Sarajevo e i Balcani

Argomenti: storia – la scintilla per la Prima guerra mondiale – la Jugoslavia – Tito – il Kosovo – Russia e Cina

I. La polveriera d’Europa: Sarajevo e i Balcani prima del 1914

Sarajevo è una città che porta la storia addosso come poche altre al mondo. Stretta nella valle del fiume Miljacka, circondata dalle Alpi Dinariche, ha conosciuto per secoli il passaggio e la sovrapposizione di civiltà, lingue, religioni e imperi. Per questo è stata chiamata la “Gerusalemme d’Europa”: nel raggio di poche centinaia di metri si trovano moschee ottomane, chiese cattoliche, chiese ortodosse e sinagoghe sefardite. Non è una metafora architettonica: è la materializzazione di una storia plurale, spesso convissuta, talvolta sofferta.

Per capire Sarajevo bisogna però capire i Balcani, e per capire i Balcani bisogna accettare una premessa scomoda: questa regione non è stata, nei secoli, un territorio di barbarie ininterrotta. È stata invece uno spazio di sovrapposizioni imperiali che hanno lasciato tracce profonde, spesso contraddittorie, nelle identità dei popoli che vi abitano.

Dall’orbita dell’Impero Romano d’Oriente — che esercitò la sua influenza sui Balcani fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 — all’Impero Ottomano, che controllò la Bosnia per quasi quattro secoli, dal 1463 al 1878 — e infine all’Impero Austro-Ungarico, che la amministrò dal 1878 e la annesse formalmente nel 1908: la Bosnia-Erzegovina è stata sempre una regione di frontiera, un punto di contatto e di frizione tra mondi diversi. L’Islam vi era arrivato con gli ottomani e aveva messo radici solide, non come imposizione violenta uniforme, ma come scelta di parte della popolazione locale, che vi aveva trovato anche vantaggi sociali e fiscali. L’eredità ottomana è ancora visibile nel quartiere di Baščaršija, il cuore antico di Sarajevo, con i suoi han — le locande dei mercanti — e i suoi artigiani. Un’eredità che non è esotismo: è storia.

La “polveriera” non era una metafora

Quando gli storici e i diplomatici del primo Novecento definivano i Balcani “la polveriera d’Europa”, non usavano una metafora retorica. Descrivevano una situazione strutturale. Tre grandi imperi — ottomano, austro-ungarico e russo — si contendevano la regione, ciascuno con interessi diversi: l’Impero Ottomano cercava di frenare il proprio declino secolare; l’Impero Austro-Ungarico cercava di espandersi verso il Mediterraneo; la Russia zarista rivendicava un ruolo di protezione degli slavi ortodossi — e con esso l’accesso agli stretti del Bosforo.

In questo quadro la Serbia, divenuta indipendente dall’Impero Ottomano nel 1878, si era posta come polo di attrazione del panslavismo balcanico, con l’ambizione di riunire i popoli slavi del sud sotto un’unica bandiera. L’annessione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina nel 1908 — percepita da Belgrado come una sottrazione di territorio che avrebbe dovuto fare parte della Grande Serbia — aveva acuito le tensioni al punto di rottura. Le due guerre balcaniche del 1912 e 1913 ne avevano ulteriormente ridisegnato le fratture.

Il 28 giugno 1914: la scintilla

In questo clima, il 28 giugno 1914 è insieme data e simbolo. L’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, arriva in visita ufficiale a Sarajevo con la moglie Sofia Chotek. La data scelta — il giorno di San Vito, Vidovdan — non è neutra: commemorava la battaglia del Kosovo del 1389, in cui i serbi avevano subito la sconfitta contro gli ottomani, una ferita fondativa della memoria nazionale serba. Molti a Belgrado la considerarono una provocazione deliberata.

Gavrilo Princip, un giovane nazionalista serbo-bosniaco di umili origini legato alla rete clandestina Mlada Bosna — la “Giovane Bosnia” — spara e uccide l’arciduca e la moglie. È il casus belli che innesca il sistema di alleanze europeo, trasformando quello che avrebbe potuto essere un conflitto regionale nella Prima guerra mondiale. Un diciannovenne e una pistola cambiano la storia del mondo.

