Argomenti:1426 giorni – lezione politica – analisi morale
La cronaca, la resistenza, la vergogna del mondo
Questo articolo è il terzo di una serie dedicata a Sarajevo e ai Balcani. Il primo — Sarajevo e i Balcani — ha percorso la storia della regione dall’attentato del 1914 alla dissoluzione della Jugoslavia e alla competizione geopolitica contemporanea tra Russia e Cina. Il secondo — Bosnia-Erzegovina. Il laboratorio impossibile — ha approfondito la struttura istituzionale di Dayton, la questione dell’identità plurale, il genocidio di Srebrenica e la Bosnia come caso-studio geopolitico. In entrambi, l’assedio di Sarajevo era presente ma non aveva trovato lo spazio che merita. Questo terzo articolo gli è interamente dedicato: non solo come cronaca, ma come analisi morale, psicologica e politica di uno degli eventi più oscuri e più istruttivi della storia europea recente.
I. Il primato che nessuna città vorrebbe
C’è un primato che Sarajevo non avrebbe mai voluto detenere: l’assedio più lungo di una capitale europea nell’intera storia del dopoguerra. Dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 — millequattrocentoventisei giorni — le forze dell’Esercito della Republika Srpska, posizionate sulle colline che circondano la città, tennero Sarajevo sotto un fuoco quasi ininterrotto di artiglieria, mortai e cecchini. Non fu un assedio nel senso militare classico — la conquista di una posizione nemica attraverso l’accerchiamento. Fu qualcosa di diverso e di più oscuro: la punizione sistematica di una popolazione civile, condotta con metodo e con intenzione dichiarata.
I numeri sono necessari, anche se nessun numero restituisce davvero ciò che descrive. Circa 13.000 persone morirono durante l’assedio, di cui oltre 5.000 civili. Più di 50.000 furono ferite. Nei giorni più duri, sulla città cadevano in media 329 proiettili di artiglieria al giorno: il picco fu registrato il 22 luglio 1993, con 3.777 colpi in ventiquattr’ore. I cecchini — appostati sui palazzi e nei boschi delle colline circostanti, spesso con visione diretta sulle strade della città — sparavano su chiunque si muovesse: bambini che correvano verso la scuola, donne che cercavano l’acqua alle fonti pubbliche, anziani che tentavano di raggiungere un mercato. Sparare sui civili non era un eccesso della guerra: era la tattica.
La città era circondata ma non completamente isolata. Il Tunnel della Speranza — 800 metri scavati a mano sotto la pista dell’aeroporto, largo meno di un metro, alto circa un metro e sessanta — fu l’unico collegamento clandestino con il mondo esterno per quasi due anni, dal 1993 al 1995. Attraverso quel budello di fango e buio transitarono feriti, civili in fuga, cittadini curvi sotto il peso dei viveri, medicine, carburante, armi. Una strada, una vita sotterranea. Si calcola che il tunnel fu percorso milioni di volte in totale. Era l’unica via tra la vita e la resa.
Eppure, Sarajevo non si arrese. E questo è il fatto da cui qualsiasi analisi deve partire: di fronte a quasi quattro anni di bombardamenti, cecchini, fame, freddo e isolamento, una città di quasi 300.000 persone tenne. Non militarmente — le forze di difesa bosniache erano scarsamente armate, spesso composte da civili con poca formazione — ma nel senso più profondo: non crollò psicologicamente. Come fu possibile resistere è una delle domande più importanti che si possano porre su Sarajevo. Come fu possibile l’assedio è l’altra.
II. Come fu possibile: le ragioni degli assedianti
Comprendere non significa giustificare. Ma chiedersi come fu possibile è un obbligo morale e intellettuale, perché la risposta “erano malvagi” non spiega nulla e non serve a impedire che accada di nuovo.
Le forze che assediarono Sarajevo erano guidate da Radovan Karadžić — presidente della Republika Srpska — e dal generale Ratko Mladić, comandante militare delle forze serbo-bosniache. Entrambi sono stati condannati all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, con sede all’Aia, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Ma dietro i loro nomi c’è una struttura di motivazioni che è necessario esaminare, perché nessun crimine di questa portata nasce dal nulla.
