Censura, diritto di parola e libertà

Argomenti: riflessioni personali – editoriale di Marco Travaglio – amnistia di Togliatti – fascismo – il patentino

L’abbrivio

I. Le domande che non possiamo eludere

Tre episodi. Un solo problema.

Primo episodio. Nel dicembre 2025, alla fiera Più libri più liberi di Roma — la più importante vetrina nazionale della piccola e media editoria — trova posto tra gli stand la casa editrice Passaggio al bosco, il cui catalogo è costruito in larga parte sull’esaltazione di figure e ideologie del pantheon nazifascista. Ottantanove tra scrittori, intellettuali e artisti firmano una lettera di protesta. Gli organizzatori della fiera reagiscono introducendo, per l’edizione 2026, una dichiarazione che i partecipanti devono sottoscrivere: adesione ai valori della Costituzione italiana, della Carta europea dei diritti fondamentali, della Dichiarazione universale dei diritti umani, riconoscendo e condividendo i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, rifiuta di firmare e definisce quella dichiarazione una nuova forma di fascismo. Giorgia Meloni la chiama censura. La discussione divampa.

Secondo episodio. Il 3 giugno 2026, lo scrittore Erri De Luca viene rimosso dalla prolusione inaugurale del festival Salerno Letteratura. Il motivo lo spiega il condirettore artistico Gennaro Carillo: «La prolusione implica una certa identità di vedute con chi te la commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza». De Luca, in una recente intervista, si era dichiarato sionista e aveva affermato di non ritenere applicabile il termine genocidio alla situazione di Gaza. De Luca risponde con una frase sola: «Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me».

Terzo episodio. Il 13 giugno 2026, una petizione firmata da intellettuali, docenti, amministratori locali e dall’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Franco Moscone chiede l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival Il Libro Possibile di Polignano a Mare e Vieste. La motivazione: Nevo «non ha espresso una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano». La direttrice artistica Rosella Santoro rifiuta: «Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese». Nevo parteciperà al festival.

Tre episodi diversi per protagonisti, contesto e geografia. Ma accomunati da una struttura identica: qualcuno decide che una casa editrice o una persona non merita — o non deve avere — spazio e parola. E lo decide in nome di un principio che si presenta come alto: la difesa della democrazia, dell’antifascismo, la coerenza con i valori del festival, la solidarietà con le vittime di una guerra. La parola negata, in ciascuno di questi casi, non vuole essere un sopruso: appare agli occhi di molti come un atto giusto. (Vale però una precisazione: nel primo episodio non c’è stata un’esclusione formale. Gli organizzatori hanno posto una condizione — la firma di una dichiarazione. Chi non l’ha accettata si è trovato fuori. La differenza è reale, e va tenuta presente.)

È questo schema che merita di essere esaminato con cura. Non perché i principi invocati siano falsi — spesso non lo sono — ma perché lo strumento scelto per difenderli è lo stesso in tutti e tre i casi: togliere la voce a qualcuno. Ed è uno strumento che, nella storia, ha sempre avuto bisogno di giustificazioni alte per essere accettato.

Questo scritto nasce dai tre episodi e dalle domande che aprono. Non si propone di risolverle con una formula — non ne esiste una che tenga — ma di attraversarle con onestà, distinguendo i piani che il dibattito pubblico tende a sovrapporre: il piano giuridico e quello culturale, il piano dei principi e quello delle pratiche, il piano di ciò che la legge vieta e quello di ciò che la coscienza civile dovrebbe impedire.

Le questioni che verranno affrontate sono quattro, tra loro intrecciate. La prima è storica: perché l’Italia si trova ancora, ottant’anni dopo la fine del fascismo, a discutere se una dichiarazione antifascista sia un atto di civiltà o un sopruso burocratico? La risposta sta in una firma apposta nel giugno del 1946 e in tutto ciò che a quella firma non seguì.

 La seconda è giuridica: il fascismo è oggi, in Italia, un’opinione legittima o un reato? Dove passa il confine tra ciò che la legge Scelba e la legge Mancino vietano e ciò che resta nell’ambito — discutibile, criticabile, ma lecito — della libertà di pensiero? La terza è filosofica: la libertà di espressione è un diritto assoluto o un diritto che vive dentro una cornice di responsabilità condivisa? E chi ha titolo per tracciare quella cornice? La quarta è pratica: cosa significa difendere l’antifascismo oggi, concretamente, senza trasformarlo in una parola d’ordine svuotata o in uno strumento di esclusione che imita ciò che combatte?

