«non c’era acqua, ma fango, e Geremia affondò nel fango»
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
Ebed-Melec compare quasi di sfuggita nel Libro di Geremia, ai capitoli 38 e 39. Non è un profeta, non è un sacerdote, non appartiene al popolo d’Israele. È definito kûšî, etiope o cusita, ed è un eunuco al servizio della corte di Sedecia, ultimo re di Giuda. Siamo negli anni drammatici che precedono la caduta di Gerusalemme nelle mani dei Babilonesi, all’inizio del VI secolo a.C.
Geremia, lo abbiamo letto ieri, predica una verità politicamente intollerabile: Gerusalemme non si salverà continuando la guerra. I dignitari lo accusano di scoraggiare il popolo e ottengono dal re il permesso di eliminarlo. Lo calano in una cisterna vuota dove, racconta il testo, «non c’era acqua, ma fango, e Geremia affondò nel fango».
A questo punto entra nella storia Ebed-Melec. Uno straniero. Un uomo socialmente marginale. Uno di quelli dai quali la storia sembrerebbe non aspettarsi nulla.
Testo da meditare
Geremia era stato gettato nella cisterna di Malchia. Lo avevano calato con delle corde e laggiù, dove non c’era acqua, sprofondava lentamente nel fango.
Ebed-Melec seppe ciò che era accaduto.
Uscì dalla casa del re, andò da Sedecia e gli disse:
«O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male in tutto ciò che hanno fatto al profeta Geremia».
Il re gli permise di intervenire.
Ebed-Melec prese con sé alcuni uomini e tornò alla reggia. Ma prima di raggiungere la cisterna entrò in un locale sotto il tesoro e cercò vecchi stracci e panni logori. Li prese e li calò con le corde fino a Geremia.
Poi gli gridò:
«Metti questi stracci e questi panni sotto le ascelle, sotto le corde».
Geremia lo fece. Allora tirarono le corde e lo fecero risalire dalla cisterna.
E Geremia visse.
Da Geremia 38,6-13, versione narrativa aderente al testo biblico.
Illuminazione
La cosa straordinaria di questa pagina non è soltanto che Ebed-Melec abbia salvato Geremia.
È come lo salva. Avrebbe potuto prendere una corda, calarla nella cisterna e gridare: aggrappati.
Avrebbe già compiuto una buona azione. Invece pensa alle ascelle di Geremia.
È un particolare quasi insignificante davanti alla tragedia di un uomo che sta morendo nel fango. Eppure, proprio quel particolare potrebbe contenere il centro morale dell’intero racconto.
Ebed-Melec capisce che anche salvare può fare male. Per questo cerca dei vecchi stracci.
La bontà, qui, non è un sentimento. È un’intelligenza minuziosa dell’altro. Non domanda soltanto: che cosa devo fare? Si domanda anche: come posso farlo senza aggiungere altro dolore al dolore che già esiste?
Possiamo aiutare qualcuno e contemporaneamente umiliarlo. Possiamo dire una verità e usarla come una frusta. Possiamo avere ragione e diventare crudeli. Possiamo persino compiere un gesto generoso facendo sentire per sempre il beneficiato nostro debitore.
Ebed-Melec introduce qualcosa di più difficile della giustizia: la delicatezza della giustizia.
C’è poi un’altra stranezza. Nel racconto biblico quelli che dovrebbero riconoscere il profeta non lo riconoscono. Quello che riconosce l’ingiustizia è lo straniero. Il centro morale della scena viene dunque occupato dall’uomo periferico. Forse è questa la piccola provocazione che il testo conserva dopo più di duemilacinquecento anni: quando vogliamo capire quanto è civile una comunità, non dovremmo guardare soltanto alle sue grandi dichiarazioni, alle sue leggi, ai suoi templi o ai suoi uomini illustri.
Dovremmo cercare gli stracci di Ebed-Melec. Sono quei gesti quasi invisibili con i quali qualcuno impedisce che una persona già ferita venga ferita ancora mentre la stiamo aiutando.
Potrebbe essere questa una forma molto concreta di spiritualità: non limitarsi a tirare fuori qualcuno dal fango. Ricordarsi delle sue ascelle.

Ebed-Melec: «Non ti ho tirato fuori perché sei un profeta. Ti ho tirato fuori perché eri un uomo nel fango.»
Geremia: «Allora oggi Dio mi ha parlato attraverso le mani di uno straniero.»
(parole immaginate, solamente ispirate)