La prima motivazione era politica: Sarajevo era la capitale dello Stato bosniaco che i leader serbo-bosniaci rifiutavano. Tenerla sotto assedio significava tenere lo Stato bosniaco in ostaggio, impedirne il funzionamento, dimostrarne l’impotenza davanti al mondo. L’obiettivo non era conquistare la città: era tenerla in ginocchio abbastanza a lungo da ottenere concessioni territoriali o la disgregazione dello Stato. Una strategia cinica ma lucida.
La seconda motivazione era ideologica: il nazionalismo serbo, nella versione radicalizzata che Milošević prima e Karadžić poi avevano costruito per anni attraverso i media controllati, la propaganda politica e la riscrittura della storia, presentava i bosgnacchi come una minaccia esistenziale alla nazione serba. I discendenti dei “traditori” che si erano convertiti all’Islam sotto gli ottomani. I collaboratori degli ustascia nella Seconda guerra mondiale. I fondamentalisti islamici che avrebbero creato uno Stato islamico nel cuore dei Balcani. Era una narrativa costruita su deformazioni e falsificazioni storiche, ma efficace: trasformava la violenza in autodifesa, il crimine in necessità, il massacro in protezione.
La terza motivazione era militare nel senso più freddo: le colline intorno a Sarajevo — le Alpi Dinariche che abbracciano la città su tre lati — erano posizioni dominanti che le forze serbo-bosniache avevano occupato all’inizio della guerra approfittando del caos della dissoluzione yugoslava e della loro superiorità nell’accesso alle armi dell’ex esercito federale yugoslavo, la JNA. Controllare le alture significava controllare la città. E controllare la città significava disporre di una leva di pressione enorme sul governo bosniaco e sulla comunità internazionale.
C’è una quarta dimensione, più difficile da nominare: la disumanizzazione progressiva del nemico, che è il meccanismo psicologico senza il quale nessuna violenza di massa è possibile su scala. Vale anche per l’oggi. I soldati che sparavano sui mercati di Sarajevo non erano — nella loro grande maggioranza — sadici nati. Erano uomini che avevano subito anni di indottrinamento sistematico, che vivevano in strutture militari gerarchiche dove l’obbedienza era la norma e il dubbio era pericoloso, e che avevano imparato a vedere nell’altro non un essere umano ma una categoria — il Turco, il mussulmano, il nemico della Serbia. Hannah Arendt, riflettendo su contesti storici diversi ma analoghi, aveva chiamato questo meccanismo “la banalità del male”: non il male come eccezione mostruosa, ma il male come routine amministrativa, come obbedienza a una macchina, come sospensione sistematica del giudizio morale individuale.
III. La resistenza della città
Quello che accadde dentro Sarajevo durante l’assedio è una delle storie di resistenza civile più straordinarie del XX secolo — e una delle meno conosciute al grande pubblico europeo.
I teatri continuarono a fare spettacoli, al buio o a lume di candela. I giornali continuarono a uscire. Il direttore d’orchestra Zubin Mehta venne a suonare in città nel 1994 con una sinfonia di Brahms, in un teatro senza riscaldamento, in una città sotto i cecchini. Il violoncellista Vedran Smailović — diventato simbolo della resistenza culturale di Sarajevo in tutto il mondo — suonò per ventidue giorni consecutivi tra le macerie della città, in memoria delle ventidue persone uccise da un colpo di mortaio in fila per il pane in via Vase Miskina. Non erano gesti simbolici vuoti: erano la rivendicazione che la cultura, la bellezza, la vita dell’intelletto non si lasciano uccidere dai mortai. Che l’umanità resiste anche quando tutto intorno vuole spegnerla.
La vita quotidiana divenne un atto di coraggio che richiedeva calcolo e determinazione. Attraversare una strada esposta ai cecchini era una decisione che si prendeva ogni giorno, soppesando la necessità contro il rischio. L’acqua si andava a prendere alle fonti pubbliche facendo la fila sotto il tiro dei cecchini: molti furono uccisi così, in piedi, con una tanica in mano. La legna si trovava abbattendo prima gli alberi dei parchi e dei viali, poi bruciando i libri delle biblioteche private, poi i mobili. Il cibo arrivava in parte dagli aiuti umanitari — distribuiti attraverso uno dei ponti aerei più grandi della storia, gestito dall’UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite — e in parte dai piccoli orti coltivati in ogni spazio disponibile: cortili, terrazze, aiuole, rotatorie.