A queste domande, risposte facili non ce ne sono. Ma ci sono risposte più convincenti di altre, a mio parere. Ed è per cercarle che vale la pena riflettere e ragionare.

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II. Il nodo irrisolto: Togliatti e la rappacificazione mancata

Il 22 giugno 1946, il ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti — segretario del Partito Comunista Italiano e figura centrale della Resistenza — firmò un provvedimento destinato a segnare per decenni la vita pubblica italiana: l’amnistia per i reati commessi durante il fascismo e la guerra civile. Il decreto, passato alla storia come «amnistia Togliatti», puntava a chiudere le ferite della guerra civile, a permettere alla nazione di ricominciare senza che una parte degli italiani finisse in prigione e l’altra parte si ergesse a giudice.

Era una scelta comprensibile. Forse necessaria, in quel momento di estrema fragilità istituzionale. Ma ogni scelta ha un prezzo. L’amnistia non fu accompagnata da un processo di elaborazione collettiva della memoria — da quello che i tedeschi, dopo Norimberga, chiamarono Vergangenheitsbewältigung: l’elaborazione pubblica e consapevole delle colpe nazionali. In Italia non ci fu niente di simile. I fascisti più compromessi tornarono a casa, spesso ai loro posti. Molti magistrati, funzionari, ufficiali che avevano servito il regime continuarono a servire la Repubblica. La continuità dello Stato fu garantita, ma al costo di una discontinuità morale che ancora oggi paga dividendi avvelenati.

In questo clima nacque, alla fine del 1946, il Movimento Sociale Italiano: un partito fondato da reduci della Repubblica Sociale Italiana, con la fiamma tricolore come simbolo. Il MSI sopravvisse per quasi cinquant’anni ai margini della politica italiana, fino a confluire formalmente nel 1995 in Alleanza Nazionale — da cui sarebbe poi nata, attraverso ulteriori scissioni e ricomposizioni, Fratelli d’Italia.

Nel frattempo, il revisionismo apologetico — la riscrittura del passato che non nega i fatti ma ne capovolge il giudizio, presentando il fascismo come «una delle tante tradizioni politiche italiane» o equiparando partigiani e repubblichini di Salò come «ragazzi che combatterono da parti diverse» — è cresciuto lentamente ma costantemente. La polemica sulla fiera dei libri del 2026 non è una querelle estiva: è il sintomo di qualcosa di molto più profondo, una democrazia che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il proprio passato.

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III. Le leggi ci sono. Ma non si applicano

La Repubblica italiana non è rimasta senza strumenti giuridici. Il Parlamento ha approvato due leggi fondamentali per fare argine al ritorno del fascismo. La prima è la legge Scelba (n. 645 del 20 giugno 1952), che punisce la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e qualsiasi attività di carattere fascista: ogni forma di organizzazione, di propaganda, di manifestazione pubblica che richiami metodi, finalità e simboli del regime. La seconda è la legge Mancino (n. 205 del 25 giugno 1993), che sanziona chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a compiere atti di discriminazione.

Queste leggi esistono. Sono in vigore. Eppure, i libri delle case editrici considerate da molti apertamente neofasciste — come quella finita al centro della polemica su Più libri più liberi, il cui catalogo comprende un pamphlet di Leon Degrelle, fondatore del movimento fascista belga Rex e comandante della divisione vallona delle Waffen SS, presentato come «impareggiabile contributo alla formazione dell’élite militante» — sono in commercio, non sono stati censurati dalla magistratura, non vengono distribuiti clandestinamente.

Come osserva con acutezza lo storico Gianni Oliva: «Se non sono stati perseguiti significa che scrivono cose lecite, oppure c’è una responsabilità della magistratura che si è dimostrata distratta e omissiva». Il problema, in altri termini, esiste. Ma la sua soluzione non può essere rovesciata sulle spalle degli organizzatori culturali, che si trovano a dover fare da soli ciò che lo Stato non ha fatto. Questa è la contraddizione fondamentale. Uno Stato che ha scritto le leggi giuste ma non le applica con coerenza; una società civile che, nel vuoto lasciato da quello Stato, inventa strumenti improvvisati che finiscono per alimentare esattamente la polemica che volevano spegnere.