Occorre però essere precisi: Princip fu la scintilla, non il combustibile. Il combustibile erano decenni di tensioni irrisolte, di nazionalismi in ebollizione, di corsa agli armamenti, di alleanze rigide che non lasciavano margine alla diplomazia. Come diranno poi molti storici: se non fosse stata quella pistola, a Sarajevo, ce ne sarebbe stata un’altra altrove. La struttura era pronta all’esplosione.

II. Cosa è stata davvero la Jugoslavia

Per capire le guerre degli anni Novanta e l’assedio di Sarajevo è indispensabile capire la Jugoslavia. Non la caricatura della Jugoslavia — il “blocco monolitico comunista” o la “prigione dei popoli” o, all’opposto, il “paradiso socialista” — ma la realtà storica nella sua complessità.

La prima Jugoslavia: un’unione difficile (1918-1941)

L’idea di uno Stato degli Slavi del Sud nasce nel XIX secolo come progetto culturale e politico, ma si concretizza solo nel 1918, dopo il crollo dell’Impero Austro-Ungarico. Nasce come Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi rinominato Regno di Jugoslavia nel 1929. Fin dall’inizio è percorso da tensioni interne profonde: i croati e gli sloveni, abituati a una certa autonomia sotto l’Impero austro-ungarico, temono il predominio serbo; i serbi, che hanno pagato un prezzo enorme nella Prima guerra mondiale, rivendicano un ruolo guida.

Non è uno Stato nato da pressioni esterne o accordi calati dall’alto: nasce dalla scelta dei rappresentanti politici dei popoli slavo-meridionali. Ma questa scelta porta in sé le sue contraddizioni. Nel 1929 un colpo di stato del re Alessandro abolisce i partiti politici e introduce una dittatura personale. Nella stessa epoca si rafforzano movimenti di estrema destra: gli ustascia croati e il VMRO macedone, che nel 1934 assassinano il re stesso. La prima Jugoslavia è uno Stato fragile, lacerato dall’interno, poi travolto dall’invasione nazifascista nel 1941.

La guerra che seguì fu triplice: guerra di liberazione dall’occupazione, guerra etnica tra i popoli jugoslavi, guerra civile tra le diverse visioni del dopoguerra. Gli ustascia croati, al governo dello Stato Indipendente Croato sotto l’ombrello di Roma e Berlino, compirono un genocidio contro i serbi, gli ebrei e i rom. I cetnici serbi filomonarchici combatterono i partigiani comunisti. Tito guidò la resistenza partigiana, plurale ed eterogenea, verso la vittoria.

Questo passato — il genocidio degli ustascia, le violenze dei cetnici, il sangue della guerra civile — non venne elaborato né nelle aule dei tribunali né nei libri di storia. Venne sepolto sotto la retorica della “fratellanza e unità”. E i cadaveri sepolti, si sa, tornano.

Tito e la Jugoslavia socialista: la “terza via” (1945-1980)

Josip Broz Tito costruì la nuova Jugoslavia socialista su fondamenta che erano, al tempo stesso, ideologiche e pragmatiche. Il paese uscì dalla guerra come Repubblica Socialista Federale, composta da sei repubbliche — Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia — e due province autonome, Kosovo e Vojvodina. Un’architettura pensata per bilanciare le diverse nazionalità e impedire la supremazia di una su tutte le altre.

Il sistema economico fu uno degli esperimenti più originali del Novecento: né l’economia pianificata di stampo sovietico né il capitalismo liberale occidentale, ma una “terza via” basata sull’autogestione operaia e un “socialismo di mercato”. Dal 1960 al 1980, la crescita media del PIL fu del 6,1% annuo. La sanità era gratuita, l’alfabetizzazione al 91%, l’aspettativa di vita a 72 anni. I cittadini jugoslavi potevano viaggiare liberamente, cosa impensabile nell’Europa dell’Est.

In politica estera, Tito fu ancora più audace. Dopo la rottura con Stalin nel 1948 — un atto di indipendenza che nessun altro leader del blocco orientale aveva osato — fondò insieme a Nasser e Nehru il Movimento dei Paesi Non Allineati nel 1961, costruendo una terza via anche sulla scena internazionale. Il funerale di Tito, nel 1980, vide la più grande concentrazione di capi di Stato nella storia del dopoguerra: 209 delegazioni.

