Storia, inganni e difese dell’arte della parola
Un insulto che nasconde un’arte
«È tutta retorica». Lo diciamo quasi sempre come una condanna, per liquidare un discorso che reputiamo vuoto, gonfio, insincero. Eppure, come emerge anche dalla riflessione di Gigi Spina nel libro Retorica quotidiana, questo uso della parola tradisce la sua storia. Il rhetor greco (letteralmente «colui che parla in pubblico») non era necessariamente un imbonitore: era un oratore, e poteva essere un maestro della parola, capace di formare cittadini e non soltanto di vendere loro qualcosa. Vale dunque la pena ripercorrere come e perché questo termine abbia attraversato venticinque secoli cambiando tanto di significato, e che cosa ci serve oggi per distinguere l’uso onesto dell’arte della parola da quello manipolatorio.
Da dove viene la parola, e come è cambiata nei secoli
Rhetorikè (l’arte dell’oratore) deriva da rhetor, termine imparentato con il verbo eirein, «dire». In origine rhetorindicava semplicemente l’oratore pubblico, la figura che nell’Atene democratica saliva sul bema (la tribuna da cui si parlava all’assemblea) per convincere i concittadini su una legge o su una guerra. Il termine non aveva di per sé una sfumatura negativa: essere un buon rhetor significava saper mettere ordine nel pensiero e comunicarlo con efficacia.
La svolta polemica arriva presto, ed è opera di Platone. Nel dialogo Gorgia egli confronta la retorica dei sofisti (maestri itineranti che insegnavano, a pagamento, l’arte di argomentare) con la filosofia, che cerca la verità attraverso il dialogo razionale. La retorica, dice Platone, quando mira soltanto a compiacere chi ascolta, è una kolakeia, cioè un’adulazione: un’abilità che mira a ciò che piace, non a ciò che è bene. Il paragone è con la cucina rispetto alla medicina: il cuoco lusinga il palato, mentre il medico cerca la salute, anche quando la cura è sgradevole. Dunque, il sospetto verso la retorica che ci portiamo dietro ancora oggi deve molto a questa critica platonica, più che a un difetto intrinseco della disciplina.
Nei secoli successivi il termine ha oscillato fra due poli: tecnica nobile di persuasione argomentata, oppure arte vuota dell’apparenza. Il Medioevo la conservò fra le sette arti liberali, insieme a grammatica e dialettica (l’arte di ragionare e discutere attraverso gli argomenti), formando il celebre trivium, cioè il gruppo delle tre arti del linguaggio. L’Umanesimo la rilanciò come strumento di formazione civile. Nell’età moderna, invece, la crescita della scienza sperimentale e la crescente importanza attribuita alla dimostrazione contribuirono, insieme ad altre trasformazioni culturali, a rafforzare il sospetto verso la persuasione non fondata su prove. La retorica continuò a essere studiata e praticata, ma nel linguaggio comune si consolidò progressivamente anche il significato negativo che oggi le attribuiamo quando la liquidiamo come chiacchiera.
Quando e perché nacque: una risposta a un problema molto pratico
La retorica non nacque, secondo la tradizione antica, come esercizio accademico, ma per risolvere un problema concreto. Intorno al 466 a.C. la caduta della tirannide dei Dinomenidi (la dinastia che aveva governato Siracusa) avrebbe aperto una stagione di cause civili: molti cittadini dovevano rivendicare davanti a giurie popolari terre e beni confiscati durante la dittatura. In quel contesto, non a caso giudiziario e non filosofico, due siciliani, Corace e Tisia, avrebbero messo per iscritto le prime regole per costruire un discorso persuasivo: come organizzare le prove, come rendere verosimile la propria versione dei fatti. Qui occorre però una cautela. Le nostre fonti sono posteriori agli eventi (fra le testimonianze più note figurano Cicerone e Quintiliano), la tradizione presenta Tisia come allievo di Corace, e alcuni studiosi dubitano persino che si tratti di due persone distinte. Possiamo dunque dire che la tradizione antica colloca in Sicilia, nel V secolo a.C., la nascita della retorica come tecnica sistematica del discorso; i dettagli della storia restano incerti.