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IV. Una premessa necessaria: imparzialità non è neutralità

Prima di addentrarmi nel merito, occorre chiarire il terreno su cui si cammina. Quando scrivo cerco di essere imparziale — termine che va distinto con cura dalla neutralità. Essere imparziali significa rispettare la deontologia dello scrivere pubblicamente, garantire la massima oggettività nel racconto dei fatti, tenere separate le proprie opinioni dal dovere di raccontare la realtà. La neutralità è altra cosa ancora: l’equidistanza asettica, fingere di stare ugualmente distanti da tutte le posizioni, come se tra chi esercita il potere e chi ne subisce le conseguenze non ci fosse differenza di sostanza.

Io non sono neutrale. La mia è una scelta di campo dichiarata: difendere l’interesse, il bene pubblico, i diritti umani, i fondamenti della democrazia. Non per obbedienza a una partitocrazia, ma per convinzione civile. Il che significa non tirarsi fuori quando le cose si fanno complicate.

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V. I fatti: cosa è accaduto davvero

La dichiarazione e il cosiddetto «patentino»

Un approfondimento su aspetti solo accennati poco sopra. La fiera Più libri più liberi — la più importante manifestazione nazionale della piccola e media editoria, in programma a Roma dal 4 all’8 dicembre 2026 — ha aggiunto al proprio regolamento una dichiarazione con cui gli editori espositori si impegnano ad aderire ai valori espressi nella Costituzione italiana, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani, «riconoscendo e condividendo i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico». La novità nasce da una polemica dell’anno precedente: la presenza tra gli stand della casa editrice Passaggio al bosco, il cui catalogo — come documentato in una lettera firmata da 89 tra scrittori, intellettuali, giornalisti e artisti, tra cui Anna Foa, Zerocalcare, Antonio Scurati, Caparezza — si basa in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reagito su X definendo la dichiarazione «censura». La presidente della fiera Annamaria Malato ha risposto che l’intento era «ricreare un clima di unità in un evento che da 25 anni è sempre stato inclusivo», e che la dichiarazione non fa che rafforzare una clausola già presente nel precedente regolamento.

Il caso Nevo

Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo — autore di romanzi come La simmetria dei desideri, Nostalgia, Tre Piani, quest’ultimo portato sullo schermo da Nanni Moretti — era atteso al festival Il Libro Possibile di Polignano a Mare e Vieste. Il 13 giugno 2026 una petizione firmata da intellettuali, docenti, attivisti e amministratori locali — tra cui l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Franco Moscone e la vicesindaca di Bari Giovanna Iacovone — ha chiesto di riconsiderarne la partecipazione, sostenendo che Nevo «non ha espresso una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto nell’intero Medio Oriente». La direttrice artistica del festival, Rosella Santoro, ha rifiutato di cedere: «Da venticinque anni il Libro Possibile porta la cultura nelle piazze e accoglie voci, sensibilità e posizioni differenti. Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese».

Dal palco della Repubblica delle Idee a Bologna, Nevo ha risposto con parole nette e documentate: «Non solo provo vergogna, ma Ben-Gvir non rappresenta né me né i valori del mio Paese né l’ebraismo. Doveva essere licenziato all’istante». Ha aggiunto di lavorare affinché alle elezioni israeliane di ottobre il paese scelga «una leadership più aperta al futuro», e di credere che la pace, «non facile», sia possibile.

Sul fronte opposto, e in modo speculare, è arrivata l’esclusione di Erri De Luca dalla prolusione inaugurale del festival Salerno Letteratura: non per posizioni filopalestinesi, ma al contrario, dopo che lo scrittore aveva dichiarato pubblicamente di essere sionista e di non ritenere che a Gaza fosse in corso un genocidio. Il condirettore artistico Gennaro Carillo ha motivato la scelta con queste parole: «La prolusione implica una certa identità di vedute con chi te la commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza». Gli organizzatori hanno precisato che non si trattava di censura, poiché a De Luca era stato proposto di intervenire in altra sezione del festival; lo scrittore ha tuttavia declinato anche questa soluzione, dichiarando: «Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me». È lo stesso meccanismo del caso Nevo, applicato in direzione contraria: chi non si allinea al sentimento prevalente di chi organizza, da qualunque lato, rischia di perdere la parola.

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VI. Due voci, due misure: Travaglio e De Giovanni

Travaglio: argomenti ben posti, conclusioni che non riesco a condividere.

Marco Travaglio, in un suo editoriale sul Il Fatto Quotidiano, argomenta che «gli editori non sono partiti politici e gli autori non sono ministri, quindi non devono giurare sulla Costituzione». E aggiunge, giustamente, che la libertà va garantita a tutti — inclusi gli scrittori russi censurati dopo il 2022 — o a nessuno. Altrimenti si cade nell’ipocrisia dei «liberali a targhe alterne: tolleranti nei giorni pari e censori in quelli dispari». Su questo concordo. E concordo anche quando ricorda che le colpe del governo israeliano non ricadono sui cittadini israeliani, così come le colpe del governo russo non ricadono sui cittadini russi.