Ma la Jugoslavia titoista aveva un tallone d’Achille strutturale. Il sistema era costruito attorno a una persona, non a istituzioni solide. E aveva risolto la questione delle nazionalità non attraverso un autentico processo di riconciliazione e di elaborazione storica, ma attraverso il tabù: il nazionalismo era proibito, non superato. La Costituzione del 1974 creò una presidenza collegiale a rotazione destinata a subentrare dopo la sua morte. Un meccanismo interessante sulla carta, insufficiente nella realtà.

Il dopo-Tito: la polveriera torna a scaldarsi (1980-1991)

Tito muore il 4 maggio 1980. Il paese “si sente improvvisamente privo di un padre”, come hanno scritto molti osservatori. La crisi emerge rapidamente su due fronti simultanei: economico e politico.

Sul fronte economico, il debito estero esplode, l’inflazione raggiunge cifre di tre cifre, il divario tra le repubbliche ricche del Nord (Slovenia, Croazia) e quelle povere del Sud si allarga. La crisi colpisce con durezza gli strati più poveri, alimentando risentimenti sociali che i politici traducono in linguaggio etnico.

Sul fronte politico, il vuoto lasciato da Tito viene riempito dai nazionalismi. Il Memorandum SANU del 1986, redatto dall’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, è il segnale più chiaro: denuncia la “discriminazione” dei serbi all’interno della federazione e rivendica una posizione di supremazia serba. È il terreno su cui crescerà Slobodan Milošević.

Milošević non era un ideologo nazionalista di formazione: era un apparatchik comunista, un uomo di partito. Ma aveva capito prima di tutti gli altri che il nazionalismo era il carburante politico disponibile. Il suo discorso a Gazimestan nel 1989 — in occasione del seicentenario della battaglia del Kosovo — davanti a un milione di persone è il momento in cui la svolta diventa irreversibile: “Nessuno dovrebbe osare picchiare il popolo serbo”. Era una dichiarazione di guerra, almeno politica.

Nel 1990 le prime elezioni multipartitiche in tutte le repubbliche portano ovunque al potere i partiti nazionalisti. In Slovenia il centro-destra democratico, in Croazia il nazionalista Franjo Tuđman e il suo HDZ, in Serbia Milošević. Le forze centrifughe diventano irresistibili.

III. La strada verso il 1992: identità, etnie, religioni

Prima di raccontare cosa successe nel 1992, è necessario rispondere a una domanda fondamentale: chi erano, davvero, i protagonisti di quel conflitto? Cosa significavano le parole “serbo”, “croato”, “bosgnacco”? La confusione su questo punto non è innocente: è stata spesso alimentata deliberatamente, per semplificare narrazioni complesse e per giustificare violenze.

Nazione, etnia, religione: tre piani diversi

“Serbo”, “croato” e “bosgnacco” indicano anzitutto identità nazionali e storiche, non razze biologiche né confessioni religiose pure. La religione è uno degli elementi che le caratterizza — i serbi sono prevalentemente ortodossi, i croati cattolici, i bosgnacchi musulmani — ma non l’unico, e non sempre il più importante. Ci sono serbi atei, croati non praticanti, bosgnacchi che si identificano come culturalmente musulmani senza essere credenti.

La sovrapposizione tra identità nazionale e appartenenza religiosa è un prodotto storico: durante i secoli ottomani, la religione era il principale marcatore identitario, perché lo Stato organizzava la vita dei sudditi per millet — comunità confessionali — non per nazionalità. Questo ha lasciato una traccia duratura. Ma ridurre le guerre jugoslave a uno scontro di religioni sarebbe profondamente fuorviante: la maggior parte degli storici ritiene che il conflitto fosse guidato da fattori nazionali, territoriali, politici ed economici, con le appartenenze religiose usate come simboli identitari, non come causa.

Un’altra precisazione è necessaria. I bosgnacchi — i musulmani di Bosnia — non arrivarono “dall’esterno”: sono discendenti degli slavi meridionali che si convertirono all’Islam durante il periodo ottomano. Parlano la stessa lingua dei serbi e dei croati (con varianti dialettali minime), condividono la stessa storia medievale, abitano lo stesso territorio da secoli. La loro identità nazionale è distinta, ma non “straniera” rispetto agli altri popoli della Bosnia.