La composizione della difesa di Sarajevo era essa stessa una risposta politica ai nazionalisti. La città fu difesa da bosgnacchi, serbi, croati e uomini di nessuna appartenenza etnica dichiarata, fianco a fianco. Non perché la guerra avesse eliminato le identità, ma perché molti abitanti di Sarajevo — la città più cosmopolita della ex Jugoslavia, quella in cui le identità si erano mescolate più profondamente nel corso dei decenni — si sentivano prima di tutto sarajevesi. Era la città la loro patria, non l’etnia. Difendere Sarajevo non era difendere la nazione bosgnacca: era difendere un modo di vivere insieme che la guerra stava cercando di distruggere.
È un fatto che vale la pena sottolineare, perché contraddice la narrativa nazionalista da entrambe le parti: l’assedio non riuscì a trasformare Sarajevo in una città monocolore. Dopo la guerra, la percentuale di serbi residenti a Sarajevo diminuì — molti furono convinti o costretti ad andarsene dalle pressioni delle fazioni estremiste — ma la città non divenne omogenea. Rimase, e rimane, plurale. Contro le intenzioni di chi l’aveva assediata.
IV. Il ruolo della comunità internazionale: una vergogna lenta
Il comportamento della comunità internazionale durante l’assedio di Sarajevo è una delle pagine più buie della storia europea del dopoguerra. Non per dolo diretto, ma per qualcosa che in certi casi è peggio: l’inerzia prolungata davanti all’evidenza, la preferenza per la diplomazia sulla giustizia, il calcolo degli interessi sulla tutela delle vite.
Le Nazioni Unite erano presenti con UNPROFOR, ma con un mandato — frutto di compromessi diplomatici tra le grandi potenze — che le impediva di usare la forza se non in casi estremi di autodifesa immediata. I caschi blu assistevano alle esecuzioni, documentavano i crimini, proteggevano i convogli umanitari, ma non potevano interrompere il bombardamento. Era una presenza che testimoniava senza intervenire. In alcuni casi, una presenza che legittimava l’assedio, dandogli una parvenza di controllo internazionale che in realtà non esisteva. Il generale Philippe Morillon, comandante UNPROFOR, promise nel 1993 agli abitanti di Srebrenica che la città sarebbe stata protetta. Non lo fu. La sua promessa fu il documento più straziante dell’impotenza internazionale.
L’Unione Europea tentò mediazioni successive, tutte fallite. Il piano Vance-Owen del 1993 — che avrebbe diviso la Bosnia in dieci province etnicamente definite — fu respinto dai serbo-bosniaci, che preferivano il campo di battaglia alla diplomazia finché erano in vantaggio. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Clinton, esitarono per anni prima di impegnarsi militarmente, divisi tra un’opinione pubblica interna ostile a nuovi interventi dopo la Somalia e i partner europei che temevano l’escalation. La Gran Bretagna e la Francia, che avevano truppe sul terreno come caschi blu, si opposero a lungo all’intervento aereo NATO perché temevano ritorsioni contro i propri soldati. Una preoccupazione comprensibile sul piano militare, ingiustificabile sul piano morale di fronte a 13.000 morti.
Il risultato fu che l’assedio durò quasi quattro anni. Non perché fosse impossibile fermarlo prima: gli interventi aerei della NATO nell’estate del 1995 — l’operazione Deliberate Force, scattata dopo il massacro del mercato di Markale del 28 agosto 1995, in cui un colpo di mortaio uccise 43 persone — costrinsero le forze serbo-bosniache a ritirare l’artiglieria pesante nel giro di settimane. Tre anni e mezzo di assedio, e bastarono undici giorni di bombardamenti aerei per ottenere quello che la diplomazia non aveva ottenuto. La domanda che quella proporzione pone è una domanda morale: perché si aspettò così a lungo?