Ma Travaglio compie un passo ulteriore che è insieme perentorio e, a mio avviso, non condivisibile nel metodo e fuorviante nella sostanza. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano — ha scelto di non firmare la dichiarazione richiesta dalla fiera, e nella lettera di rifiuto ha scritto che «era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti», concludendo che «una democrazia che usi lo stesso trattamento non è più tale: è appunto una nuova forma di fascismo». È una frase che suona come un colpo di pistola ma che, per la mia sensibilità, spara in direzione sbagliata.

Paragonare una dichiarazione volontaria di adesione ai valori costituzionali — condizione di accesso a una manifestazione culturale privata, non a un diritto civile o a un impiego pubblico — con i giuramenti imposti dal regime fascista ai docenti universitari nel 1931 è, a mio parere, un cortocircuito logico: un ragionamento che salta passaggi essenziali e approda a una conclusione non ricavabile dalle premesse. Il fascismo non chiedeva: imponeva. Non offriva alternative: escludeva chi non si piegava dalla vita civile, dalla professione, dalla sopravvivenza. La dichiarazione di Più libri più liberi è un atto di un soggetto privato che sceglie con chi condividere il proprio spazio. Confondere le due cose produce qualcosa di più grave di un errore concettuale: sminuisce la vera violenza del fascismo storico, riducendola a metro di paragone per una modesta burocrazia culturale.

C’è poi nel tono di Travaglio qualcosa che va oltre il ragionamento e scivola nell’irrisione: lo «scompisciarsi», la battuta sull’«antincendio», il «senso del ridicolo» come arma retorica, uno strumento per chiudere una discussione invece di aprirla. È un registro che può essere efficace sul breve termine, ma che su questioni come queste impoverisce il dibattito invece di arricchirlo. Le grandi domande sulla libertà d’espressione meritano rispetto, anche quando si è convinti di avere ragione.

De Giovanni: la voce della coscienza civile

È su questo sfondo che acquista tutto il suo peso la posizione dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni — autore della celebre serie del Commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli degli anni Trenta, e di altre serie di grande successo come I Bastardi di Pizzofalcone e Mina Settembre, quasi tutte diventate fortunate produzioni televisive. De Giovanni, per quanto conosco, è uno scrittore civile, un narratore della memoria, un uomo profondamente radicato nella tradizione del romanzo sociale italiano che va da Leonardo Sciascia a Umberto Eco — quella tradizione che ritiene la letteratura non soltanto intrattenimento ma strumento di comprensione della realtà e custode della memoria collettiva.

Le sue parole nel dibattito sul cosiddetto «patentino» meritano di essere citate con attenzione, perché vanno dritte al cuore del problema: «Capisco il ragionamento di Paper First, ma mi pongo questa domanda: il fascismo è un’opinione? Perché se lo è, allora ha tutto il diritto di essere rappresentata e difesa come le altre. Ma se non lo è, e io credo che non lo sia, non mi spiego perché in Italia sia diventato così problematico dichiararsi antifascisti. Il fascismo è un delitto, è un reato, rappresenta un regime che ha portato l’Italia alla guerra e alla distruzione e la Costituzione nasce dall’antifascismo».

Io mi riconosco in queste parole. E mi ci riconosco non per emozione, ma perché De Giovanni pone la domanda giusta nel modo giusto: non parte dai diritti astratti dell’editore, ma dalla natura concreta di ciò che si vuole proteggere. Il fascismo non è un’opinione come le altre nello stesso senso in cui lo è il liberalismo, il socialismo o il conservatorismo: è una dottrina che si è tradotta in un regime che ha negato per vent’anni la libertà degli italiani, che ha perseguitato e ucciso i suoi oppositori, che ha promulgato le leggi razziali, che ha trascinato il Paese in una guerra disastrosa. Non è una preferenza estetica: è una storia di sangue e di distruzione.

De Giovanni distingue inoltre, con finezza giuridica che va segnalata, tra escludere qualcuno da una manifestazione e impedirgli di parlare. Sul caso Erri De Luca, osserva che il festival di Salerno «aveva tutto il diritto di negargli la prolusione, che è un discorso introduttivo di indirizzo del festival, ma non gli è stata negata la possibilità di intervenire». È una distinzione reale e importante: scegliere chi rappresenta simbolicamente l’identità culturale di un evento non equivale a mettere il bavaglio a qualcuno. La prolusione — il discorso inaugurale che imprime il segno e il tono di una manifestazione — è un atto di rappresentanza, non un diritto incondizionato.