I confini che diventano confini internazionali

Quando la Jugoslavia si dissolse tra il 1991 e il 1992, accadde qualcosa di strutturalmente paradossale: i confini amministrativi interni delle repubbliche socialiste — tracciati in parte da Tito proprio per impedire la supremazia di un popolo su un altro — divennero improvvisamente confini internazionali. E molte minoranze nazionali si ritrovarono “dall’altra parte”.

I serbi di Croazia e di Bosnia non si erano spostati: era il confine che si era spostato intorno a loro. Questo è un fatto reale, che spiega (non giustifica) parte delle paure e delle rivendicazioni. Il problema è che la risposta a questo fatto fu la “pulizia etnica”: se il confine ci include in uno Stato che non vogliamo, eliminiamo fisicamente le persone che quel confine non lo vogliono. Una logica criminale, che fu applicata con sistematicità.

Una osservazione per comprendere meglio. I serbi nella Jugoslavia erano oggettivamente il popolo più numeroso e storicamente più radicato nelle strutture statali. Ma Tito aveva costruito il sistema per impedire che quella supremazia diventasse dominio esplicito. La tensione tra questi due fatti è una delle radici profonde della dissoluzione jugoslava.

Chi ha colpa e chi ha torto: si può trovare il capo e la coda?

La domanda che molti pongono — chi ha torto, chi ha ragione? — merita una risposta onesta, anche se scomoda: la responsabilità non è ugualmente distribuita, ma nemmeno tutta da una parte sola.

Milošević ha avuto la responsabilità maggiore e più precoce: ha strumentalizzato il nazionalismo serbo per scalare il potere, ha revocato l’autonomia del Kosovo, ha sostenuto politicamente e militarmente i serbo-bosniaci che condussero l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Karadžić e Mladić — condannati dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e genocidio — hanno tradotto quella politica in massacro.

Tuđman e i nazionalisti croati non sono innocenti: la retorica ustascia riemerse in alcune frange dell’HDZ, i serbi di Croazia furono espulsi in massa nel 1995 con l’operazione Tempesta, crimini di guerra furono commessi anche contro i bosgnacchi nel conflitto bosniaco-croato del 1993-94.

I leader bosgnacchi, a loro volta, non erano angeli: ma erano il popolo che subì il peso maggiore della violenza, con oltre 100.000 morti stimati, lo stupro sistematico delle donne come arma di guerra, la distruzione di Sarajevo sotto l’assedio più lungo di una capitale europea nel dopoguerra.

L’Occidente porta la sua parte di responsabilità: tardò a intervenire per anni, lasciando che il massacro continuasse mentre i diplomatici discutevano. La Germania riconobbe precipitosamente l’indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991, senza garantire tutele per le minoranze. Gli Stati Uniti si mossero tardi e male, fino a che il peso dell’inerzia non divenne politicamente insostenibile.

Se si cerca il “capo e la coda” di questa storia, si trova questo: la violenza sistematica fu pianificata e condotta principalmente da Belgrado e dai suoi alleati serbo-bosniaci. Ma le condizioni che la resero possibile — il vuoto di Tito, la crisi economica, l’accelerazione nazionalista, l’inerzia internazionale — sono il prodotto di responsabilità diffuse e di un sistema che non aveva mai davvero fatto i conti con il proprio passato.

IV. Sarajevo oggi: la pace possibile, le ferite aperte

Oggi Sarajevo è una città che si visita, si cammina, si abita. Il turismo è in crescita, il centro storico è vivace, i caffè del quartiere ottomano di Baščaršija sono pieni. Ma le cicatrici sono ovunque: edifici ancora crivellati dai proiettili, cimiteri sorti durante l’assedio nel mezzo dei quartieri residenziali, il Museo del Tunnel della Speranza che conserva alcuni metri della galleria scavata a mano — larga meno di un metro, alta circa un metro e sessanta — attraverso cui transitavano viveri, medicine, armi e civili durante i quattro anni di assedio.

La Bosnia-Erzegovina

La struttura politica rimane quella disegnata dagli Accordi di Dayton del 1995: uno Stato unitario, fortemente decentrato, composto dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina (bosgnacchi e croati) e dalla Republika Srpska (serbi), con il Distretto di Brčko a statuto speciale. Una presidenza collegiale di tre membri — uno per ciascun popolo costitutivo. Un Alto Rappresentante internazionale con poteri straordinari, figura quasi unica nel mondo contemporaneo.

