Esercizi spirituali laici del 6 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Geremia. Dal Libro di Geremia, capitoli 1 e 20, testo profetico ebraico attribuito al profeta Geremia e alla redazione del suo scriba Baruc, ambientato tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo prima di Cristo, negli anni della caduta di Gerusalemme. Geremia nasce in una famiglia sacerdotale a Anatot, vicino Gerusalemme, verso la metà del VII secolo a.C., ed esercita il proprio ministero profetico per circa quarant’anni, fino alla conquista babilonese della città nel 587 a.C. e alla deportazione del popolo. È spesso chiamato il “profeta del pianto” e il “profeta della crisi”, perché la sua intera missione attraversa gli anni più drammatici della storia del regno di Giuda.

Testo da meditare

Geremia è ancora un ragazzo quando Dio lo chiama, e la sua prima reazione non è entusiasmo ma resistenza: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane.” Riceve in risposta una delle frasi più intense di tutta la letteratura profetica: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo.” Da quel momento la sua vita non gli appartiene più del tutto.

Il compito affidatogli è tra i più duri della tradizione biblica: annunciare a Gerusalemme la propria rovina, mentre la classe dirigente, i sacerdoti e i falsi profeti di corte continuano a rassicurare il popolo che il tempio non cadrà mai. Geremia dice il contrario, e per questo viene isolato, deriso, imprigionato, gettato in una cisterna fangosa dove rischia di morire, accusato di disfattismo in un tempo di guerra imminente contro Babilonia.

Il punto più struggente del suo libro non è la persecuzione esterna, ma il conflitto che vive dentro di sé. Nelle pagine chiamate dagli studiosi le “confessioni di Geremia”, si rivolge a Dio con una franchezza quasi scandalosa: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso.” Vorrebbe smettere di parlare in nome di Dio, ma scopre di non poterlo fare: “C’era nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.”

Geremia non è un eroe sereno e sicuro della propria missione. È un uomo che dubita, che si sente tradito persino da chi dovrebbe proteggerlo, che avrebbe preferito una vita diversa, e che nonostante tutto continua a dire una verità scomoda perché non riesce a fare altrimenti. Vedrà infine avverarsi tutto ciò che aveva annunciato: Gerusalemme cadrà, il tempio sarà distrutto, il popolo deportato. Non ne trarrà alcuna soddisfazione: lo accompagnerà solo il dolore di aver avuto ragione.

Accompagnamento al testo

Geremia non convince nessuno finché è vivo. La sua parola viene riconosciuta vera solo dopo che i fatti gliela hanno data vinta, quando ormai non serve più a evitare la catastrofe ma solo a confermarla. Il fuoco nelle ossa di cui parla non è entusiasmo religioso: è l’esperienza di chi porta dentro di sé qualcosa che non ha scelto, e che continua a bruciare anche quando vorrebbe spegnerlo per quieto vivere. È forse la descrizione più onesta mai scritta di cosa significhi non riuscire a tacere una verità, anche quando tacere sarebbe più comodo e più sicuro.

Quante verità scomode vengono derise o ignorate non perché false, ma semplicemente perché arrivano in anticipo su ciò che una comunità è disposta a sentirsi dire? E io, di fronte a un fuoco che sento chiuso dentro di me, ho più spesso la tentazione di Geremia di parlare comunque, o quella di contenerlo per non pagarne il prezzo?

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