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VII. Il fascismo oggi: confini giuridici, limiti reali e zone grigie

Due piani che non vanno confusi

La domanda che De Giovanni pone — «il fascismo è un’opinione?» — ci obbliga ad affrontare una questione che il dibattito pubblico italiano tende sistematicamente a eludere, scivolando tra il piano storico-morale e quello giuridico-penale: il giudizio su ciò che il fascismo è stato da una parte, la definizione precisa di ciò che la legge vieta oggi dall’altra. Confondere questi due piani produce, da un lato, affermazioni moralmente giuste ma giuridicamente imprecise; dall’altro, difese di comportamenti inaccettabili dietro lo scudo di una legalità formale che non coincide con la legalità sostanziale.

Sul piano storico e morale il giudizio è netto, e non dovrebbe essere oggetto di controversia: il fascismo fu una dittatura che soppresse le libertà politiche, instaurò il partito unico, perseguitò e uccise gli oppositori, promulgò le leggi razziali del 1938, trascinò l’Italia in una guerra che causò centinaia di migliaia di morti tra i civili. La Costituzione repubblicana nasce esplicitamente come risposta e come ripudio di quel regime. La XII disposizione transitoria e finale vieta esplicitamente «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».

Sul piano giuridico-penale, quello delle norme che i tribunali applicano ai comportamenti concreti delle persone, il quadro è più articolato, e vale la pena esaminarlo con precisione, perché è proprio in questa zona che si gioca gran parte del dibattito attuale.

Che cosa vieta la legge: la legge Scelba e la legge Mancino

La legge Scelba (n. 645 del 1952) punisce chi promuove la riorganizzazione del partito fascista, chi partecipa a tale riorganizzazione, e chi pubblicamente esalta i metodi, i principi e i fini del disciolto partito. La giurisprudenza, l’insieme delle sentenze che nel tempo hanno interpretato e applicato questa norma, ha precisato che non è sufficiente esprimere nostalgia generica del fascismo storico: occorre una condotta concreta che si avvicini alla riorganizzazione di un partito o che si configuri come esaltazione pubblica sistematica e organizzata. È per questo che i libri in vendita da Passaggio al bosco non sono stati automaticamente sequestrati: la pubblicazione di testi che esaltano figure nazifasciste non coincide necessariamente, secondo l’interpretazione prevalente, con la condotta di apologia punita dalla legge, a meno che non si dimostri un’idoneità concreta a riorganizzare movimenti vietati.

La legge Mancino (n. 205 del 1993) sanziona invece chi propaganda idee fondate sulla superiorità razziale o sull’odio etnico e razziale, chi istiga a commettere atti di discriminazione, e chi partecipa a organizzazioni che hanno tra i propri scopi l’incitamento all’odio o alla discriminazione. Qui la giurisprudenza è stata più attiva: saluti romani in contesti pubblici organizzati, sfilate con simboli delle SS, pubblicazioni che attribuiscano l’inferiorità biologica a gruppi etnici o religiosi sono state oggetto di procedimenti penali, con esiti che variano in base alle circostanze concrete.

I confini attuali: dove passa la linea

La domanda pratica — e la più difficile — è questa: fino a dove può spingersi, oggi in Italia, chi vuole dichiararsi fascista, ostentare un’appartenenza ideologica al fascismo, o difendere pubblicamente atti e parole di quel passato? La risposta onesta è che la linea è mobile, e dipende dal contesto, dalla forma e dal grado di concretezza della condotta.

Esprimere in privato nostalgia per il regime, tenere in casa un ritratto di Mussolini, affermare in una conversazione che «il fascismo ha fatto anche cose buone»: tutto questo, per quanto possa essere moralmente ripugnante e storicamente falso, non integra di per sé alcun reato ai sensi dell’ordinamento vigente. Il diritto penale — fondato sul principio di legalità sancito dall’articolo 25 della Costituzione, secondo cui «nessuno può essere punito se non in forza di una legge» — punisce i comportamenti, non le opinioni in quanto tali.