Dayton fermò la guerra. Non risolse i problemi che avevano generato la guerra. In molti sensi, li cristallizzò: costruì istituzioni su base etnica che incentivano i partiti nazionalisti a perpetuare la divisione, perché la divisione è la loro ragione d’essere. Le scuole sono ancora in parte separate: nella stessa classe fisica, bambini di nazionalità diverse studiano su libri di testo diversi, con versioni diverse della storia recente.

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska e figura dominante della politica serbo-bosniaca negli ultimi vent’anni, ha ripetutamente messo in discussione la sovranità dello Stato centrale, evocato l’indipendenza o l’unione con la Serbia, ostacolato le istituzioni comuni. È un gioco al limite — finora il limite non è stato varcato — che tiene la Bosnia in uno stato di perenne incertezza.

Eppure, a Sarajevo, la vita ordinaria va avanti. Musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei lavorano insieme, si incontrano nei caffè, si sposano. La convivenza non è una retorica: è una pratica quotidiana, faticosa, spesso silenziosa, che resiste. Non è la stessa cosa della riconciliazione — che richiede verità, giustizia, riconoscimento — ma è qualcosa. È la prova che la convivenza è possibile, anche dopo una guerra, anche con le ferite aperte.

Il Tunnel della Speranza: lezione di resistenza

Il Tunel spasa — il Tunnel della Salvezza — è oggi un museo ospitato nella casa della famiglia Kolar, sotto la quale si trovava uno degli ingressi segreti. Durante l’assedio, i 800 metri della galleria — scavati a mano, nel fango, lavorando giorno e notte da entrambe le estremità — erano l’unico collegamento tra la città assediata e il mondo esterno. Attraverso quel budello, curvi nel fango, transitarono milioni di volte, in quattro anni, civili, feriti, soldati, viveri, medicine, carburante, cavi elettrici. Fu chiamato “Tunnel della Speranza” perché chi lo percorreva ritrovava la certezza di non essere stato abbandonato.

Non è solo un sito storico. È una lezione sulla capacità umana di resistere quando tutto sembra perduto. E forse anche una lezione su cosa significhi costruire la pace: non la fine della guerra, ma il lavoro ostinato di chi scava, nel buio, verso la luce.

V. Il Kosovo: la ferita aperta che non si rimargina

Per capire la geopolitica dei Balcani oggi, e per capire perché Russia e Cina abbiano un interesse tanto vivo in questa regione, è indispensabile capire il Kosovo. È la questione irrisolta per eccellenza: il nodo che tiene insieme storia, identità, diritto internazionale e competizione tra grandi potenze.

Cosa è il Kosovo e perché è sacro per i serbi

Il Kosovo è una regione collinare di circa 10.900 chilometri quadrati, abitata oggi per oltre il 90% da albanesi di religione musulmana. Per la Serbia, però, è molto di più di un territorio: è la culla dell’identità nazionale serba. In Kosovo si trovano i più antichi monasteri ortodossi serbi, testimonianze di una presenza medievale profonda. E soprattutto, in Kosovo si trova la Piana dei Merli — in serbo Kosovo Polje — dove il 28 giugno 1389, nella stessa data in cui Gavrilo Princip uccise Francesco Ferdinando cinque secoli dopo, l’esercito serbo fu sconfitto dagli ottomani. Una sconfitta che la memoria collettiva serba ha trasformato in mito fondativo: la battaglia del Kosovo come sacrificio, come Golgota della nazione.

Questa sovrapposizione tra territorio fisico e identità mitica rende il Kosovo un caso quasi unico: è difficile trovare nella storia europea moderna un’altra regione in cui il peso simbolico sia così sproporzionato rispetto alle dimensioni geografiche. Per un politico serbo, rinunciare al Kosovo non è semplicemente cedere un territorio: è rinunciare alla propria storia delle origini.

La storia recente: da Tito al 1999

Sotto Tito, il Kosovo era una provincia autonoma della Repubblica Socialista di Serbia, con ampi poteri propri. La Costituzione del 1974 ne ampliò ulteriormente l’autonomia, portandola quasi al livello di una repubblica federale. Gli albanesi, già allora maggioranza demografica schiacciante, avevano proprie istituzioni, propria università, propria lingua ufficiale.

