corso, fragile, contraddittorio, che dura da più tempo di quanto molti osservatori avessero previsto.

Il futuro della Bosnia dipende da tre variabili che nessuno controlla pienamente. La prima è la volontà delle élite politiche locali di scegliere il futuro dello Stato comune invece del profitto a breve termine della divisione etnica. La seconda è la credibilità dell’integrazione europea: se l’UE offrirà una prospettiva concreta di adesione — con le riforme che essa richiede, compresa quella costituzionale imposta dalla sentenza Sejdić e Finci — sarà un incentivo potente verso la normalizzazione. Se l’allargamento resterà una promessa vuota, le alternative — la deriva verso Mosca, il rafforzamento di Dodik, la cristallizzazione della divisione — si faranno più probabili. La terza è la capacità della società civile, delle nuove generazioni, di costruire dal basso una Bosnia che le istituzioni non riescono a costruire dall’alto.

Nessuna di queste variabili garantisce un esito positivo. Ma nessuna esclude che sia possibile. E in questo, la Bosnia è forse più simile all’Europa di quanto l’Europa voglia ammettere: un progetto incompiuto, sorretto più dalla necessità di stare insieme che dall’entusiasmo del farlo, ma che ha resistito — e resistendo, ha dimostrato che resistere è già qualcosa.

La “Gerusalemme d’Europa” non è una metafora nostalgica. È una domanda rivolta al futuro: cosa siamo disposti a fare per tenere insieme ciò che la storia ha tentato di distruggere?

Giustizia e libertà sempre e per tutti

Articolo ultimato il 29 giugno 2026.

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