Organizzare un corteo con simboli fascisti, fare il saluto romano in una commemorazione pubblica di caduti della RSI, pubblicare manifesti che attribuiscano caratteristiche di inferiorità a gruppi etnici: qui la giurisprudenza ha riconosciuto, in numerose sentenze, la rilevanza penale delle condotte. Il discrimine, il confine tra ciò che la legge tollera e ciò che punisce, passa attraverso tre criteri: la pubblicità della condotta, la sua idoneità concreta a turbare l’ordine pubblico o a fomentare discriminazione, e la presenza di un elemento organizzativo che avvicini il comportamento alla ricostituzione di strutture vietate.

Rimane una zona grigia, uno spazio in cui la legge non offre risposte sicure, che è, non casualmente, quella più frequentata dal revisionismo apologetico contemporaneo: i libri che esaltano «eroi» nazifascisti senza chiamarli tali, i discorsi che «rileggono» il fascismo come difesa dell’ordine contro il caos bolscevico, le commemorazioni che equiparano i combattenti della RSI ai partigiani in nome di un falso «senso dello Stato». Non sono reati: sono però la zona in cui la legge finisce e inizia la responsabilità politica, culturale e civile. È esattamente qui che la dichiarazione di Più libri più liberi voleva operare: non come strumento penale — che è compito esclusivo dei giudici — ma come affermazione di una posizione culturale e valoriale da parte di un soggetto privato.

La distinzione decisiva: opinione e comportamento, pensiero e propaganda

Il filosofo politico Karl Loewenstein, che negli anni Trenta elaborò il concetto di «democrazia militante» — una democrazia che non attende di essere distrutta dai propri nemici, ma si difende attivamente — aveva visto con chiarezza il problema: una democrazia che tollera illimitatamente chi ne vuole la distruzione rischia di essere divorata dall’interno. Karl Popper, nella stessa stagione storica, formulò il «paradosso della tolleranza»: una società che tollera tutto, inclusa l’intolleranza, finisce per essere distrutta dall’intolleranza stessa.

Ma entrambi erano consapevoli del rischio opposto: quello di usare la difesa della democrazia come pretesto per comprimere il dissenso legittimo. La risposta che regge — l’unica che regge — è quella che distingue il pensiero dal comportamento, l’opinione dalla propaganda organizzata, la nostalgia privata dalla mobilitazione pubblica. Una democrazia matura non criminalizza le idee: criminalizza le condotte che traducono quelle idee in danno concreto per la convivenza civile.

Questo significa che il problema italiano non è l’assenza di leggi: è la loro applicazione selettiva e discontinua, che lascia impuniti comportamenti che le norme vigenti già colpirebbero, e che crea un ambiente culturale in cui il fascismo viene progressivamente normalizzato — trattato come una delle tante sensibilità della tradizione politica italiana, invece di essere riconosciuto per quello che è stato: un regime criminale, storicamente condannato, costituzionalmente ripudiato.

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VIII. L’antifascismo non è un vezzo: è il suolo su cui camminiamo

Daniela Padoan scrive con acutezza che «i problemi della vulnerabilità della democrazia e dell’educazione antifascista non sono in conflitto con il ‘ben altro’ a cui dovremmo guardare; ne sono parte integrante». È una frase che vale la pena custodire. Il «ben altro» a cui allude Padoan è l’obiezione che si sente spesso, in Italia, quando si parla di antifascismo: «Sì, sì, tutto giusto — ma ci sono problemi ben più urgenti: la povertà, la sanità, il lavoro, la scuola. Perché perdere tempo con polemiche simboliche su fiere dei libri?».

Padoan rovescia questa logica. I problemi materiali che preoccupano giustamente i cittadini non esistono in un vuoto politico. Esistono dentro una cornice istituzionale, dentro un sistema di valori condivisi, dentro una democrazia che deve essere abbastanza solida da tutelare i diritti di tutti. Se quella cornice si sgretola — se la democrazia si indebolisce, se la memoria del fascismo si normalizza — anche le battaglie concrete diventano più difficili da vincere. Chi si batte per una sanità pubblica equa, per una scuola accessibile, per diritti dei lavoratori garantiti, sta già facendo — consapevolmente o no — un gesto antifascista.

Ha ragione anche Gianni Oliva quando avverte che le «crociate antifasciste contro i libri di destra» finiscono per garantire visibilità a editori di nicchia, altrimenti destinati a sopravvivere in circuiti marginali. Ma da questo non deriva che l’antifascismo debba essere abbandonato come categoria civile: deriva, semmai, che esso vada praticato con intelligenza e profondità storica, non agitato come strumento di comunicazione reattiva. L’antifascismo non è un certificato da esibire: è una pratica quotidiana. Come osserva lo stesso Oliva, «queste sono le battaglie antifasciste» — poter arrivare a fine mese, farsi curare senza aspettare due anni, avere scuole efficienti. Vero. Ma le une non escludono le altre.