Milošević, salito al potere nel 1987, abolì questa autonomia nel 1989, reintegrando il Kosovo sotto il controllo diretto di Belgrado. Fu uno degli atti che diede il via alla dissoluzione jugoslava: gli albanesi del Kosovo risposero con la creazione di istituzioni parallele — scuole, ospedali, governo — guidate dalla resistenza nonviolenta di Ibrahim Rugova. Per quasi dieci anni, il Kosovo condusse una doppia vita: strutture serbe ufficiali e strutture albanesi ufficiose.

Dalla metà degli anni Novanta, alla resistenza nonviolenta si affiancò la guerriglia dell’UCK — l’Esercito di Liberazione del Kosovo — considerato organizzazione terroristica dalla comunità internazionale, ma capace di alimentare le speranze indipendentiste albanesi. Nel 1998 scoppiò la guerra aperta: l’esercito serbo e i paramilitari avanzarono nel Kosovo, colpendo principalmente la popolazione civile albanese. Il massacro di Drenica — 150 civili uccisi sul posto — scosse l’opinione pubblica internazionale.

La comunità internazionale reagì tardivamente, come già aveva fatto in Bosnia. Nella primavera del 1999, dopo il fallimento delle trattative di Rambouillet, la NATO intervenne con settantotto giorni di bombardamenti sulla Jugoslavia — compresa Belgrado — senza mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove la Russia avrebbe posto il veto. Fu un precedente controverso, che divide ancora oggi i giuristi internazionali: un intervento militare non autorizzato dall’ONU, giustificato da ragioni umanitarie.

Nel giugno 1999 le truppe serbe si ritirarono. Il Kosovo entrò sotto amministrazione internazionale (UNMIK), con la presenza militare della NATO (KFOR). La risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza riconosceva formalmente la sovranità serba sul Kosovo, pur istituendo il protettorato internazionale. Una contraddizione che avrebbe pesato per decenni.

L’indipendenza del 2008: il precedente che divide il mondo

Il 17 febbraio 2008 il Parlamento del Kosovo dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia. Fu un atto atteso e al tempo stesso dirompente. Atteso: da anni era chiaro che la soluzione del protettorato internazionale non poteva essere permanente, e il Piano Ahtisaari — redatto dall’ex presidente finlandese incaricato dall’ONU — aveva proposto un’indipendenza vigilata come unica via percorribile. Dirompente: perché la Serbia non riconosceva questo diritto, e perché l’atto creava un precedente di autodeterminazione unilaterale che molti Stati temevano avrebbe aperto scatole di Pandora nei propri confini.

Il riconoscimento internazionale è oggi parziale: circa 110 Stati su 193 riconoscono il Kosovo come Stato sovrano, tra cui Stati Uniti, Italia, Germania e la maggior parte dei Paesi occidentali. Non lo riconoscono Russia, Cina, Serbia, e — nell’Unione Europea — Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia, ciascuna per ragioni legate alle proprie minoranze o dispute territoriali interne. Il Kosovo non è membro dell’ONU, non può aderire all’Unione Europea nelle condizioni attuali, e vive in un limbo diplomatico che ne frena lo sviluppo.

La Serbia continua a considerare il Kosovo una propria provincia ribelle. Lo slogan ‘Kosovo je Srbija’ — il Kosovo è Serbia — è il pilastro della retorica nazionalista di Belgrado, e nessun leader serbo che voglia sopravvivere politicamente può permettersi di abbandonarlo apertamente. Al tempo stesso, l’Unione Europea ha posto il riconoscimento del Kosovo come condizione necessaria, seppur non sufficiente, per l’adesione della Serbia all’UE. Belgrado si trova dunque in una tenaglia: il futuro europeo richiede una scelta che l’opinione pubblica interna rende quasi impossibile.

Il Kosovo oggi: un’indipendenza sospesa

Il Kosovo è oggi uno Stato funzionante ma fragile. La sua economia è tra le più povere d’Europa. La corruzione è strutturale — nella classifica di Transparency International si colloca intorno al 95° posto mondiale. Il nord del Paese, dove si concentra la minoranza serba, è di fatto un territorio separato: si usano il dinaro serbo, i documenti serbi, e la presenza istituzionale kosovara è quasi nulla. Mitrovica, la città divisa dal fiume Ibar, è la metafora visiva del problema: albanesi a sud, serbi a nord, un ponte che divide più che unire.

