…il rischio della libertà…
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
Franco Basaglia (1924-1980), psichiatra italiano. Opere di riferimento: L’istituzione negata (1968) e Che cos’è la psichiatria (1967). Legge 13 maggio 1978, n. 180, nota come legge Basaglia.
Testo da meditare
A Gorizia, all’inizio degli anni Sessanta, un giovane psichiatra prende in mano la direzione di un manicomio e si trova davanti a una scena che la psichiatria del tempo considerava normale: corridoi con le porte chiuse a chiave, uomini e donne legati ai letti, camici bianchi che osservano dall’alto una popolazione di “malati” ridotta a puro oggetto di custodia. Franco Basaglia decide che quella non è cura. È reclusione travestita da terapia.
Il primo gesto, quasi banale nella sua concretezza, diventa il simbolo di tutto il suo pensiero: aprire le porte dei reparti. Non è un atto dimostrativo, è un rischio calcolato e vissuto fino in fondo. Aprire le porte significa smettere di usare la parola malattia come giustificazione per privare una persona della propria libertà, e accettare che questa libertà comporti anche pericoli, imprevedibilità, fallimenti. Basaglia lo chiama il rischio della libertà: la scommessa che sia più umano, e alla lunga più curativo, lasciare che una persona affronti il mondo reale, con le sue asperità, piuttosto che proteggerla rinchiudendola in un’istituzione che la cancella come soggetto.
Il secondo movimento del suo pensiero è più radicale ancora, e nasce dall’incontro con la fenomenologia: mettere tra parentesi la malattia. Non significa negare che esista sofferenza psichica. Significa sospendere per un momento l’etichetta diagnostica — schizofrenico, paranoico, maniaco — per tornare a guardare, dietro quell’etichetta, una persona che soffre, con una sua storia, un suo linguaggio, una sua verità da ascoltare prima ancora che da correggere. La diagnosi, per Basaglia, rischiava troppo spesso di diventare essa stessa una forma di violenza: uno strumento che smetteva di vedere l’uomo per vedere solo la categoria clinica in cui era stato archiviato.
Da questo lavoro, condotto prima a Gorizia e poi soprattutto a Trieste, nasce la legge 180 del 1978, che porta il suo nome nel linguaggio comune: la legge che impone la chiusura progressiva dei manicomi in Italia e sposta la cura della sofferenza psichica dentro la società, nei servizi territoriali, invece che fuori da essa, dietro un muro.
Perché questa proposta insolita
Ho preparato questa riflessione intorno a tre nuclei del pensiero di Basaglia: l’apertura delle porte, il rischio del reale, la sospensione della malattia per cercare l’esistenza sofferente che sta dietro di essa. Sono tre gesti concreti prima ancora che teorie, ed è per questo che si prestano bene a una meditazione: non chiedono di aderire a un sistema di pensiero, ma di guardare un atto — aprire una porta — e lasciarne emergere tutte le implicazioni etiche.
La sentivo fin da bambino, questa frase scandalosa, e mi è rimasta dentro: i cosiddetti matti sono le uniche persone che dicono la verità. C’è in questa idea un’eco precisa del metodo di Basaglia — mettere tra parentesi la diagnosi significa proprio smettere di considerare a priori inattendibile la parola di chi è stato etichettato come folle, e tornare ad ascoltarla. Non è detto che chi soffre psichicamente dica sempre e comunque il Vero; ma è quasi certo che una società disposta ad ascoltarlo solo dopo averlo rinchiuso ha già deciso, in anticipo, di non voler sentire quella sua verità, qualunque essa sia. Forse il punto non è se i matti dicano il vero, ma se noi, i sani, siamo disposti a correre il rischio di ascoltarli come persone prima che come diagnosi.

«La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.»
— Franco Basaglia