Da Siracusa la tecnica si diffuse ad Atene. Un ruolo importante ebbe Gorgia di Leontini, uno dei grandi sofisti, giunto in città come ambasciatore nel 427 a.C. Lì trovò terreno fertile nella democrazia assembleare, dove i cittadini potevano essere chiamati a parlare in pubblico. Fu però Aristotele, nel IV secolo a.C., a trasformare questo insieme di tecniche pratiche in una disciplina sistematica con il trattato Retorica, definendola come la facoltà di scorgere, in ogni caso, ciò che è adatto a persuadere. A differenza del Platone del Gorgia, Aristotele non condannava la retorica in sé: ne riconosceva il valore come strumento che può servire anche alla difesa del vero e del giusto, perché una causa fondata rischia di soccombere quando non sa confrontarsi con argomenti contrari formulati con maggiore efficacia.
A Roma la disciplina raggiunse una straordinaria elaborazione pratica e teorica con Cicerone (De oratore) e Quintiliano. Nell’Institutio oratoria quest’ultimo raccolse l’ideale educativo dell’intera tradizione antica in una formula che risale a Catone il Censore (statista e scrittore del II secolo a.C.) e che Quintiliano fa propria: l’oratore perfetto è vir bonus dicendi peritus, «un uomo onesto esperto nel parlare». Per Quintiliano, dunque, la competenza tecnica da sola non basta: l’oratore ideale deve possedere anche un carattere morale solido, perché le stesse tecniche, in mani disoneste, diventano strumenti di inganno.
Il fine della retorica: servire la verità o tradirla?
È la domanda che attraversa tutta la storia della disciplina, e non ha una risposta univoca, perché la retorica è uno strumento, non un fine. Come un bisturi può curare o ferire a seconda di chi lo impugna, l’arte della parola può illuminare un ragionamento complesso oppure travestire da verità un’opinione infondata.
Platone aveva ragioni importanti per diffidare di una retorica che cercasse la vittoria sull’interlocutore senza preoccuparsi della verità. L’accusa di «rendere più forte l’argomento più debole» fu tradizionalmente associata a Protagora (sofista del V secolo a.C.) e ai sofisti. Aristotele ne esaminò criticamente i procedimenti nella Retorica, mentre Aristofane, nelle Nuvole, ne offrì una rappresentazione satirica, attribuendo alla scuola di Socrate la contrapposizione fra un «Discorso più forte» e un «Discorso più debole». Occorre però distinguere: saper difendere una tesi apparentemente debole non significa necessariamente sostenere il falso. Il problema morale nasce quando la capacità di persuadere viene deliberatamente separata dalla ricerca della verità.
D’altra parte, Aristotele e Quintiliano avevano altrettanta ragione a rivendicare il valore civile della retorica. Senza la capacità di argomentare bene, chi ha ragione ma comunica male rischia di perdere contro chi ha torto ma comunica con efficacia. Rinunciare alla retorica, per chi difende posizioni giuste, significa quindi disarmarsi di fronte a chi la userà comunque, senza scrupoli, per fini opposti.
Chi ha impersonato quest’arte: dai grandi oratori a un caso particolare, Terenzio
La storia della retorica ha i suoi protagonisti dichiarati: Gorgia e Isocrate fra i greci; Demostene, uno dei più grandi oratori politici dell’antichità, autore delle Filippiche contro Filippo di Macedonia; e poi Cicerone e Quintiliano a Roma, grandi protagonisti della disciplina come sapere codificato.