La risposta onesta è che Sarajevo non era abbastanza importante da giustificare i costi politici di un intervento, finché i costi dell’inerzia non divennero politicamente insostenibili. Non è una risposta che assolve nessuno. È però una risposta che spiega perché la fiducia nei confronti delle istituzioni internazionali — ONU, UE, NATO — nei Balcani e in molte altre parti del mondo sia ancora oggi fragile e spesso giustificatamente scettica.
V. Le Chiese e le religioni: silenzi e complicità
L’assedio di Sarajevo fu combattuto in una città in cui quattro tradizioni religiose avevano convissuto per secoli: l’Islam dei bosgnacchi, il cattolicesimo dei croati, l’ortodossia dei serbi, l’ebraismo della comunità sefardita. Ci si aspetterebbe che le istituzioni religiose avessero giocato un ruolo di mediazione, di condanna della violenza, di voce profetica contro il massacro. In larga parte, non fu così.
Il Vaticano espresse condanne generiche della violenza, ma non ruppe con i Paesi cattolici — in primo luogo la Croazia — che avevano le proprie responsabilità nel conflitto bosniaco. Non vi fu, stando alle mise ricerche, una presa di posizione netta, pubblica e inequivocabile da parte della Santa Sede che mettesse la protezione dei civili di Sarajevo sopra le considerazioni diplomatiche. Alcune eccezioni individuali — vescovi, sacerdoti, religiosi che operarono con coraggio umanitario — non cambiarono la linea istituzionale.
La Chiesa Ortodossa Serba fu il caso più grave. Con alcune eccezioni individuali di vescovi coraggiosi — il metropolita Amfilohije Radović fu tra i pochi a esprimere riserve pubbliche sulla condotta della guerra — la gerarchia ortodossa non condannò chiaramente il comportamento delle forze serbo-bosniache. In alcuni casi benedisse le truppe, legittimò la narrativa nazionalista con il linguaggio della difesa della civiltà cristiana contro l’Islam, trasformò la guerra in crociata. Fu una delle capitolazioni più dolorose di un’istituzione religiosa davanti al nazionalismo nel dopoguerra europeo.
L’Islam internazionale — in particolare i Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita in testa — usò la guerra bosniaca per proiettare influenza nella regione. Finanziò sia gli aiuti umanitari, genuinamente necessari, sia l’invio di volontari combattenti, i cosiddetti mujahidin, portatori di un Islam wahhabita — una corrente teologica rigida e purista, estranea alla tradizione bosniaca — che lasciò radici problematiche nel tessuto sociale bosniaco. Anche in questo caso, la solidarietà religiosa fu inseparabile dal calcolo geopolitico.
La comunità ebraica di Sarajevo — discendente degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel 1492 e accolti dall’Impero Ottomano — fu l’eccezione più luminosa. La La Benevolencija, l’organizzazione umanitaria ebraica di Sarajevo fondata nel 1892, rimase attiva durante l’intero assedio, distribuendo aiuti a tutti i cittadini senza distinzione etnica o religiosa. Fu una delle poche istituzioni che praticò la solidarietà universale quando tutto intorno parlava solo di identità separata. Un’eredità di cui Sarajevo va giustamente fiera.
VI. Come si spiega: psicologia, politica, morale
L’assedio di Sarajevo pone domande che non hanno risposte facili, e che sarebbe disonesto semplificare.
La domanda psicologica fondamentale è questa: come è possibile che soldati — molti dei quali avevano vissuto accanto ai bosgnacchi, avevano amici bosgnacchi, avevano frequentato le stesse scuole, lavorato negli stessi uffici — abbiano potuto sparare per anni su una città di civili? La risposta che la psicologia sociale ha costruito nel corso del Novecento è scomoda perché non lascia spazio alla consolazione del mostro: non servono mostri. Serve un contesto.
