Noi siamo fatti così; dunque, anche tu, per essere completo, devi diventare come noi.
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte
Oggi ci interroga una voce lontana dai percorsi più battuti: Zhuangzi, pensatore cinese vissuto probabilmente nel IV secolo a.C., nell’epoca degli Stati Combattenti. Il libro che porta il suo nome, lo Zhuangzi, è uno dei grandi testi del taoismo filosofico. I lettori più fedeli lo conoscono.
Il brano viene dal capitolo 7, Ying di wang («Adatto a imperatori e re»). È la brevissima storia di Hundun (混沌), parola che possiamo rendere con «Indistinto», «Caos originario»: un essere che non possiede i sette orifizi attraverso i quali noi vediamo, ascoltiamo, respiriamo e mangiamo. È una parabola sorprendente perché parla di una tentazione che conosciamo bene: voler migliorare ciò che non abbiamo ancora imparato a comprendere.
Testo da meditare
Il testo cinese conclude così:
南海之帝為儵,北海之帝為忽,中央之帝為渾沌。儵與忽時相與遇於渾沌之地,渾沌待之甚善。儵與忽謀報渾沌之德,曰:「人皆有七竅,以視聽食息,此獨無有,嘗試鑿之。」日鑿一竅,七日而渾沌死。
L’imperatore del Mare del Sud si chiamava Shu, quello del Mare del Nord Hu, quello del Centro Hundun. Shu e Hu si incontravano spesso nel territorio di Hundun, che li trattava con grande benevolenza.
Volendo ricambiare la sua bontà, Shu e Hu si consultarono:
«Tutti gli uomini hanno sette aperture per vedere, ascoltare, mangiare e respirare. Lui soltanto non ne possiede. Proviamo a praticargliele».
Ogni giorno gli aprirono un orifizio.
Il settimo giorno, Hundun morì.
Zhuangzi, cap. 7 — traduzione italiana di servizio dal testo cinese.
Illuminazione
La cosa inquietante è che Shu e Hu non sono cattivi. Vogliono ricambiare un favore. Guardano Hundun e vedono qualcosa che gli manca: gli uomini hanno sette aperture, lui nessuna. La conclusione sembra perfettamente ragionevole: diamogliele. Poi Hundun muore.
Zhuangzi ci mette davanti a una possibilità scomoda: si può distruggere qualcuno anche volendogli bene. Non per odio. Per eccesso di certezza.
I due benefattori commettono infatti un errore sottilissimo: prendono sé stessi come misura dell’altro. Noi siamo fatti così; dunque, anche tu, per essere completo, devi diventare come noi.
È una forma di violenza che spesso non riconosciamo perché indossa gli abiti della premura. Accade nell’educazione quando non aiutiamo un giovane a diventare ciò che può essere, ma cerchiamo di farne ciò che avevamo immaginato. Accade nell’amore quando diciamo: «Lo faccio per il tuo bene», senza domandarci se quel bene appartenga davvero all’altro o alla nostra idea di lui. Accade nella politica, nelle religioni, perfino nelle grandi imprese civilizzatrici: incontriamo qualcosa di diverso, lo giudichiamo incompleto e cominciamo immediatamente a correggerlo. Un’apertura il primo giorno. Un’altra il secondo. Sempre con ottime ragioni. Finché ciò che volevamo perfezionare non esiste più. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo nella strana creatura chiamata Hundun.
混沌 — húndùn indica ciò che non è ancora separato e classificato, l’indistinzione originaria. Hundun è dunque anche ciò che precede le nostre categorie: bello e brutto, utile e inutile, normale e anormale. Shu e Hu non sopportano quell’indeterminatezza. Devono darle una forma. Forse Zhuangzi ci sta suggerendo che una parte della saggezza consiste invece nel possedere la forza necessaria per lasciare esistere qualcosa senza impadronirsene immediatamente con le nostre categorie.
In precedenza, Ebed-Melec ci aveva lasciato un’immagine: gli stracci messi sotto le corde affinché persino il salvataggio non ferisse l’uomo salvato. Oggi Zhuangzi compie un passo ulteriore. Ci domanda se siamo sicuri che l’altro abbia bisogno di essere salvato nel modo che abbiamo deciso noi. È una differenza piccolissima e immensa. E forse possiamo conservare per la giornata proprio questa cautela: prima di aggiungere qualcosa alla vita di un altro, domandiamoci se abbiamo veramente compreso ciò che crediamo gli manchi. C’è qualcuno — una persona amata, un figlio, un amico, forse perfino me stesso — che continuo a voler “migliorare” senza essermi mai domandato se ciò che considero un difetto non sia semplicemente un modo diverso di essere?

dal Tao Te Ching:
「上善若水。」 — Shàng shàn ruò shuǐ.
«La bontà più alta è come l’acqua.»