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IX. Il dovere del dialogo: una necessità antropologica, non un lusso morale

Il filosofo Giovanni Scarafile richiama un caso illuminante: nell’estate del 2024, durante la preparazione del XXV Congresso Mondiale di Filosofia a Roma, si pose la questione se invitare studiosi russi mentre era in corso la guerra in Ucraina. La risposta di Scarafile è costruita sull’esame di tre incongruenze logiche che emergono quando si applica il principio antico condensato nella formula latina contra principia negantem non est disputandum — «non si discute con chi nega i principi fondamentali» — il quale, applicato alle situazioni concrete, produce almeno tre cortocircuiti.

Il primo: questo principio autorizza il dialogo soltanto tra chi già si somiglia. Ma un confronto tra persone che condividono gli stessi presupposti perde la sua funzione più alta — quella di permettere l’incontro con ciò che è diverso. Il secondo: confonde le persone con gli Stati. Uno studioso russo non è il governo russo; uno studioso israeliano non è il governo israeliano. Attribuire a un individuo le responsabilità delle decisioni politiche del suo Paese significa accettare la colpa collettiva. Il terzo, e più radicale: se interrompiamo il dialogo ogni volta che emergono divergenze profonde, il dialogo sopravvive soltanto dove il conflitto è già stato superato. Diventa inutile proprio là dove sarebbe più necessario.

Il principio va dunque rovesciato: il dialogo non nasce dalla concordia, ma dalla distanza. Il segretario generale della CEI, monsignor Giuseppe Baturi, lo ha detto con chiarezza: «La pace si costruisce attraverso il dialogo, che necessita di libertà di espressione». Costruire la pace, ha aggiunto, non significa impedire la parola a chi ha opinioni diverse, ma creare le condizioni perché ci si possa ascoltare reciprocamente.

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X. La suggestione, il potere e il rischio della «colonizzazione del giudizio»

Nunzio Galantino, sul tema della suggestione — parola che viene dal latino suggere, «portarsi sotto», «svilupparsi al di sotto del livello di attenzione consapevole» — propone una riflessione che tocca direttamente il cuore del problema. La suggestione indica quel sentire profondo che si forma dentro di noi prima ancora che entrino in campo pensieri e valutazioni razionali: è la sensazione che precede il ragionamento, il moto interiore che orienta la nostra attenzione prima che decidiamo dove guardarla.

La suggestione ha una doppia natura. Da un lato può essere una forza positiva: raggiunge chi ha «finezza d’animo ed è capace di guardare con meno difesa e più abbandono». In questo senso è la porta attraverso cui entra la bellezza, l’empatia, la comprensione autentica dell’altro. Dall’altro lato, la stessa identica porta può essere varcata dall’inganno. La suggestione può diventare istigazione maliziosa, insinuazione manipolatrice — il meccanismo su cui fanno leva la propaganda, la disinformazione, la retorica dell’odio. Chi vuole manipolare non argomenta: suggestiona.

Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone denunciano quella che chiamano «colonizzazione del giudizio»: la tendenza dei grandi sistemi algoritmici a sostituire la deliberazione democratica — l’atto collettivo di riflettere, scegliere, decidere — con la pura elaborazione di dati. Riprendendo Hannah Arendt, parlano di «banalità algoritmica»: non la malvagità di un sistema, ma la sua indifferenza strutturale all’atto del pensare, la sua tendenza a erogare risposte laddove occorrerebbe invece saper formulare domande. In questo scenario, la libertà di espressione non può essere difesa solo sul piano giuridico. Va difesa anche come pratica quotidiana di pensiero: la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza, di resistere alla tentazione di affidarsi a categorie preconfezionate.

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XI. Allora: si deve censurare? Libertà senza argini?

La risposta onesta non è né l’una né l’altra cosa in forma pura. La censura è un’arma pericolosa: chi la impugna in nome della democrazia rischia di usare il metodo di ciò che combatte. Ma non può esserci libertà assoluta, disordinata, priva di memoria e di responsabilità: quella non è libertà, è arbitrio — e l’arbitrio, quando è abbastanza forte, schiaccia le libertà altrui. Quello che si difende qui è qualcosa di più esigente e più fragile: la libertà esercitata dentro un quadro di principi condivisi che ne impediscono la degenerazione in strumento di oppressione.

Le strade percorribili, a mio parere, sono tre, e vanno percorse insieme.