Merita invece una precisazione onesta il caso di Publio Terenzio Afro. Terenzio non fu un retore né un oratore, ma un commediografo (autore di commedie). Nacque, secondo la tradizione, intorno al 185 a.C. a Cartagine; fu portato a Roma come schiavo, poi affrancato (cioè liberato) e frequentò ambienti culturali vicini agli Scipioni. Qui dobbiamo essere prudenti: l’idea di un vero e proprio «circolo degli Scipioni» è oggi molto discussa dagli storici. Scrisse sei sole commedie, fra cui Andria, Eunuchus e Adelphoe, e morì giovane intorno al 159 a.C., durante o dopo un viaggio in Grecia. Le biografie antiche riportano versioni diverse della sua morte, quindi non possiamo affermare con certezza come avvenne. Di lui resta anche un verso diventato proverbiale: homo sum, humani nihil a me alienum puto, «sono un uomo, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me».
Il suo legame con la retorica è indiretto, ma reale. La sua lingua, sobria, elegante, vicina al parlato colto e caratterizzata da una misura espressiva diversa dall’esuberanza verbale e comica di Plauto, fece delle sue commedie un modello di latinitas (la correttezza e la purezza del latino), tanto che furono studiate nelle scuole romane e medievali come esercizio di stile. Giulio Cesare lo definì, in un verso a noi giunto attraverso Svetonio (biografo romano), «amante del parlare puro», e anche Cicerone ne ammirò l’eleganza. Non tutti, però, lo giudicarono innocuo: Sant’Agostino, nelle Confessioni, critica proprio un episodio dell’Eunuchus nel quale il comportamento di Giove viene invocato come esempio per giustificare una condotta moralmente riprovevole. Terenzio, insomma, non insegnò la retorica: ne divenne, attraverso la fortuna scolastica delle sue opere, una sorta di manuale vivente di buon stile, a dimostrazione che la cura della parola, anche fuori dai tribunali e dalle assemblee, forma il gusto e il giudizio linguistico di chi la pratica.
Chi è oggi depositario di quest’arte
Nell’antichità il rhetor aveva un indirizzo preciso: il tribunale, l’assemblea, la scuola. Oggi la retorica si è moltiplicata e si è resa quasi invisibile, disperdendosi in luoghi che non riconosciamo più come sedi della persuasione: i titoli dei giornali, costruiti per orientare la lettura prima ancora che si legga l’articolo; gli slogan pubblicitari e politici; le interfacce digitali, progettate anche per persuaderci a restare, cliccare, comprare; gli algoritmi dei social network (sequenze di istruzioni che contribuiscono a scegliere ciò che vediamo), che possono privilegiare contenuti capaci di suscitare coinvolgimento e forti reazioni emotive. Non sono retorica nel senso classico del termine, ma possono amplificare e distribuire messaggi persuasivi su una scala che gli antichi non avrebbero potuto immaginare. In questo senso possiamo parlare, metaforicamente, di una retorica applicata su scala industriale.
Anche chi scrive un libro divulgativo, un articolo di opinione o un semplice post compie scelte retoriche, nella struttura, nel lessico, nell’ordine degli argomenti, che stia parlando o scrivendo. Del resto, la retorica non è mai stata soltanto un fatto orale: già nella Grecia del V secolo a.C. la pratica dei discorsi cominciò a legarsi alla scrittura, e da allora il rapporto fra parola pronunciata e parola scritta non si è più interrotto.
Come possiamo difenderci: conoscere i trucchi per non subirli
Qui sta il punto più utile per chi legge, non solo per chi scrive o parla. Conoscere le tecniche retoriche non serve soltanto a chi vuole persuadere, ma soprattutto a chi vuole non farsi persuadere contro il proprio interesse o contro la verità. Alcuni criteri pratici:
Distinguere un argomento da una suggestione. Un argomento espone premesse che possono essere discusse e valutate, dalle quali cerca di ricavare una conclusione; una suggestione punta soprattutto sull’emozione, rischiando di scavalcare il ragionamento.
Riconoscere quando una metafora sta sostituendo una prova. Le immagini retoriche aiutano a capire, ma quando prendono il posto dei dati diventano un segnale d’allarme.
Notare quando un discorso costruisce una cornice (in inglese frame, una struttura interpretativa che orienta il modo in cui comprendiamo i fatti) invece di dimostrare una tesi.