Le tensioni non mancano. Nel 2022 la questione delle targhe automobilistiche — il Kosovo voleva che i serbi del nord usassero targhe kosovare — ha rischiato di degenerare in scontro militare. Nel 2023 le elezioni nei comuni a maggioranza serba, boicottate dalla comunità locale, hanno prodotto sindaci albanesi eletti con il 2% dei votanti: una legittimità democratica palesemente insufficiente. I dialoghi tra Belgrado e Pristina, mediati dall’Unione Europea, procedono a rilento, con accordi firmati e non applicati.

La domanda che rimane aperta è quella che percorre tutta la storia balcanica: cosa prevale, il diritto all’autodeterminazione dei popoli o il principio di intangibilità dei confini? Il diritto internazionale riconosce entrambi i principi, senza indicare quale prevalga quando entrano in conflitto. Il Kosovo è il caso in cui questa contraddizione è più visibile, e più urgente.

VI. Russia e Cina nei Balcani: la partita geopolitica

I Balcani non sono mai stati una periferia della politica internazionale. Lo erano sembrati, per qualche anno, dopo il 1995: il dopo-Dayton come parentesi di relativa stabilità sotto supervisione occidentale. Ma dalla fine degli anni Duemila in poi, e con accelerazione crescente dopo il 2022, la regione è tornata a essere un terreno di competizione attiva tra grandi potenze. Due attori, in particolare, vi hanno investito con strategie diverse ma convergenti: la Russia e la Cina.

La Russia: il gioco del panslavismo e del veto

Il legame tra Russia e Serbia ha radici profonde: stessa radice slava, stesso cristianesimo ortodosso, memoria storica di alleanze nei momenti cruciali — le guerre balcaniche, la Prima guerra mondiale, la protezione diplomatica sul Kosovo. Mosca si presenta come protettrice storica dei serbi, e questa narrazione trova terreno fertile in una Serbia che dal 1999, dopo i bombardamenti NATO su Belgrado, nutre una sfiducia profonda verso l’Occidente.

Ma sarebbe un errore ridurre l’interesse russo nei Balcani a nostalgia panslavista. L’interesse di Mosca è geopolitico e preciso: rallentare, ostacolare, se possibile bloccare l’espansione della NATO e dell’Unione Europea verso Est. I Balcani occidentali sono la periferia immediata dell’Europa; tenerli in uno stato di instabilità controllata serve a mantenere aperto un fronte di pressione alle porte dell’Unione.

Lo strumento più potente nelle mani della Russia è il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Grazie ad esso, Mosca ha bloccato l’ingresso del Kosovo alle Nazioni Unite e ha impedito che la risoluzione che istituisce la Giornata internazionale per ricordare il genocidio di Srebrenica venisse approvata senza veto. Non è difesa di principi: è uso strumentale del diritto internazionale per proteggere la Serbia — e attraverso la Serbia, la propria influenza nella regione.

La Russia finanzia media, partiti e movimenti nei Balcani; esercita influenza sulla Chiesa ortodossa serba; sostiene attivamente Milorad Dodik e la Republika Srpska come leva di destabilizzazione della Bosnia. L’obiettivo non è costruire qualcosa, ma impedire che l’Occidente costruisca: un’influenza parassitaria, che vive delle debolezze altrui.

La guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, ha reso queste dinamiche più visibili. La Serbia ha rifiutato di imporre sanzioni alla Russia — è l’unico Paese candidato all’UE a non averlo fatto. I sondaggi mostrano che più dell’80% dei cittadini serbi si oppone alle sanzioni, e solo uno su quattro ritiene la Russia responsabile della guerra. Il Cremlino non ha mancato di usare il Kosovo come arma retorica: se l’Occidente ha riconosciuto un’indipendenza unilaterale in Kosovo, come può condannare le “repubbliche” separatiste del Donbas? È un argomento sofistico — le situazioni non sembrano per molti comparabili — ma efficace nella propaganda.

La Cina: infrastrutture, debiti e soft power

L’approccio cinese ai Balcani è strutturalmente diverso da quello russo. La Russia gioca con la storia e con il veto; la Cina gioca con il denaro e con le infrastrutture. È la strategia della Belt and Road Initiative — le Nuove Vie della Seta — applicata a una regione europea: prestiti generosi, grandi opere, penetrazione economica progressiva.