Gli esperimenti di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità — nei quali soggetti ordinari erano disposti a somministrare scosse elettriche dolorose a estranei su istruzione di una figura autorevole — avevano mostrato negli anni Sessanta che la maggioranza delle persone normali, in determinate condizioni strutturali, è capace di azioni che in condizioni normali rifiuterebbe con orrore. Non perché siano sadici: perché la struttura gerarchica trasferisce la responsabilità morale verso l’alto, e l’individuo smette di sentirsi agente del proprio comportamento.
Il sociologo Zygmunt Bauman, in Modernità e Olocausto — un’opera fondamentale per comprendere i genocidi del XX secolo, non solo quello nazista — aveva mostrato come la violenza di massa non richieda odio irrazionale: richiede organizzazione, routine, divisione del lavoro. Il cecchino che spara su una bambina a Sarajevo non ha necessariamente odio verso quella bambina: ha un ordine, una posizione, una catena gerarchica che gli dice che quella è la sua funzione. L’orrore non nasce dall’eccesso di passione, ma dalla sua assenza.
Sul piano politico, l’assedio fu possibile perché nessuna delle potenze che avrebbero potuto fermarlo aveva interesse sufficiente a farlo in tempo utile. L’Europa post-Guerra Fredda era disorientata, priva di una politica estera comune, titubante di fronte alla prima crisi militare nel proprio continente dopo il 1945. Gli Stati Uniti stava ridefinendo il proprio ruolo nel mondo. La Russia copriva diplomaticamente Belgrado. Il risultato fu un’inerzia che non fu mai dichiarata come scelta, ma che, come scelta, funzionò: la scelta di non scegliere, che in presenza di un massacro in corso non è neutralità ma complicità passiva.
Sul piano morale, l’assedio di Sarajevo è uno di quei casi in cui la riflessione etica non può limitarsi a condannare i colpevoli diretti. Deve chiedersi anche: cosa rende possibile che una società produca uomini capaci di sparare su un mercato? Cosa rende possibile che istituzioni internazionali guardino per anni senza intervenire? E cosa rende possibile — questa è la domanda più importante — che una città resista, e che in quella resistenza si riveli qualcosa di essenziale sulla natura umana?
VII. Cosa si può dire oggi, con più distanza
A trent’anni di distanza, alcuni giudizi si sono consolidati con sufficiente chiarezza da poter essere enunciati senza riserve eccessive.
Il primo: l’assedio di Sarajevo fu un crimine pianificato, non un eccesso della guerra. I comandi serbo-bosniaci sapevano esattamente quello che stavano facendo. Sparare sui mercati, sulle code per il pane, sulle fonti d’acqua, sulle ambulanze era tattica deliberata, documentata negli ordini militari, nelle intercettazioni telefoniche, nelle testimonianze dei soldati stessi raccolte dai tribunali internazionali. Non violenza caotica: violenza sistematica. Le sentenze del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia lo hanno stabilito con una precisione documentaria che non lascia margini interpretativi seri.
Il secondo: la risposta internazionale fu un fallimento morale e politico che ha lasciato un’impronta duratura sulla credibilità delle istituzioni internazionali. Quando l’ONU, l’UE o la NATO invocano oggi il rispetto del diritto internazionale umanitario, i popoli che hanno vissuto l’inerzia degli anni Novanta — non solo nei Balcani, ma in Ruanda, in Somalia, in molte altre regioni — hanno ragioni solide per essere scettici. La credibilità delle istituzioni non si costruisce con le dichiarazioni: si costruisce con le azioni nei momenti in cui agire è costoso.
Il terzo: la resistenza di Sarajevo ha dimostrato qualcosa di importante e non scontato sulla natura umana. La coesistenza plurale non è solo un ideale astratto: è una pratica concreta che le persone scelgono anche sotto i mortai, anche quando la propaganda nazionalista cerca con ogni mezzo di convincerle che il vicino è il nemico. Sarajevo resistette anche perché molti dei suoi abitanti rifiutarono di credere alla narrazione etnica. Fu una resistenza politica — nel senso più alto del termine, quello di scelta consapevole su che tipo di comunità si vuole essere — oltre che militare.
