Meditazioni dai grandi libri dell’umanità
I. La ricerca
La voce
Epopea di Gilgamesh
Mesopotamia – tra il XVIII e il XII secolo a.C.
Contesto
Prima di Omero, prima dei filosofi greci, prima della tragedia classica, qualcuno incise su tavolette d’argilla una storia destinata a non essere dimenticata.
È la storia del re Gilgamesh, dell’amicizia con Enkidu e della scoperta più difficile: nessun uomo può sottrarsi alla propria condizione mortale.
Per questo il nostro cammino prende avvio da qui. Non da una risposta, ma da una domanda che attraversa tutta la storia dell’umanità.
Il testo
«Non c’è permanenza.
Costruiamo forse una casa perché duri in eterno?
Sigilliamo forse un contratto perché valga per sempre?
I fratelli dividono un’eredità: dura forse per sempre?
La libellula lascia il suo guscio: il suo sguardo può forse fissare il sole per sempre?
Fin dai tempi antichi non esiste nulla che duri per sempre.»
(Traduzione italiana da un testo di pubblico dominio, adattata per favorirne la lettura contemporanea.)
Una lampada
È sorprendente che una delle prime opere della civiltà non celebri il potere, ma il limite.
Gilgamesh è un re forte, vittorioso, quasi invincibile. Eppure la morte dell’amico lo rende simile a ogni altro essere umano. Da quel momento non cerca più conquiste: cerca un senso.
Il testo non invita alla rassegnazione. Invita piuttosto a distinguere ciò che possiamo dominare da ciò che dobbiamo imparare ad accogliere. È una lezione che tornerà, secoli dopo, negli stoici, nel buddhismo, in molte pagine della Bibbia e nei grandi romanzi moderni.
Forse la vera immortalità che l’opera suggerisce non consiste nel vivere per sempre, ma nel lasciare un’impronta di umanità negli altri. L’amicizia, la giustizia, le opere ben compiute e la parola trasmessa attraversano il tempo molto più del potere.
Per la giornata
Se davvero nulla dura per sempre, che cosa merita oggi la parte migliore del tuo tempo?
Per approfondire
Epopea di Gilgamesh, tavolette IX-XI.