La Serbia è il principale partner cinese nella regione. Il debito serbo verso le banche cinesi è passato da 305 milioni di euro nel 2012 a oltre 3,7 miliardi nel 2024: un incremento di oltre dieci volte in poco più di dieci anni. I soldi sono andati a finanziare ponti, autostrade, ferrovie — tra cui l’alta velocità Belgrado-Budapest — e fabbriche come l’acciaieria di Smederevo, dove la polvere rossa degli scarti industriali ricopre tutta la città e i tassi di tumori sono in crescita. Il prezzo ambientale e sociale di questi investimenti raramente appare nei comunicati ufficiali.

La Cina non si ferma alla Serbia. In Bosnia ha finanziato la centrale termoelettrica di Stanari. In Montenegro ha costruito parte dell’autostrada Bar-Boljare, definita da Podgorica «il progetto del secolo», poi rivelatasi un fardello debitorio che ha rischiato di portare il Paese alla bancarotta. Nei media, agenzie come Xinhua hanno stretto accordi di collaborazione con emittenti pubbliche e private di Serbia, Albania, Macedonia, Bosnia: una penetrazione nell’informazione che gli analisti definiscono «sharp power» — non il fascino del modello, ma la capacità di influenzare le narrazioni dall’interno.

Pechino e Belgrado condividono anche un interesse strategico sul Kosovo: la Cina non lo riconosce, esattamente come non riconosce Taiwan, e il parallelismo non è casuale. La Serbia appoggia la visione di «una sola Cina»; la Cina appoggia la visione di «un solo Kosovo — serbo». Uno scambio di copertura diplomatica reciproca, cinico e funzionale.

La Serbia tra Est e Ovest: l’equilibrismo di Vučić

In questo quadro, la Serbia di Aleksandar Vučić ha sviluppato una strategia che l’ISPI ha definito efficacemente come «tracciato a Ovest, deviazioni a Est». Il governo di Belgrado afferma che l’integrazione nell’Unione Europea è l’obiettivo strategico — e non è una finzione: oltre il 60% dell’interscambio commerciale serbo è con i Paesi dell’UE. Ma al tempo stesso coltiva la «fratellanza con la Russia» e lo «sviluppo dei rapporti d’amicizia con la Cina».

Questo equilibrismo ha funzionato finché i blocchi erano abbastanza distanti da permettere la navigazione di mezzo. La guerra in Ucraina ha ridotto questo spazio: l’Europa chiede scelte, Belgrado continua a non farle. La Serbia partecipa a esercitazioni militari NATO senza essere membro dell’Alleanza; vota contro la Russia all’Assemblea Generale dell’ONU ma si oppone alle sanzioni; negozia con Pristina sul Kosovo sotto l’ombrello UE ma mantiene le relazioni con Mosca che del Kosovo è il principale protettore diplomatico.

La domanda è se questo equilibrismo sia ancora sostenibile — o se la Serbia si troverà prima o poi costretta a una scelta che la sua classe politica ha cercato di rimandare all’infinito. L’UE, dal canto suo, ha compreso troppo tardi che lasciare i Balcani in un limbo di promesse non mantenute ha favorito l’avanzata di Russia e Cina. L’allargamento, accelerato sulla carta dopo il 2022, resta lento nella sostanza. E in questo spazio di attesa, le alternative all’Europa continuano a fare proseliti.

Il quadro d’insieme: perché i Balcani contano

I Balcani non sono una periferia. Sono il confine vivo dell’Europa, e come ogni confine raccontano più di ogni altra cosa l’equilibrio reale delle forze in campo. Sono il luogo in cui si misura la capacità dell’Unione Europea di essere non solo un mercato ma una potenza politica; in cui si verifica se il principio di integrità territoriale e quello di autodeterminazione dei popoli possono trovare un equilibrio praticabile; in cui si capisce quanto la storia — i miti nazionali, le ferite non rimarginate, le memorie tramandate — pesi ancora sulle scelte dei governi e delle società.

La risposta che i Balcani daranno nei prossimi anni — sull’integrazione europea, sul Kosovo, sulla Bosnia, sul rapporto con Russia e Cina — dirà molto su che tipo di Europa vogliamo essere. Non è una questione lontana. Dalla Slovenia al Kosovo, dall’Adriatico alla pianura del Danubio, è tutto a poche ore di viaggio da noi. È casa nostra, anche se spesso lo dimentichiamo.

Articolo ultimato il 28 giugno 2026.

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