Prima strada: applicare le leggi esistenti. La legge Scelba e la legge Mancino non mancano di strumenti. Manca la volontà politica e la coerenza giudiziaria di applicarli con rigore e continuità. Non servono nuovi patentini: serve che la magistratura faccia il suo lavoro, e che il potere politico smetta di creare le condizioni culturali in cui l’apologia del fascismo diventa «opinione legittima».

Seconda strada: distinguere le persone dagli Stati. Le colpe del governo israeliano non ricadono su Eshkol Nevo. Le colpe del governo russo non ricadono su Dostoevskij. Ogni volta che una certa cultura progressista confonde questa distinzione, perde la sua stessa ragion d’essere morale — e regala argomenti a chi quella distinzione non l’ha mai voluta fare per principio.

Terza strada: praticare l’antifascismo, non esibirlo. Le dichiarazioni di principio servono a poco se non sono radicate in pratiche concrete: scuole che insegnano la storia, servizi pubblici che funzionano, una giustizia che non distingue tra potenti e deboli. L’antifascismo non si sottoscrive su un modulo: si vive. Detto questo, la dichiarazione di Più libri più liberi non è un «patentino» burocratico da irridere: è un atto di posizionamento culturale di un soggetto privato, che esercita il diritto di scegliere con chi condividere il proprio spazio valoriale. Equipararla a un giuramento fascista è, oltre che storicamente falso, un insulto alla memoria di chi quei giuramenti li subì come atti di violenza istituzionale.

Il caso di Eshkol Nevo è stato, da questo punto di vista, una catastrofe evitata. Non perché Nevo non avesse posizioni scomode per qualcuno, ma perché la sua esclusione sarebbe stata la prova che una certa sinistra non sa distinguere tra un governo e le persone che lo abitano, tra uno Stato e la sua coscienza critica. Nevo è quella coscienza critica. Escluderlo avrebbe significato dargli torto — e darsi torto.

La libertà di espressione vale soprattutto quando fa male. Quando difende la voce di chi non ci piace, di chi non condivide le nostre categorie, di chi ci interpella scomodo. È lì che si misura la sua solidità. Ed è lì che si capisce se crediamo davvero in essa o la invochiamo solo quando ci è conveniente.

Non si costruisce dialogo togliendo la parola. Lo dicono i vescovi e lo dicono i filosofi, lo dice la storia e lo dice il diritto. Il dialogo è necessità antropologica — condizione umana fondamentale, non optional — nelle stagioni lacerate. Laddove si dichiara impossibile, non resta che la lenta escalation dell’inimicizia.

In questo tempo di parole inflazionate e ascolto raro, la sfida non è scegliere tra libertà e responsabilità: è imparare a tenerle insieme. E per tenerle insieme, bisogna prima capire perché le abbiamo separate. La risposta sta in quella firma del giugno 1946 e in tutto ciò che, da allora, non abbiamo avuto il coraggio di dire fino in fondo.

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Una parola al lettore

Caro lettore, anche tu che sei in disaccordo con me, permettimi una riflessione più diretta. Voglio la tua libertà. La voglio davvero, senza riserve, senza condizioni. È la stessa libertà che rivendico per me. Ma se tu, amico mio, usi quella libertà per arrogarti mano libera sugli altri, per spacciare una visione del mondo come verità universale, per aprire la strada al ritorno di un regime che si fondava esattamente sulla negazione della libertà — a quel punto qualcosa si rompe. Non nella libertà in astratto: in quella concreta, la nostra, quella che abitiamo ogni giorno.

Questo è il paradosso che Karl Popper chiamò paradosso della tolleranza: una società che tollera tutto, inclusa l’intolleranza, finisce per essere divorata dall’intolleranza stessa. La libertà non può essere il cavallo di Troia con cui si rientra dalla finestra ciò che la libertà ha cacciato dalla porta.

La risposta che tiene — l’unica che tiene — è una sola: lo decide la legge, approvata democraticamente, applicata da una magistratura indipendente, fondata su principi costituzionali che nessuna maggioranza contingente può riscrivere a proprio uso. Il problema italiano è che quella legge c’è. Ma non viene applicata. E nel vuoto che lascia, ognuno inventa il proprio strumento. Strumenti che non funzionano, perché mancano dell’unica cosa che la legge può dare: la legittimità.

Lascio l’ultima parola a Pietro Calamandrei:

«La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sola. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse.»  — Pietro Calamandrei, discorso agli studenti milanesi, 1955

2 pensieri riguardo “Censura, diritto di parola e libertà”

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