Chiedersi sempre chi parla, con quale interesse, e se le sue affermazioni reggerebbero anche di fronte a chi la pensa diversamente. Conoscere la provenienza di un discorso serve a comprenderlo meglio, non a giudicarlo vero o falso sulla sola base dell’identità di chi lo pronuncia.
Questi strumenti non sono estranei al percorso che ho cercato di costruire con alcuni articoli già pubblicati: dal framing (l’inquadrare i fatti in una cornice che ne orienta il senso) all’agenda setting (la capacità dei media di influenzare quali temi entrano al centro dell’attenzione pubblica), dai bias cognitivi (tendenze sistematiche del pensiero che possono portarci a errori di giudizio) all’onere della prova (il principio per cui spetta a chi sostiene un’affermazione fornire le ragioni e le prove necessarie a giustificarla). La retorica è, in fondo, il ponte che collega la logica alla persuasione reale: il luogo dove le regole del pensiero critico incontrano il linguaggio che effettivamente usiamo per convincerci.
Di chi fidarsi
Non necessariamente di chi parla meglio, ma di chi argomenta in modo verificabile: chi cita le proprie fonti, chi accetta la possibilità di essere smentito, chi non sostituisce sistematicamente le prove con le emozioni.
La buona retorica, quella che può essere ricondotta all’ideale morale del vir bonus di Quintiliano, non rinuncia necessariamente alla bellezza della parola o alla forza delle emozioni. Si riconosce piuttosto dal fatto che non le utilizza per sottrarsi alla verifica dei fatti, alla coerenza del ragionamento e al confronto con le obiezioni. La cattiva retorica, al contrario, pretende che la suggestione valga come dimostrazione, che l’autorità di chi parla sostituisca la prova, che la forza delle parole renda superflua la ricerca della verità.
Chi leggere per capire davvero
Per chi volesse andare alla fonte, un percorso essenziale parte dalla Retorica di Aristotele, il testo fondamentale che distingue tre grandi leve della persuasione: ethos (la credibilità di chi parla), pathos (il coinvolgimento emotivo di chi ascolta) e logos (la forza dell’argomento). Si prosegue con il De oratore di Cicerone e l’Institutio oratoria di Quintiliano, che restano riferimenti fondamentali per la formazione classica dell’oratore e per il rapporto fra eloquenza e responsabilità morale.
In epoca moderna, il Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca (1958) ha contribuito a riportare la retorica al centro degli studi filosofici sull’argomentazione, come pratica capace di costruire un consenso ragionevole anche là dove non sono possibili dimostrazioni rigorosamente formali. Per capire invece come le tecniche persuasive siano state impiegate nella propaganda politica del Novecento, restano importanti gli studi di Harold Lasswell sulla comunicazione di massa (a partire da Propaganda Technique in the World War, 1927) e, più vicino a noi, le analisi di George Lakoff sul modo in cui il linguaggio politico costruisce cornici mentali capaci di orientare il giudizio prima ancora che il ragionamento cominci.
Il libro di Luigi Spina, Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee, da cui siamo partiti, ha il merito di riportare questa riflessione dentro la vita di ogni giorno, ricordandoci che il rhetor non è mai scomparso: ha soltanto cambiato indirizzo.
Per concludere
La retorica non è né buona né cattiva per natura: è una delle più antiche tecniche della persuasione e, come ogni tecnica, può servire intenzioni e scopi differenti. Il vero antidoto non è rifiutarla, perché sarebbe come rinunciare a una parte essenziale delle possibilità del linguaggio, ma impararla abbastanza bene da riconoscerla in azione, negli altri e nei nostri stessi ragionamenti.
Un cittadino che sa ascoltare criticamente vale, per la salute di una democrazia, quanto un buon oratore: perché è lo sguardo educato di chi ascolta, e non solo la voce di chi parla, a contribuire a decidere se la retorica servirà la verità o la tradirà.

Giustizia e libertà sempre e per tutti
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