Il quarto: la guerra bosniaca, e l’assedio di Sarajevo in particolare, non fu una ricaduta nella barbarie primitiva, come spesso fu descritta all’epoca — “tribù dei Balcani che si fanno la guerra da secoli” — ma il prodotto di scelte politiche moderne, di élite che strumentalizzarono il nazionalismo per il proprio potere, di media che costruirono l’odio su commissione, di istituzioni internazionali che anteposero gli interessi alla giustizia. Non fu un’esplosione dell’irrazionale: fu la razionalità del potere senza etica.
VIII. La morale: cosa insegna Sarajevo
Se c’è una lezione morale dall’assedio di Sarajevo, non è consolatoria. Non è la storia di come il bene ha vinto sul male. È qualcosa di più difficile e di più utile.
La prima lezione è che il male non arriva improvvisamente. Arriva per gradi, preparato da anni di narrativa che disumanizza l’altro, di istituzioni che si indeboliscono, di silenzi di chi avrebbe potuto parlare. L’assedio non cominciò il 5 aprile 1992: cominciò anni prima, nei discorsi di Milošević, nelle pagine del Memorandum SANU del 1986, nelle televisioni di Belgrado che trasmettevano odio come fosse informazione, nel silenzio delle Chiese, nell’inerzia dell’Europa. Quando i cannoni aprirono il fuoco, il terreno era già stato preparato. Chi vuole capire come si previene la prossima Sarajevo deve guardare non ai cannoni, ma a quel terreno.
La seconda lezione è che la resistenza non è mai solo militare. È la scelta di continuare a suonare musica in una città sotto i cecchini. Di aprire un teatro quando i mortai cadono. Di distribuire aiuti umanitari a tutti, senza distinzione etnica. Di difendere la città insieme — bosgnacchi, serbi, croati — contro chi voleva convincerli di essere nemici. È la scelta di restare umani quando tutto intorno chiede di smettere di esserlo. Questa forma di resistenza non si vince con le armi: si può solo scegliere di praticarla o di abbandonarla.
La terza lezione è che le istituzioni internazionali non si riformano da sole. Dopo la Bosnia, dopo il Ruanda, l’ONU elaborò il principio della Responsabilità di Proteggere — R2P, nell’acronimo inglese — che afferma il dovere della comunità internazionale di intervenire quando uno Stato non protegge i propri cittadini dalla violenza di massa. È un progresso normativo reale. Ma la sua applicazione è rimasta selettiva, condizionata dagli interessi delle grandi potenze, incapace di superare il veto al Consiglio di Sicurezza. Sarajevo è ancora un monito su quanto lontana sia la distanza tra il principio dichiarato e la sua attuazione concreta.
La quarta lezione — la più difficile da accettare, e forse la più importante — è che la giustizia non basta, ma senza giustizia non si va da nessuna parte. Karadžić e Mladić sono stati condannati. I processi hanno prodotto una documentazione storica fondamentale. Ma il negazionismo persiste, le vittime aspettano ancora che i loro cari vengano identificati dalle fosse comuni, e la politica della Republika Srpska continua a usare la guerra come strumento di potere. La giustizia penale internazionale è necessaria e insufficiente insieme: necessaria, perché senza di essa non c’è nemmeno la base fattuale per la riconciliazione; insufficiente, perché la riconciliazione richiede qualcosa che nessun tribunale può imporre: il riconoscimento, da parte di una comunità, della propria responsabilità collettiva.
Sarajevo non ha vinto la guerra. Non avrebbe potuto: era assediata, affamata, bombardata, abbandonata per troppo tempo dalla comunità internazionale. Ha vinto qualcosa di più difficile e di più duraturo: sé stessa. La sua identità plurale, la sua scelta di resistere come città e non come etnia, la sua capacità di continuare a essere viva quando tutto sembrava perduto. Non è una vittoria retorica. È la prova che c’è qualcosa nell’essere umano — nella scelta di restare umano anche nell’estremo — che non si lascia distruggere dai cannoni.
E forse è questo il lascito più prezioso di Sarajevo al resto del mondo: non la lezione su come si sopravvive a un assedio, ma la lezione su perché vale la pena farlo.

Immagine creata con strumenti digitali. Raffigura il tunnel della Speranza.
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Articolo ultimato il 30 giugno 2026.
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